Il moralismo e l’arte di buttarla in caciara

Mettiamo che domani succeda questo. Mettiamo che domani una persona venga colta in flagrante mentre sta cercando di aprire la cassaforte di un’abitazione che non è la sua.

Mettiamo che questo presunto ladro abbia la pella scura, sia africano. E mettiamo che sia una persona importante e che abbia un sacco di amici, anche assai influenti sull’opinione pubblica.

Non si può rubare. La legge lo sconsiglia fortemente. E dice anche che se ti beccano a sgraffignare dovrai sostenere un processo in cui sarai imputato.

Poche storie, allora. L’uomo beccato con le mani sulla cassaforte dovrà essere processato. Come chiunque altro al suo posto.

Discorso chiuso.

 

O no.

Colpo di scena. I suoi amici – tutta quella gente potente che ha accesso a diverse vie di comunicazione – insorgono. Insorgono come se piovesse(ro). Si moltiplicano e occupano ogni frequenza.

Non vogliono che il loro caro amico vada sotto processo.

“E’ una vergogna!”, urlano. Una VERGOGNA. Vanno in televisione, ovunque, a sottolinearlo. Hanno indignate facce di plastica. “E’ una grandissima vergogna”, ripetono, “lo attaccano solo perché è nero. Ce l’hanno con lui solo perché è di colore. Non c’è altra spiegazione. E’ vergognoso. Non ne possiamo più di questo razzismo! Non ne possiamo più di tutti questi razzisti!”. Razzismo di qua, razzismo di là, razzismo di giù, razzismo di su.

Ben presto lo sbraitare raggiunge effetti previsti. Passa poco tempo e, di fronte alle accuse di razzismo lanciate tramite schermi tv, radio e manifestazioni varie, l’opinione pubblica, bombardata a destra e a manca, finisce per dividersi. Inevitabilmente.

Il dibattito appassiona. E viene replicato, ad nauseam, ovunque. Sulle strade come in un ogni dannato talk show. Da una parte c’è chi grida al razzismo, dall’altra c’è (anche) chi vorrebbe semplicemente dire “l’hanno beccato a rubare, che si faccia processare”, ma è costretto a iniziare ogni sua argomentazione con una scusa non richiesta che di solito assomiglia a “premetto che non sono razzista”. Una tentativo di difesa stranamente percepito come necessario.

Il dibattito accende gli animi. Tutto si focalizza sulla questione razzismo, su cosa significhi essere razzisti, su chi sia più razzista di chi. Si distribuiscono patenti di razzista e antirazzista con estrema superficialità. Un conveniente caos.

Nel casino generale che si è venuto a creare, una cosuccia tende a passare in secondo piano:

IL (presunto) tentativo di FURTO. Tutti si son dimenticati di lui.

 

Eppure.

Che il presunto ladro fosse bianco, fosse nero, fosse alto, basso, magro, grasso, brutto, bello… tutti questi son elementi secondari che non dovrebbero incidere. Sono il contorno, non il piatto forte. Il piatto forte è, appunto, il presunto tentativo di furto.

Eppure.

Eppure fa così comodo tirarli in ballo, questi elementi teoricamente ininfluenti, soprattutto da parte di chi deve prendere le difese del presunto ladro. Fa comodo citarli in special modo quando si ha in testa un determinato scopo da perseguire: buttarla in caciara il più possibile. Deviare rispetto a ciò che veramente conta, la fatidica real thing. Distrarre. Disorientare.

E’ presto detto. Chi ha i mezzi (mediatici) per diffondere idee e discussioni sul contorno, porterà l’opinione pubblica a occuparsi di questo, e non di altro. E’ una conseguenza della nota teoria dell’agenda setting.

Allora sarà un gioco da ragazzi, per gli amici del presunto ladro, raggiungere i propri scopi. Hanno in mano gli strumenti adeguati. Sanno come usarli. E li usano.

Chi vorrà entrare nella discussione dovrà affrontare il tema che loro propongono. Nei toni che loro stabiliscono. Non potrà evitarlo. Non del tutto. Il loro intenso lavoro finirà per portare la gente a discutere su una questione [è giusto discriminare i neri?] e non su un’altra [è giusto processare chi si intrufola negli altri appartamenti?].

Proprio ciò che volevano. Alé.

E’ una strategia che funziona. Io stesso volevo iniziare il post con un chiarificatore e attenuante “premesso che io non sono razzista”.  E’ una strategia che funziona alla grande. Io stesso, a ben vedere, ho scritto proprio questo post per parlare di razzismo.

That’s the way it goes. Fuor di metafora e dritti dentro il contemporaneo, osservare gente come Maurizio “E’ ricattabile: si dimetta!” Gasparri, Giuliano “Consiglio la castità” Ferrara, Daniela “Castriamo i pedofili” Santanché o cortigiani come Sgarbi, Signorini, Fede, Belpietro, Sallusti, Iva Zanicchi, etc etc, che si agitano a più non posso accusando di moralismo (proprio loro!) a destra e sinistra dovrebbe far ridere. Dovrebbe far sghignazzare. Dovrebbe far pensare che si tratta solo di una mossa opportunistica, dal momento che in passato proprio loro hanno più volte espresso opinioni del tutto contrarie a ciò che sostengono in questo momento (si pensi al caso Marrazzo). Ma non è così. Per tanti motivi, non è così. La gente non ride.

Tutt’altro. Il lavoro di stakanovisti della poltrona televisiva svolto dai cortigiani non ha, invece, tardato a mostrare i primi risultati positivi.

Adesso l’Italia, tutta, sta discutendo cosa sia morale e cosa non lo sia, chi sia moralista e chi no. Moralismo di qua, moralismo di là,  moralismo di su, moralismo di giù. Il problema nazionale, ora come ora, è il moralismo. 

Hanno ancora vinto loro.

 

(sullo sfondo, soli e sconsolati, un paio di presunti reati)

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