We are a way for the Cosmos to know itself

Ho incontrato Sagan l’anno scorso ascoltando l’audiolibro Pale Blue Dot (che voglio recuperare in cartaceo). Ma l’avevo trovato citato più volte qua e là. Avevo visto su YouTube alcuni video che lo riguardavano e letto che qualche blogger lo incensava a più non posso e lo indicava come fonte di ispirazione. Ero curioso.

Mi ero anche accorto che Sagan viene ricordato e rimpianto – è morto qualche anno fa – in molti dei libri di Richard Dawkins, tra cui se non mi sbaglio ci sono L’illusione di Dio e The greatest show on earth. Quest’ultimo lo descrive come un autore eccezionale e, soprattutto, come un grande possibile amico. Uno col quale sarebbe andato parecchio d’accordo.

Nel 1997 Dawkins – a mio parere molto influenzato dallo stile divulgativo di Sagan – scrisse sullo Skeptical Inquirer:

In my review for The Times of London, of The Demon-Haunted World, I mentioned a chapter heading of Carl Sagan’s Cosmos: “Who Speaks for Earth?”. I went on that it was “a rhetorical question that expects no particular answer, but I presume to give it one. My candidate for planetary ambassador, my own nominee to present our credentials in galactic chancelleries, can be none other than Carl Sagan himself. He is wise, humane, polymathic, gentle, witty, well-read, and incapable of composing a dull sentence.” In the Financial Times this year, I described him as “a beacon of clear light in a dark world of alien abductions and ‘real-life X-files’, of psychic charlatans and New Age airheads, of fatcat astrologers giggling all the way to the millennium.” I met him only once, so my feeling of desolation and loss at his death is based entirely on his writings. Carl Sagan was one of the great literary stylists of our age, and he did it by giving proper weight to the poetry of science. It is hard to think of anyone whom our planet can so ill afford to lose.

Per leggere Cosmos, il più famoso libro di Sagan, mi ci è voluto quasi un mese. Un po’ perché leggere in inglese significa (per me) leggere più lentamente; e un po’ perché volevo, non so come metterla meglio, ficcarmelo davvero nel cervello. Quando non capivo, quando qualche concetto non mi era chiaro, tornavo indietro e ricominciavo da capo. Volevo perdermi il meno possibile.

Tempo speso bene. Cosmos – che spero verrà ristampato in italiano e che ha anche un parente televisivo – è infatti un libro che merita tutti gli elogi che gli sono stati rivolti. Non posso parlarne in maniera più approfondita – per dire cosa, poi? – ma posso suggerire, questo sì, di leggerlo. Per diversi motivi. Perché è scritto in maniera chiarissima non solo da un lucido pensatore, ma anche da un eccellente scrittore. Perché c’è ironia. Perché è didattico ma non noioso. E poi, naturalmente, perché si sente che dietro c’è tanta passione, infinita passione per il proprio lavoro. Una passione che l’autore cerca di condividere con tutti i mezzi a disposizione. Siamo fatti di materia stellare (starstuff), ricorda Sagan. Può il venir a conoscere questa novità non emozionarvi? Può quest’idea non cambiarvi la vita? Può non farvi venire almeno un paio di brividi sulla schiena?

Sagan parla di astronomia, certo. Del resto quello era il suo mestiere e pochi dovevano saperne più di lui. Ci fa visitare i pianeti del sistema solare, con le loro lune, e ci fa sapere come siamo riusciti a ottenere informazioni su di loro. Ci racconta storie su galassie e quasar e fa speculazioni sui più grandi misteri, dai buchi neri all’origine del cosmo, fino ad arrivare a descriverci dimensioni supplementari che non possiamo neanche concepire. Ma non è tutto qui.  Oltre a  ciò, l’autore si lancia anche in lunghe e appassionanti digressioni sulla storia delle idee scientifiche, dai presocratici a Newton, da Ipazia a Hubble, parla di evoluzione – dei geni e dei memi, di antropologia, di storia, di DNA, di fantascienza, di religione, di alieni ed esobiologia, di ecologia, di guerra, di politica e, se vogliamo, anche del senso – quel senso che dobbiamo dargli – che ha la vita su questo pianeta.  Cosmos è densissimo, anche visionario, orgogliosamente ambizioso.

Si potrebbe dire che si tratta di un libro di storie, tante, che servono a raccontare una storia unica, quella del Cosmo, un racconto che parte dal Big Bang e viaggia bello spedito fino al lancio delle navicelle Voyager – inesorabilmente dirette verso le stelle. Un Cosmo per il quale noi rappresentiamo una sorta di autocoscienza (magari non l’unica) e col quale noi formiamo, si può azzardare, uno strano anello di dimensioni immense e inconcepibili:

We have come far in 3.6 million years, and in 4.6 billion and in 15 billion. For we are the local embodiment of a Cosmos grown to self-awareness. We have begun to contemplate our origins: starstuff pondering to the stars; organized assemblages of ten billion billion billion atoms considering the evolution of atoms; tracing the long journey by which, here at least, consciousness arose. Our loyalties are to the species and the planet. We speak for Earth. Our obligation to survive is owed not just to ourselves but also to that Cosmos, ancient and vast, from which we spring.

Carl Sagan, Cosmos

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Un pensiero su “We are a way for the Cosmos to know itself

  1. […] Sulla scia di quanto fatto dal maestro Carl Sagan, autore di un celebre libro e di un ciclo di documentari con lo stesso titolo, Neil deGrasse Tyson propone in questi giorni una nuova versione di Cosmos, programma trasmesso dalla Fox che si propone di fare – ovviamente – divulgazione scientifica su temi quali l’astrofisica e l’astronomia. Linko la prima puntata, dove ci si sofferma, tra le altre cose, sulla vicenda di Giordano Bruno. Imperdibili, poi, gli ultimissimi emozionanti minuti. […]

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