Capire i Queensryche

In questi giorni mi son rimesso ad ascoltare American Soldier. Sapete, c’è la guerra. E io – per una mera questione di fortuna, la fortuna di esser nato nel posto giusto al momento giusto – posso conoscerla solo tramite l’arte. I film, i libri, la musica. At 30.000 ft. – dall’ultimo ‘Ryche – mi ritorna in mente spesso, in questi giorni, quando sento parlare di bombardamenti aerei.

I see it all so clear/ At 30,000 feet above the enemy/ No one can see me/ (Press execute)/ I’ll send the “Pigs” away/ The tortured painful cries/ Will never fall upon my ears/ And never stain my elder years/ My heartbeat is all I’ll feel  (testo completo)

Visto che ci sono, ne approfitto per dire un paio di cose sui Queensryche. La prima è che siamo vicini al prossimo disco, il quale dovrebbe uscire entro l’estate. Scott Rockenfield lo descrive così:

I add a lot of film score elements or sound effects [into my drum work], especially on the new thing we’re working on right now. Geoff [Tate, vocals] and I have really spent a lot of time together redesigning the QUEENSRŸCHE thing, which you’re going to love. It’s huge rock but with a great dance vibe to it, real modern dance. It’s kind of like ‘Rage’ [‘For Order’] through a time tunnel, bringing it into the now. There are a lot of electronic elements to it. It’s a big rock thing that is going to have a lot of color to it — it’s good and really intense

Tutto questo, inutile dirlo, come minimo incuriosisce. Come minimo.

E poi voglio parlare di un’altra cosa. Riguarda una cover band dei ‘Ryche che ho visto di recente a Prato. Non mi ha convinto. Ma per nulla.

Ok, il cantante si è presentato sul palco dicendo di aver fatto solo quattro prove col gruppo. Aveva tutte le attenuanti del caso. Ok, ha sbagliato a pronunciare il nome della band (ha detto ‘Quinsraic’ con la c di cielo). Ho sbuffato, ma ok. Ok, non conosceva neanche il 90% dei testi. Mi ha irritato, ma ok. Ok, ok, ok. Son passato sopra a tutto. Bazzecole. Sciocchezze.

Purtroppo, però, non ho potuto chiudere un occhio sul problema fondamentale. Il tipo – peraltro dotato di un’ugola davvero notevole – non aveva capito nulla dei Queensryche. Né di Tate. In che senso? Semplice. Cantava i Queensryche come se cantasse gli Helloween o qualcosa del genere, non so se mi spiego. Sparava in alto, in altissimo, cercando di impressionare gli astanti con agili spostamenti tra le ottave. Pensava che questo bastasse. E se la sua Queen of the reich è stata superba – nulla da dire, a parte il testo totalmente inventato – lo stesso non si può dire degli altri pezzi. Esecuzioni freddissime, totalmente prive del tipico pathos geofftatiano. Esecuzioni spogliate di quell’essenza che ha reso noti i Queensryche. Che non sono, eh no, gli acuti di Tate. E’ ben altro.

Sono le sfumature di Silent Lucidity.

Il teatro di Suite Sister Mary.

La morbidezza di certi passaggi di Another Rainy Night.

Il dolore che traspare dalle urla sgraziate di Promised Land.

Il carisma di Empire.

La follia di Walk in the Shadows.

E tanto altro ancora.

Lo spirito dei Queensryche, quella sera, è stato del tutto frainteso, proprio da quella che doveva essere una cover band. Ovvia conseguenza, la delusione del sottoscritto.

Che dire? Non so se un giorno capitarai qui, amico, ma ho un consiglio da darti, se vuoi continuare a cantare in un gruppo che suona i pezzi dei Queensryche: ascolta i dischi. Una, dieci, cento volte. Ascolta i dettagli. E poi riprova. E riprova. E riprova. E poi riascolta i dischi. E poi riprova ancora.

Le doti tecniche di certo non ti mancano.

(senza rancore, eh!)

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