Quei pochi libri letti ultimamente

Ultimamente, tra una cosa e l’altra, ho notevolmente abbassato il ritmo di lettura. Un po’ a causa di impegni vari (“se avessi tempo sì che leggerei!” dicono quelli che non hanno mai letto un libro in vita loro, utilizzando la più classica delle scuse), un po’ perché, semplicemente, ho preferito fare altro (per esempio, spararmi tutta la quarta stagione di Big Bang Theory o riguardarmi vecchi classici hitchockiani). Succede.

Ecco alcune delle cose che ho letto. Con i commenti più sbrigativi che riesco a concepire:

Lolita, di Nabokov. Una vecchia edizione, forse degli anni ’70 o giù di lì, trovata tra i rifiuti (è una storia lunga) e rimasta sul mio comodino per cinque anni buoni. Se non è un capolavoro, a causa di una leggera caduta di ritmo nella seconda parte, poco ci manca. Scritto da un dio della scrittura.

La metamorfosi e altri racconti, di Kafka. Forse avevo letto Kafka venti anni fa, forse. Averlo ripreso oggi mi ha un po’ lasciato così. Carino, sì. Qualche buona idea, sì. Qualche interessante colpo di scena. Ma niente di davvero sensazionale, in questi raccontini. O almeno così mi è parso.

La teoria dell’evoluzione, di Maynard Smith. Libro divulgativo ma non semplice (e forse, per certi versi, anche superato) sui diversi aspetti – piuttosto tecnici – dei processi evolutivi. Non particolarmente appassionante, devo esser sincero. Oggi li fanno meglio.

Annunci

28 pensieri su “Quei pochi libri letti ultimamente

  1. Ma Lolita – E’ – un capolavoro! :-)

    Hai visto l’omonimo film di Kubrick? Altro capolavoro (ti Sconsiglio invece il remake di Adrian Lyne).

    Ma sai che riguardo Kafka ho avuto più o meno la tua medesima impressione? Anche io l’ho letto molti anni fa e considero ad esempio Il processo uno dei romanzi migliori che siano mai stati scritti, però certi racconti o anche Il castello (mi è capitato di riprenderlo in mano tempo fa) li ho trovati tutti compressi nell’idea arguta e geniale di fondo, ossia nel discorso simbolico che portano avanti, ma senza particolari meriti stilistici. Oggi mi verrebbe da considerare Kafka un autore di “concetto”, con delle idee strabilianti, molto acuto, molto lucido, più un intellettuale puro che non un artista a tutto tondo.
    Che ne pensi?
    (e comunque sono davvero pochi i libri che “tengono” al passare degli anni, il nostro intendo, ad esempio oggi difficilmente potrei rileggere Kundera o Hesse).

    • Il film di Kubrick l’ho visto diverse volte, e una volta ho visto anche il remake. In verità lo trovo tra i meno riusciti del regista :) Ma sempre una più che discreta pellicola, intendiamoci.

      Du Kundera non ho mai letto nulla, di Hesse “Siddharta” prima dei 20, ma ricordo che ne rimasi deluso.

      Di Kafka ho letto solo alcuni racconti, e certo, certe idee sono ottime, ma non mi pare che i suoi racconti brillino per abilità scrittoria. Ammetto che talvolta può essere colpa della traduzione: mi è capitato di leggere la stessa roba tradotta in maniera diversa e di ricavarne impressioni anche contrastanti. Di solito questi grandi classici hanno traduzioni italiane di decine di anni fa che suonano un po’ legnose all’orecchio moderno.

      Autore di concetto? Può darsi. Infilerei anche P. Dick nella medesima categoria. Ma lui vedo più genialità. :)

      • P. Dick era proprio un genio, peraltro credo anche poco consapevole egli stesso delle sue capacità.
        Ho letto alcune sue interviste in cui appunto parla di se stesso in maniera molto riduttiva, come se appunto non si rendesse ben conto del proprio talento.
        In quanto allo stile c’è da dire una cosa: tieni presente che lui doveva “mangiare” con i suoi romanzi, per tutta la vita è stato assillato da gravi problemi economici e per vendere, per tirar su qualche lira, sapeva che doveva usare uno stile semplice, per lettori poco attenti, o comunque non dei letterati ma un pubblico di massa più interessato alle dinamiche delle vicende in sé che non alla forma.
        Lui doveva spacciare i suoi romanzi per storie di fantascienza, anche se poi, come sappiamo, trattava un’unfinità di temi, da quelli religiosi, a quelli esistenziali tout court. O meglio, la fantascienza era un pretesto, come è tipico poi di ogni grande romanziere che si nasconde dietro un “genere”.
        Scriveva in fretta, doveva pubblicare per pagare le bollette e questo spiega una certa trascuratezza formale quindi.
        E comunque ci sono certe pagine in cui raggiunge vette altissime, in cui davvero riempie tutta la pagina senza lasciarti respirare… di una bellezza incredibile.

  2. Sì, esatto, è lo stesso progetto di cui avevo letto io.
    Terry Gilliam ce lo vedrei bene come regista per un film su Dick ;-) visionario e creativo anche lui.

  3. “Lui doveva spacciare i suoi romanzi per storie di fantascienza”. Non è mica vero. PKD voleva scrivere storie di fantascienza perché era pure quello che gli piaceva leggere e che l’aveva formato, nonché il tipo di letteratura che (secondo lui) meglio si prestava ad affrontare certi tipi di discorsi. Migliore di Kafka? Sicuro.

    • In effetti non mi sono espressa bene. Colpa mia ;-)

      Ovviamente la fantascienza è sempre stata uno dei generi prediletti per poter veicolare dei contenuti di valore ontologico, esistenziale ecc. (vedi 1984 o Brave New World, per citare solo i più classici e conosciuti).
      E credo che Dick amasse QUEL tipo di fantascienza, cioè una storia avvincente sia sotto il profilo narrativo ma anche in grado di supportare – tra le righe – significati di un certo tipo.

      Esiste poi anche un pubblico distratto, o meno esigente, o comunque alla ricerca di letture di puro svago che invece non richiede quel tipo di approfondimento ed è questo pubblico quello che incrementa le vendite e fa fare soldi alle case editrici, quindi – anche allora, come oggi – le case editrici, per guadagnare, puntano soprattutto su pubblicazioni estremamente divulgative e commerciali, e a loro interessava soprattutto che Dick riuscisse a vendere, quindi se ne fregavano delle sue parabole o dei significati di spessore che erano tra le righe. In questo senso ho detto che doveva spacciare i suoi romanzi per qualcosa di diverso – per qualcosa in meno – rispetto a quello che erano realmente.

      Se ci fai caso i romanzi di Dick sembrano sempre introdurre un discorso di fantascienza molto “classico”, vicino all’immaginario degli anni ’50, ossia corredato di astronavi, oggetti ed atmosfere futuristiche e tutto il resto. Esattamente quello che si aspettava il lettore “tipo” di fantascienza commerciale. Poi però lui, più avanti, usa strumentalmente la descrizione di universi immaginari e futuristici per portare avanti un discorso infinitamente più complesso che si appoggia non solo sulla filosofia empirista (realtà come illusione) ma anche alle varie correnti religiose e filosofiche orientali (buddhismo, per dirne una).
      Negli anni ’60, un discorso come quello che faceva Dick, ossia indirizzato a mettere in dubbio il valore ontologico della realtà non era ancora ammesso nell’immaginario collettivo (gli anni ’50 e ’60 sono anni di ricostruzione e certezza, a nessuno poteva venire in mente di mettere in dubbio la realtà).
      Tanto che il vero Dick viene più apprezzato oggi che non allora. All’epoca moriva letteralmente di fame ;-)

      Quindi, sì, è vero, che a lui piaceva scrivere di fantascienza, ma per veicolare un discorso di natura esistenziale, religioso ecc. e non per fermarsi al mero dato narrativo, che era invece esattamente e solamente quello che gli veniva richiesto dalle case editrici.

      • Veramente… no. Dick ha sempre detto peste e corna di Orwell e Huxley, che secondo lui scrivevano pessimi libri dalle trame esili che servivano solo per veicolare le loro convinzioni politiche, li vedeva poco più che pamphlet camuffati da romanzi. E’ sempre stato molto chiaro sul suo debito nei confronti di Robert Heinlein e, soprattutto, Alfred Van Vogt (molto proto-dickiano nella paranoia, dei vortici di eventi, nelle percezioni che si lacerano e nei ribaltoni di prospettiva), che riteneva il suo vero maestro. Io credo che all’epoca Dick morisse di fame soprattutto perché era un letteralmente incapace di gestire sè stesso e la propria carriera. Altri che hanno portato avanti, negli anni ’60, percorsi altrettanto coraggiosi dal pdv narrativo (John Brunner, Cordwainer Smith, Roger Zelazny etc etc) non navigavano nell’oro, tuttavia affiancavano la produzione letteraria ad uno stile di vita più sobrio e pure ad un lavoro più regolare.
        Infine, veicolare il suo discorso esistenziale ok. Tuttavia non è che gli altri scrittori di sf fossero una massa di poveri scemi con le astronavine e Dick l’unico illuminato. Anzi, per bravo che fosse, credo che Heinlein, Vance, Bester, Brunner, Leiber, Fredric Brown, Norman Spinrad, Robert Scheckley e altri ancora fossero più in gamba e più interessanti.

        • @ negrodeath
          Evidentemente non mi spiego bene (e me ne dispiaccio non poco, eh) ;-)
          Non ho detto che Dick amasse Orwell o Huxley, ho detto che da sempre il genere fanstascienza è stato usato per veicolare anche contenuti di un certo tipo (come hanno fatto ad esempio Orwell o Huxley, e solo per questo li ho citati).

          In quanto ad Heinlein, se è vero che Dick avesse un debito nei suoi confronti era più per la “persona” Heinlein, che l’aveva aiutato anche economicamente (ad esempio gli aveva regalato una macchina da scrivere, come noto), che non per le sue “idee”, in particolare (come noto), in una prefazione ad una sua raccolta (di Dick), egli (cioé Dick) dice, più o meno: “Heinlein è un vero signore, anche se non sono d’accordo con lui quasi su nulla, non sono d’accordo con nessuna delle idee che si leggono nei suoi libri… è un gentiluomo e con me è stato molto generoso ecc., ma è un uomo molto diverso da me, dall’aspetto marziale, si capisce che è stato nell’esercito, dal portamento militare, mentre io invece sono un contestatore ed un freak, e lui lo sa”.

          In effetti il sottotesto politico e sociale di Heinlein è del tutto antitetico a quello di Dick.

          Inoltre, come si legge sempre nella medesima prefazione di questa raccolta, Dick specifica proprio la sua idea di fantascienza (che non è quella delle astronavi o delle guerre stellari ecc.), ma di incursione con la fantasia in un mondo altro, diverso da quello in cui viveva e che non gli piaceva e rifiutava per vari motivi; specifica poi che si voleva occupare, nei suoi scritti, esclusivamente delle cose che amava, dei suoi amici ecc. e gli piaceva “collocarli” in una realtà diversa, fantastica… fantastica più che fantascientifica.
          In effetti Dick, finché viene considerato solo autore di fantascienza, come giustamente rilevi tu, non è che sia il massimo assoluto, anzi, magari era anche piuttosto scarsino.
          Dick viene riconosciuto oggi come grande scrittore tout court, come scrittore che si è affidato al genere “fantascienza” ma per dire anche – soprattutto – altro. E per questo, esclusivamente per questo, mi piace.

          Se ti interessa approfondire il “mio” personalissimo discorso su Dick (senza alcuna pretesa di verità, sia chiaro, ma soltanto di gusto personale), ti invito a leggere questa cosa che ho scritto un paio di mesetti fa su Un oscuro scrutare:
          http://ildolcedomani.blogspot.com/2011/02/un-oscuro-scrutare-e-qualche-nota.html

          • Ho letto quel pezzo di cui parla di Heinlein, è su “Confessioni di un artista di merda” se non sbaglio, dove ci sono vari articoli di vario tipo. Nello stesso pezzo parla dell’emozione che ebbe quando lo incontrò, ricordando appunto la generosità della persona e le radicali differenze di vedute che però non gli facevano disconoscere la grandezza letteraria del suo “padre spirituale” (parole sue, non mie). Sono due scrittori antitetici per quasi ogni aspetto, è vero. Per inclinazione personale apprezzo di più il vecchio maestro, per la maniera in cui ha saputo inquadrare la fantascienza nel pragmatismo e nel realismo (anche nella scrittura che calza come un guanto), facendone un metodo d’indagine con un forte spirito polemico che a molti da’ sui nervi ma a me piace molto. :) Si tratterebbe anche qui di “dire altro con la fantascienza”, ma di nuovo, chi ha detto che la fantascienza dice altro se non è come se la immaginano le persone che non la leggono? :)

          • “In effetti Dick, finché viene considerato solo autore di fantascienza, come giustamente rilevi tu, non è che sia il massimo assoluto, anzi, magari era anche piuttosto scarsino.
            Dick viene riconosciuto oggi come grande scrittore tout court, come scrittore che si è affidato al genere “fantascienza” ma per dire anche – soprattutto – altro. E per questo, esclusivamente per questo, mi piace.”

            Non sono un espertissimo di fantascienza (Negrodeath lo è molto più di me) ma credo che il punto della discordia sia questo. Tutta la (buona?) fantascienza viene usata per dire – anche! – altro. E forse non vale solo per la fantascienza.

            Quindi non è vero che Dick (forse il mio autore di fantascienza preferito e uno dei migliori in assoluto) è l’unico che utilizza il mezzo-fantascienza per dire altro. Praticamente in tutti i libri di fantascienza che ho letto, non mi vengono a mente eccezioni, il fantascientifico era uno strumento sia per raccontare una buona storia sia per veicolare una qualche idea, una qualche ansia, una qualche speranza, una qualche visione.

            Da questo punto di vista non vedo grosse differenze tra lui e gli altri, se non nel mondo che ognuno di loro cerca di ricreare. Per questo credo che, assieme ad Heinlein e gli altri, Dick rientri a pieno titolo tra gli autori di fantascienza, proprio perché la fantascienza ha di per sé un suo spessore, una sua molteplicità di letture, una sua voglia di raccontare (anche) questo universo. Se poi vogliamo dire che i grandi autori fantascientifici possono essere considerati grandi autori tout court, be’, con me sfondi una porta aperta. :)

  4. P.S.:
    anche io oggi apprezzo più Dick di Kafka, però Kafka è stato fondamentale nell’introdurmi ad un certo discorso sulle sovrastrutture sociali.
    Romanzi come Il processo sono letture fondamentali per la formazione, poi ovvio che uno ad un certo punto se ne sbarazzi e le ritenga superate, ma semplicemente perché – grazie ad esse – un certo discorso sulla realtà è stato introiettato.

    Oggi di Kafka, ripeto, trovo superato soprattutto lo stile, lo trovo estremamente ripetitivo.

  5. Anzi, per bravo che fosse, credo che Heinlein, Vance, Bester, Brunner, Leiber, Fredric Brown, Norman Spinrad, Robert Scheckley e altri ancora fossero più in gamba e più interessanti.

    …quasi tutti, almeno.

  6. “Tuttavia non è che gli altri scrittori di sf fossero una massa di poveri scemi con le astronavine e Dick l’unico illuminato.”

    Infatti.

    “Anzi, per bravo che fosse, credo che Heinlein, Vance, Bester, Brunner, Leiber, Fredric Brown, Norman Spinrad, Robert Scheckley e altri ancora fossero più in gamba e più interessanti.”

    Io ho letto diverse cose di Heinlein, un paio di Brunner e di Spinrad. Tutta roba che va dall’ottimo allo spettacolare, ma non mi sentirei di dire che siano in generale più in “in gamba” di Dick. In alcuni di essi, per esempio “Straniero in terra straniera” o “Tutti a Zanzibar” (due libri che mi piacciono) ho come la sensazione che la voglia di divulgare le proprie idee prenda (inconsciamente) il sopravvento su quella di raccontare una storia. Ne vengono fuori libri che sono sì interessanti a livello, boh, cerebrale (Tutti a Zanzibar è da questo punto di vista una delle cose più geniali mai lette) ma non così coinvolgenti ed emozionanti a livello di pancia. Con Dick questo non è mi mai successo. Nonostante sia sì legnoso come prosa, riesce sia a infilarti dentro la storia sia a divulgare le sue considerazioni filosofiche/sociologiche/psicologiche, o quel che sono. In lui si sente meno l’aspetto pedagogico, quello che secondo me emerge a caratteri cubitali in cose come “Straniero in terra straniera”, dove ci sono dei chiari passaggi in cui sembra che Heinlein dica qualcosa come “Ok, fermi tutti. Ora vi spiego cosa penso su questo e su quello”.

    • Probabilmente c’entra molto anche la sensibilità personale. Sia Tutti a Zanzibar che SSITS, per restare su due libri che hai citato, mi hanno preso e coinvolto quanto, se non più, di molto Dick. E non parlo di quello ormai bollito post-Ubik, ma anche di quello spettacolare, al meglio della forma, di Noi Marziani o Palmer Eldritch. E’ forse che, dopo un po’, l’ennesimo delirio neognostico mi trita le scatole – al di là di tutto, si tratta di un argomento in sé che mi dice poco, e dopo averlo sviscerato per bene nei suoi libri migliori mi risulta pedante e noioso negli altri, e quindi finisce per stufarmi.

      • Ma perché appunto a Dick interessava parlare più della gnosi che non di fantascienza…

        E comunque io considero proprio i suoi ultimi romanzi (fra cui il clamoroso La trasmigrazione di Timothy Archer, romanzo NON di fantascienza) fra le cose migliori che abbia scritto; naturalmente amo anche opere come La svastica sul sole (anche questo NON di fantascienza ma una pura e semplice distopia) ed il bellissimo – su questo siamo d’accordo ma probabilmente per motivi diversi ;-) – Le tre stimmate di Palmer Eldritch.
        Comunque è curioso constatare come si possa amare un medesimo autore ma per motivi diversi ;-) e credo che ciò sia significativo per il valore dell’autore in sé, proprio perché capace di raggiungere più livelli di sensibilità e gusto.

        • Curioso come in effetti a te piaccia molto il Dick che io trovo più artificioso, goffo, incapace di dare forma compiuta alle sue idee: Un oscuro scrutare, Valis etc, che per me sono pessimi libri, molto confusi e scritti malissimo. Il fatto che gli interessasse parlare della sua personale visione di gnosi, non esclude la fantascienza comunque! :) La Svastica sul sole è un interessante distopia con ribaltamento finale notevole, del tipo che “chi legge il libro fa parte dell’altra realtà”, ha solo il problema di una totale assenza di ritmo. Intendiamoci, non distinguo fra fantascienza bene e il resto male, ma fra bei libri e brutti libri. Dick n eha scritti di entrambi, e non è che quelli belli siano “più che fantascienza”.

  7. Insalutato ospite, intervengo en passant in questa civile polemica. Lo dico subito: mi schiero a favore dei seguaci della grandezza visionaria di PKD (Philip K. Dick) e della sua solo incidentale appartenenza alla galassia (mi si perdoni) della fantascienza. Parafrasando quanto un musicologo (M. Filotei) ebbe a scrivere di un musicista (G. Allevi), un autore come Dick non è uno scrittore di genere, perché quest’ultimo (quello di genere), “semplicemente… non esprime il mondo che lo circonda, ma si limita ad assecondarlo”. Ciò detto, ricordo a me stesso di aver letto alcune sue opere negli anni ’70, ovviamente su Urania, e – vergognosamente – di come all’epoca lo considerassi un autore tra i tanti. Forse perché allora non avevo gli strumenti culturali per comprendere la complessità di certi suoi discorsi? E’ possibile, eppure il cuore profondo di certa fantascienza – che so, il ciclo della Fondazione di Asimov o il sublime R. Bradbury – mi toccava già. Parlo di due assoluti maestri.
    Il fatto è che – per come la vedo io – PDK ha precorso la realtà e, con un piccolo aiuto da parte di un film tutto sommato considerato marginale quando uscì nelle sale, all’inizio degli anni ’80, e che di Dick ha preso l’essenza e – con un’operazione tipicamente dickiana, l’ha rivoltata, mutata, modificata – ha istituito un modo di pensare che casomai, DOPO, è sfociato in un genere. Parlo, come avrete capito, di Blade Runner e del cyberpunk. Che è un sottotipo di fantascienza spettacolare, ma sempre di genere: di W. Gibson, suo più grande rappresentante, tutti ricordano la trilogia dello Sprawl, alcuni menzioneranno il paio di episodi scritti per X-Files, pochi il suo Johnny Mnemonic e correlativo film con K. Reeves; opere tutte fantastiche, originali, ma che – a mio modesto avviso – non sarebbero esistite senza Dick (ed è significativo che Gibson stesso, invece, in qualche modo respinga quest’ascendenza). Senza voler entrare in argomenti sacri (letto il blog di Negrodeath non vorrei scatenare reazioni) – e quindi sul rapporto che per lo sviluppo della religione cristiana ebbe il pilastro S. Paolo, per alcuni il suo vero fondatore e così sul fatto che eppure nessuno chiamerebbe la religione, paolina invece che cristiana – ricordo, più profanamente, il ruolo fondamentale che nella musica pop, hanno avuto e hanno ancora oggi i Kraftwerk. A molti non piacciono, tanti li trovano ripetitivi, o “antichi”, schematici e così via. Ma – è stato detto (mi scuso per l’inglese, sono troppo pigro per tradurre) “Brian Eno, David Bowie, Gary Numan, New Order, Human League, Depeche Mode, Public Enemy… virtually every techno, avant garde, disco and rap artist to use a synthesizer or a beat box, whether they know it or not, were directly or indirectly influenced by this band”; oppure: “”Beatles e Kraftwerk” forse non suona come “Beatles e Rolling Stones”, ma in ogni caso queste sono le due band più importanti nella storia della musica” (New Musical Express, 2005).
    Che cosa sto dicendo, insomma? Che PKD ha precorso i tempi – forse persino inconsapevolmente, da povero freak “flippato”, come lui stesso si definiva – in maniera tanto brillante, da aver modificato il nostro stesso modo di percepire la realtà, sgretolandone la sua monoliticità e introducendo una frattura inquieta in ogni senso (vista, tatto, persino nel pensiero) con un’operazione che – nella sua originalità – è quasi senza precedenti, se non di altissimo livello letterario e filosofico.
    Ancora un esempio ancora a prima vista profano: Matrix. A tutti il film è piaciuto, moltissimi ne hanno esaltato la trama contorta e, alcuni, ne hanno apprezzato il significato “alto”. Bene, pochi sanno o ricordano che in realtà la prima rappresentazione di un avatar virtuale generato da un computer viene data da R. Heinlein in La Luna è una severa Maestra, appunto uno dei suoi romanzi più riusciti. Ma la complessità filosofica, trascendente, la sottile inquietudine che permea l’esistenza del protagonista di Matrix, Neo, che non riesce a dormire e in maniera ossessiva si chiede “Che cos’è Matrix?”, sino al disvelamento di una realtà altra e terrificante, realtà oscura dentro realtà oscura raggiungibile attraverso il semplice artificio dell’assunzione di una pillola rossa, sono così profondamente dickiani da non essere argomentabili a contrario. E gli esempi sarebbero veramente tanti: per rimanere al cinema, citando autori grandi e grandissimi (Wikipedia – inglese – è nostra amica): “Dick has also influenced filmmakers, his work being compared to films such as the Wachowski brothers’s The Matrix, David Cronenberg’s Videodrome, eXistenZ, and Spider, Spike Jonze’s Being John Malkovich, Adaptation, Michel Gondry’s Eternal Sunshine of the Spotless Mind [in italiano Se mi lasci ti cancello, che titolo orrendo], Alex Proyas’s Dark City, Peter Weir’s The Truman Show [che ha quale chiarissimo ma inconfessato modello Tempo fuori di Sesto di Dick], Andrew Niccol’s Gattaca, Terry Gilliam’s 12 Monkeys, Wes Craven’s A Nightmare on Elm Street, David Lynch’s Mulholland Drive [e ci metterei pure Inland Empire], David Fincher’s Fight Club, Cameron Crowe’s Vanilla Sky, Darren Aronofsky’s Pi, Richard Kelly’s Donnie Darko and Southland Tales, and Christopher Nolan’s Memento and Inception”. Aggiungerei anche una gemma forse non notissima come Il tredicesimo Piano di J. Rusnak, liberamente tratto da un romanzo di fantascienza di altro autore, sì, ma pubblicato qualche anno dopo il predetto Tempo fuori di Sesto al quale si avvicina parecchio.
    Direi, in ogni caso, che si tratta di una bella lista.

    • Nel commento di Gianluca delle 21.20 c’è esattamente il mio pensiero sulla questione fantascienza/non fantascienza, quindi non sto a ripeterlo.

      Sul resto: Dick è stato un genio visionario che ha saputo mettere per scritto una singolare angoscia esistenziale ed ontologica. Vero, e rappresenta un po’ il suo marchio di fabbrica. Negli stessi anni Daniel Galouyie (l’autore di quel Simulacron da cui hanno tratto Il 13esimo Piano) affrontava temi simili, ma più come interessante speculazione intellettuale che come angosciosa ossessione. Ma divago. Sulla questione dei film che sollevi, io la spiego in maniera diversa: da un certo punto in poi (dalla seconda metà dei ’90) Dick è diventato di moda e farne la base per film tanto pretenziosi e vacui quanto glamour e spassosi (come Matrix), per altri semplicementi brutti e fatti col culo (Donnie Darko, Minority Report) o altri ancora invece belli (molti altri nomi che hai fatto). Fight Club, se si legge il libro, di dickiano non ha nulla.
      Infine, il cyberpunk. Che e’ ormai una stagione conclusa da oltre vent’anni, eppure se ne parla come se fosse in pieno svolgimento. Dick ne ha anticipato alcune caratteristiche, vero… assieme a Bester, Shirley e Brunner. Che Gibson (scrittore mediocre che ha rapidamente esaurito le pochissime idee, e del cyberpunk è stato solo l’esponente più noto; come scrittore non vale un pelo di Rudy Rucker o Pat Cadigan) non ammetta il debito è normale: il debito, a conti fatti, non c’è. Gibson trasferisce il noir di Chandler in una realtà urbana miserabile, sovraffolata e ipertecnologizzata, un po’ Dick, un po’ Brunner. La sua realtà virtuale non sconfina nel paranoide o nell’inganno cognitivo o nello gnosticismo distorto, ma è puro dispositivo hardware che amplifica le potenzialità umane e si ricollega più alla sci-fi hard che all’inganno cognitivo che invece Dick esplora.
      Poi sarò strano io, ma non il minimo dubbio sulla realtà. Posso dubitare ontologicamente quanto voglio di quel platano sulla curva, ma se tiro dritto mi sa che ci rimedio una brutta fine.

      • “Poi sarò strano io, ma non il minimo dubbio sulla realtà. Posso dubitare ontologicamente quanto voglio di quel platano sulla curva, ma se tiro dritto mi sa che ci rimedio una brutta fine”

        Questa però è una questione non così semplice. La si può affrontare in due modi, anche complementari.

        (divago un po’)

        Il primo è il tuo, pragmatico.

        Il secondo rimanda al (uh) noumeno di Kant, o qualcosa del genere. Credo non sia più possibile considerare un vaneggiamento privo di sostanza l’affermazione che i sensi sono limitati. Ci sono colori che non vediamo, ci sono suoni che non percepiamo, ci sono illusioni che il nostro cervello ci fornisce di continuo, illusioni che divengono palesi – e che ci sorprendono incredibilmente – nel momento in cui la materia cerebrale viene in qualche modo lesionata. Questi sensi ci danno “solo” un punto di vista fornitoci dell’evoluzione su questo pianeta, solo un utilissimo punto di vista, questo credo sia innegabile: la rana ne ha un altro, così come i pipistrelli, così come l’alieno che abita in M45.

        Il modo pragmatico di affrontare la realtà funziona e personalmente mi convince. Del resto, pur essendo scettico sulla questione del libero arbitrio, mi comporto – naturalmente – come se ciò che faccio dipendesse davvero dalla mia libera volontà. Ma esiste anche l’ “inganno cognitivo” a cui accennavo sopra. Possiamo fregarcene e vivere sereni o possiamo specularci su, comunque consapevoli che il nostro interesse non porterà a nessun risultato pratico.

        • Certo, il fatto che i sensi siano limitati è oggettivo. Ultrasuoni, infrasuoni, ultravioletti, infrarossi, tipi di sensi che hanno gli animali e noi no etc. etc. Si tratta però di informazione incompleta per insufficienza di mezzi, non che un giorno mi sveglio e la pastiglia Neo segui il coniglio bianco muoviti testa di cazzo.
          Il fatto che, come dici tu, “il nostro interesse non porterà a nessun risultato pratico” mi porta automaticamente a bollare irrilevanti tutti questi tipi di problemi. Se il mondo è di complessità n, non vedo il motivo per cui dovrei modificare il mio comportamento forzando contro ogni evidenza la complessità a n+1.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...