In giro per l’Europa con Bill Bryson

Bill Bryson è noto al mondo là fuori soprattutto per i suoi divertenti libri di viaggio, ma di lui fino a qualche giorno fa avevo letto solo il buon Breve storia di (quasi) tutto, che rappresenta una sua personalissima introduzione alle più disparate tematiche scientifiche.

Questa settimana ho affrontato Una città o l’altra, uno dei suoi celebri libri di viaggio. Qui Bryson racconta in maniera spesso divertente di un suo girovagare per l’Europa risalente ai primi anni ’90. Si tratta di un viaggio che lo scrittore americano (ora residente in Inghilterra) ha compiuto nel tentativo di riacciuffare i ricordi di un’altra esperienza simile sperimentata in gioventù, quando venne in Europa assieme all’amico Katz.

Ho appreso che si tratta di uno dei primi libri di Bryson, e la voglia di strafare e di andare sopra le righe – tipica di chi deve dimostrare al mondo quant’è bravo – è palese. Tra i commenti che ho trovato su Anobii mi sento di fidarmi di questo (di lui):

Non ho mai scritto una parola su di lui, ma Bill Bryson è da qualche anno uno dei miei scrittori preferiti. E’ ironico come ora mi veda costretto a scriverne male. Una città o l’altra è il diario di un’avventura tipicamente Brysoniana: lui che prende zaino e traveler’s cheque e a bordo di un qualsiasi mezzo di locomozione viaggia abbastanza casualmente. Il terreno su cui si muove è l’Europa, da Hammerfest ovvero l’estrema punta nordica dell’Europa a Istanbul, passando per Austria, Francia, Italia, Bulgaria, Svizzera eccetera. La delusione è facilmente spiegata: questo è cronologicamente uno dei primissimi libri di Bryson, in cui è palese la poca praticità nel comporre un racconto sensato e interessante. Dopo qualche capitolo il libro si riduce ad un mero elenco di attività, condite qui e lì con l’ironia caratteristica di Bryson che però non riesce a trovare il giusto sfogo. Ciò che mi ha stupito di più è scoprire che anche Bryson è (anzi, era) affetto da quel terribile morbo debilitante che colpisce i turisti americani fuori dai loro confini: la stupidità. Per ogni paese e città visitati ci troviamo di fronte a una serie infinita e nauseante di luoghi comuni e osservazioni al limite del razzista. Sia chiaro che io adoro Bryson e so che questo fa parte del suo fascino, ma nei suoi successivi lavori tutte queste caratteristiche sono ampiamente diluite e perciò divertono; in questo suo quasi-primo lavoro invece fanno la parte del leone.

Probabilmente queste parole inquadrano il libro molto meglio di quanto possa fare io.

Comunque, difetti a parte e superato lo scoglio delle forzatissime pagine iniziali, io l’ho trovato abbastanza piacevole. Probabilmente perché mi ha fatto pensare a un sacco di posti che ho visitato, alle stazioni e agli aeroporti in cui ho dormito, alle piazze in cui ho mangiato un panino, ad Amsterdam e Stoccolma, alla pioggia di Bruxelles – quanta ne presi -, allo Strøget di Copenaghen e, soprattutto, mi ha fatto ricordare – mi ha risvegliato – quel brivido folle che ti assale quando ti trovi da solo a camminare in una città sconosciuta e piena di possibilità. Quel momento, voglio dire, in cui ti pare d’essere il padrone del mondo, quell’attimo in cui tutto può davvero succedere. Ragazzi, non c’è niente di più esaltante.

Al di là della qualità del libro, oggettivamente non eccelsa, è stato proprio il racconto dell’esperienza del viaggio in solitudine ad avermi particolarmente appassionato. Viaggiare da soli è certo meno divertente che in compagnia, ma ha anche i suoi lati positivi (zero compromessi, per dire) e presenta situazioni aneddotiche – buffe, dolorose, paradossali, costose – che non potrai non portarti dietro fino alla tomba. Gli stessi libri che ti troverai a leggere in viaggio avranno in futuro un altro significato per te. Stesso dicasi per la musica ascoltata. In passato ho avuto un paio d’esperienze in tal senso (un’estate in particolare ho fatto Milano – Bruxelles – Stoccolma – Londra – Dublino – Valencia – Barcellona – Genova spostandomi solo con voli low cost e, alla fine, prendendo un traghetto per tornare in Italia) e quando Bryson racconta le sue vicende, i suoi timori, i suoi tentennamenti e i suoi momenti d’euforia, m’è sembrato di essere lì con lui. Perché anche io avevo sperimentato lo stesso: scendere alla stazione sbagliata e bestemmiare per mezz’ora, viaggiare per ore su autobus scalcinati e pieni di gente, perdere una coincidenza, bere birra in mezzo a stranieri in compagnia di un libro, sedersi su una panchina di fronte a uno splendido panorama e pensare che, sì, alla fine poteva anche andarti peggio. Cose così. Cose da raccontare.

Da questo punto di vista – come classica chiave che apre il classico cassetto dei ricordi – il libro di Bryson per me è stato un successone. Motivi, si è capito, strettamente personali. Per questo credo che non passerà molto tempo prima che ne legga un altro da lui pubblicato. Magari, chissà, proprio durante il prossimo viaggio.

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11 pensieri su “In giro per l’Europa con Bill Bryson

  1. Grazie per la segnalazione.
    Non conosco questo autore, però da quello che dici penso che potrebbe interessarmi, essendo io una viaggiatrice nel profondo dell’anima ed immaginando sempre – letteralmente – ad occhi aperti, di stare in mille luoghi diversi al tempo stesso.
    L’Europa poi è così ricca di diversità, di sfumature, di sfaccettature che davvero vale la pena girarla tutta, anche senza mète prestabilite, anche mettendo in conto di perdersi (sarò banale, ma hai notato che è proprio quando capita di perdersi che si finisce con lo scovare i posti più interessanti?).
    Non ho mai sperimentato il viaggiare da sola. Sono una che ha bisogno di condividere. Il numero perfetto per me è in due.
    C’è da dire che in perfetta solitudine viaggio spesso con la mente :-DDD

    • Concordo sul viaggiare ‘a caso’, con la possibilità di perdersi. Uno dei libri che ha cambiato la mia visione del viaggio è “Conoscerete la nostra velocità” di Dave Eggers. Che, tra l’altro, mi ha anche fatto venire una voglia matta di andare in Africa.

      La verità è che non riesco (ancora?) a concepire come una vacanza debba essere rilassante e programmata, ma la vedo più come un confrontarmi con situazioni nuove, sempre. Situazioni non sempre piacevoli (tipo, che so, trovarsi a dormire per terra in aeroporto o vagare a mezzanotte per Dublino – sotto la pioggia – senza aver un posto dove dormire e asciugarsi) ma che di sicuro non dimenticherai facilmente.

      Mi trovo d’accordo con la filosofia di Pirsig, che ne ‘Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” dice:

      “Ho cercato di dormire ancora un po’, ma sentendo cantare un gallo mi sono reso conto che siamo in vacanza, e quindi
      dormire non ha senso” (segnalo che qui http://www.scribd.com/doc/48244028/lo-zen-e-l-arte-della-manutenzione-della-motocicletta-Robert-Pirsig si trova l’intero libro)

      Non per niente amo svegliarmi presto quando sto girando all’estero, per cominciare il prima possibile a conoscere la nuova città.

      • Eh sì, sono d’accordissimo con te.
        Peraltro a me non piace proprio il termine “vacanza”, preferisco quello di “viaggio”. Che non necessariamente implica uno spostarsi chissà quanto lontano da casa, anche il tragitto casa-lavoro, se vissuto secondo una determinata ottica, può diventare un viaggio. Il viaggiare è uno stato mentale, prima ancora che fisico. Solo riuscendo a fare proprio questo stato d’animo si potrà poi riuscire a godere del viaggio vero e proprio, questa volta inteso come peregrinare in un paese diverso dal proprio.

        Oggi poi, con tutti questi viaggi programmati nel dettaglio che vengono venduti come pacchetti già belli e pronti nelle agenzie, si è perso completamente il gusto dell’imprevisto, che invece è quello che arricchisce e dà valore alle esperienze.

        A me già l’idea di partire mette un’euforia immensa addosso. Guarda, anche solo il parlarne ;-)

        Anche io amo alzarmi presto quando mi trovo all’estero e considerato che di norma adoro dormire, è molto significativo di quanto invece sia entusiasta e curiosa di scoprire un posto nuovo. E poi mi piace tanto camminare, girare i posti nuovi a piedi. Mi sembra che solo girando a piedi io possa davvero riuscire a penetrarli, a comprenderli, aspirandone gli odori, catturandone i colori, i rumori ecc.. Bè, anche le metropolitane mi piacciono a dire il vero, per lo stesso motivo.

        Non ho mai letto “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, ma ne ho sentito molto parlare, quindi ti ringrazio per il link. Ho sentito anche parlare di Dave Eggers, ma anche lui non lo conosco.
        Sto facendo una lista di tutti i libri che vorrei comprare e di cui prendo nota nei vari blog, mi sa che la prossima volta che entrerò in una libreria dovrò portarmi dietro un trolley per caricare tutti i libri che acquisterò :-DDD

        In Africa vorrei tanto andarci anche io. E in un sacco di altri posti. A dire il vero non esiste un posto in cui non vorrei andare.

        No

        • P.S.:
          se ti piace Londra, ti consiglio un libro di Mario Maffi, dal titolo – appunto – “Londra – ritratto di una città”, edizioni Odoya; è una sorta di mappa della città però realizzata seguendo vari percorsi narrativi (letterari, musicali, personali dell’autore, storici, architettonici, sotterranei ecc.). Quello che ne viene fuori è un ritratto inedito della città, perché combinato secondo appunti queste varie prospettive. Ovviamente prospettive sicuramente personali dell’autore, ossia lui indica i luoghi ed i percorsi che sono stati innanzitutto significativi per lui, magari perché teatro di esperienze che vi ha vissuto personalmente, ma anche significativi sotto il profilo storico. Interessante.

          • Grazie per la segnalazione, prendo nota. Londra mi piace – ci ho anche vissuto qualche mese. Sulla città fino ad oggi ho letto un solo libro, quello – il best seller – di Augias. Che della città in sé parla poco, in verità, ma che mi piacque parecchio.

  2. Ho letto alcuni libri di Bryson e lo trovo interessante e divertente. “Notizie da un’isoletta”, per esempio, è molto simpatico.
    Viaggio da sola e in compagnia: c’è il pro e il contro in entrambi i casi, quindi mi adatto e ripeto volentieri entrambe le esperienze…basta andare in giro!

    • Infatti stavo valutando quale altro libro di Bryson prendere… speravo avesse scritto qualcos’altro sul vagare in Europa, ma a quanto pare no. Potrei andare proprio su “Notizie dall’isoletta”, grazie per il suggerimento.

  3. …quel brivido folle che ti assale quando ti trovi da solo a camminare in una città sconosciuta e piena di possibilità. Quel momento, voglio dire, in cui ti pare d’essere il padrone del mondo, quell’attimo in cui tutto può davvero succedere. Ragazzi, non c’è niente di più esaltante.

    Amen.

    Quanto mi manca quel momento. Da quando ho messo su famiglia è sempre più difficile inseguire attimi come quelli che descrivi.

    Mi sa che Bryson lo dovrò leggere anch’io…

    • Immagino che l’avere dei bambini/ragazzi a cui le trasmettere le vecchie esperienze sia però lo stesso gratificante (ok, è un’ovvietà, lo so :D). Anche se è naturalmente una cosa del tutto diversa.

      (Qualche settimana fa ho dovuto intrattenere i bambini che alleno (hanno circa 10 anni) tra una partita e l’altra, in uno di quei tornei che durano tutto il giorno. Non sapendo di cosa parlare con loro, ho buttato lì diversi argomenti, tra i quali la geografia, e ogni volta che si andava a parlare di una città che avevo visitato ci infilavo qualche informazione acquisita personalmente, cercando di colorare i racconti con qualche esperienza personale. Sembra che la cosa sia loro piaciuta)

      Per quanto riguarda Bryson – come detto nel post – credo sia meglio iniziare da qualche altro libro: tutti più o meno la pensano allo stesso modo. Leggerò qualcosa nei prossimi giorni per vedere se hanno ragione.

  4. Io credo che i bambini adorino le storie, tutto sta nel sapergliele raccontare con la dovuta partecipazione. Il tocco personale in questo caso è tutto.

    Ho dato un’occhiata a cosa ci fosse disponibile di Bryson.
    Credo mi leggerò “Una passeggiata nei boschi”, che un bel viaggio a piedi di qualche settimana tra boschi e montagne è un mio vecchio sogno…

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