La coscienza è un trucco di magia

Think & Act III, di Beatrice Calastrini (www.behance.net/)

Sto leggendo Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il mistero del libero arbitrio, raccolta di saggi che, a partire dal noto esperimento di Libet e da successivi studi – ancora più eclatanti, cerca di analizzare la questione del libero arbitrio sotto una molteplicità di punti di vista.

Il libro è molto stimolante e profondo, talvolta assai complesso. Per il momento sono rimasto in particolare colpito dal saggio di Daniel M. Wegner, nel quale in un paio di paragrafi l’autore propone una metafora davvero vivida dell’illusione del nostro libero volere. Ecco qualche estratto:

Qualunque mago può raccontare il segreto di un’illusione efficace: l’illusionista deve creare un evento meraviglioso, apparentemente magico, nel modo più semplice e immediato, capace di mascherare quelli che sono in realtà eventi del tutto ordinari. […] gli spettacoli di magia comprendono una sequenza causale percepita, l’insieme degli eventi che sembrano accadere, e una sequenza causale reale, l’insieme degli eventi che il mago ha preparato dietro la scena. La sequenza percepita è ciò che produce il trucco. Le leggi di natura sono infrante a casaccio quando le persone vengono segate a metà o quando uccelli, fazzoletti, conigli, bacchette e quant’altro compaiono dal nulla e nel nulla scompaiono, o si trasformano l’uno nell’altro per poi tornare se stessi.

La sequenza reale è molto più complessa o inattesa dell’illusione, ma molti degli eventi reali non vengono percepiti. Il mago ha bisogno di tasche speciali, arredi di scena o altro equipaggiamento e sviluppa stratagemmi per sviare l’attenzione del pubblico dalla sequenza reale. Alla fine il pubblico osserva qualcosa che appare semplice, ma che in effetti, per essere realizzato, ha bisogno di sforzo, preparazione, pratica e immaginazione notevoli da parte del mago. La graziosa assistente in abito trasparente che sembra fluttuare sdraiata nell’aria durante l’illusione della levitazione è in realtà sostenuta da un martinetto pneumatico che regge 275 kg, nascosto dietro un sipario accuratamente mascherato. E’ la stessa semplicità della sequenza illusoria, la sintesi abbreviata che circonda tutta la fatica del povero mago, a rendere il trucco così convincente: la ragazza levita. L’illusione della volontà cosciente avviene in gran parte con la stessa tecnica (Wegner 2003a).

La sequenza causale reale che soggiace al comportamento umano coinvolge un insieme enormemente complicato di meccanismi. […] Ciascuna delle nostre azioni è davvero il culmine di un intricato insieme di processi fisici e mentali, che comprendono meccanismi psicologici corrispondenti al tradizionale concetto di volontà, in quanto coinvolgono legami tra i nostri pensieri e le nostre azioni. Questa è la volontà empirica. Tuttavia, non la vediamo. Accettiamo facilmente, invece, la spiegazione molto più semplice del comportamento che le nostre menti di novelli Houdini ci presentano: pensiamo di essere noi a produrlo.

Lo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke ha affermato che <<qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia>> (Clarke, 1973, p. 21). Clarke voleva riferirsi alle fantastiche invenzioni che potremmo realizzare in futuro o che potremmo scoprire se dovessimo viaggiare fino a raggiungere civiltà avanzate. Ma l’intuizione si applica anche all’autopercezione. Quando rivolgiamo l’attenzione alla nostra mente, scopriamo all’improvviso di poter comprendere una tecnologia eccezionalmente avanzata. Forse non riusciamo a conoscere l’enorme numero di influenze meccanicistiche sul nostro comportamento (tanto meno tenerne traccia), perché abbiamo la fortuna di abitare alcune macchine straordinariamente complicate. Sviluppiamo così un’abbreviazione, una credenza nell’efficacia causale dei nostri pensieri coscienti. Crediamo nella magia della nostra agentività causale.

La mente crea questa illusione continua perché davvero non sa che cosa causi le sue azioni. Qualunque volontà empirica stia rombando nel locale motori – una relazione effettiva tra pensiero e azione – potrebbe risultare totalmente imperscrutabile alla nostra mente cosciente. La mente ha un meccanismo di autospiegazione che produce una sensazione abbastanza continua secondo cui ciò che è nella coscienza costituisce la causa dell’azione – la volontà fenomenica – mentre in effetti la mente non può mai davvero conoscere se stessa da essere in grado di dire quali siano le cause delle sue azioni. Per citare lo Spinoza dell’Etica: <<Gli uomini si ingannano nel ritenersi liberi, e questa opinione consiste solo in questo, che essi sono consapevoli delle loro azioni ma sono ignari delle cause da cui sono determinati. Questa è dunque la loro idea di libertà, dal momento che non conoscono alcuna causa delle loro azioni>> (Spinoza, 1677). In un linguaggio più vicino a noi, Minsky dice: <<A nessuno di noi piace l’idea che ciò che facciamo dipenda da processi che non conosciamo; preferiamo attribuire le nostre scelte a volizione, volontà o autocontrollo […] Forse sarebbe più onesto dire: “La mia decisione è stata determinata da forze interne che non comprendo“>> (Minsky, 1985, p. 306).

Causazione mentale apparente

Immaginate per un momento che, grazie a qualche processo magico, possiate sempre sapere quando un determinato ramo si muoverà a causa del vento. Appena prima che si muova, sapete che si muoverà, in quale direzione e in che modo. Non solo lo sapete, ma immaginate che lo stesso potere magico vi garantisca che vi capiti di pensare al ramo appena prima che si muova. Voi guardate e, non appena vi rendete conto che sta per muoversi, ecco: il ramo si muove. In questa situazione immaginaria, potreste alla fine arrivare a pensare che siate voi a causare in qualche modo il movimento. Vi sembrerebbe di essere la sorgente dell’azione del ramo lontano, l’agente che vuole che esso si muova. La sensazione di muovere il ramo emerge nello stesso modo in cui si ha la sensazione di compiere qualunque azione a distanza. Tutto ciò che appare necessario è un’adeguata conoscenza anticipata dell’azione. Infatti, con una congrua previsione è difficile non concludere che si sia compiuta l’azione e la sensazione di compierla sgorga in proporzione diretta della percezione che idee rilevanti siano entrate nella mente prima dell’azione […]

[La teoria di Wegner dice che] tendiamo a vederci come gli autori di un atto quando abbiamo, con un adeguato anticipo, l’esperienza di pensieri rilevanti sull’atto stesso e possiamo quindi inferire che il nostro processo mentale abbia messo in moto l’azione […].

[…] la volontà viene sperimentata come risultato di un’interpretazione del legame apparente tra i pensieri coscienti che sembrano associati all’azione e la natura dell’azione osservata. La volontà è esperita come il risultato di una causazione mentale apparente autopercepita.

Se Wegner si schiera dalla parte di coloro i quali non ritengono si possa sostenere che l’uomo è dotato di libero arbitrio (nell’accezione più comune del termine), diversi scienziati all’interno dello stesso libro propongono teorie contrarie che tendono, invece, a ribadire con forza come non possiamo non avere un controllo almeno parziale delle nostre azioni.

Influenzato da diverse letture compiute l’anno scorso (1, 2, 3 e così via), anche io ho alla fine maturato una mia idea sulla questione, ed è forse questa convinzione a influenzare il mio approccio alla lettura del libro. Come Hofstadter, anche io non credo si possa dire che la nostra volontà è libera. In un mondo materialistico in cui non c’è soluzione di continuità tra l’ambiente e me, in un mondo in cui siamo fatti di sola – ben organizzata – materia (e nessuno ha prove del contrario), non vedo come io possa avere minima libertà di scelta – dal momento che la mia scelta, qualunque essa sia, è solo il prodotto finale di un’infinita e imponderabile serie di micro-cause fisiche (alla resa dei conti sono fisiche anche le cause ambientali, biologiche, neurologiche, etc etc). Non vedo alternative valide a questo modo di pensare che non sconfinino nella magia/metafisica/misticismo.

Proprio a causa di questo mio convincimento – risultato di letture e riflessioni – trovo un po’ forzate molte delle obiezioni che vengono fatte nei confronti di chi nega la possibilità del libero volere. L’impressione che emerge dalla lettura del libro è che molti scienziati/filosofi filo-arbitrio costruiscano ipotesi ad hoc solo per salvare quella che potremmo chiamare ‘speciale dignità umana‘. Dal momento che per loro sarebbe triste e degradante immaginarci come automi in mano a infinite cause perlopiù sconosciute, essi cercano di aggiustare le proprie congetture in maniera tale da riservare alla coscienza almeno un piccolo ruolo all’interno del processo decisionale. Vogliono, insomma, sentirsi a tutti i costi padroni delle proprie azioni.

In tal senso c’è un’idea, elaborata da questi ultimi, la quale sembra perfetta per mettere teoricamente tutti d’accordo: quella del libero veto. Essa suggerisce che sì, come hanno sottolineato alcuni esperimenti, le nostre decisioni avvengono tutte nel pre-conscio. Ma poi, sostengono questi studiosi, tali decisioni noi abbiamo la possibilità di frenarle. Siamo liberi di non accettarle. Abbiamo la libertà di scartarle.

Suona bene, no? Botte piena e moglie ubriaca.

Peccato che, invece, questa teoria non risolva proprio nulla. Peggio: forse complica ancora di più la questione. Come avviene, infatti, il processo di decisione che porta al veto? Come può essere cosciente? E perché solo lui e gli altri no? Posso scartare l’idea dello scartare? E poi, ancora, decidere di bloccare una decisione non è essa stessa una decisione?

Se è vero che nel libro ci sono anche alcune obiezioni pertinenti, tendo a trovare molto più convincenti gli scritti contrari all’idea del libero arbitrio. Forse perché non sento, contrariamente a molti, la necessità di difendere questa tanto cara ‘speciale dignità umana’. Anzi, se devo dirla tutta, aggiungo che non trovo niente di particolarmente poco dignitoso nel pensare di essere qui a scrivere solo a causa di una pazzesca somma di minuscole cause. Trovo l’idea, lo ammetto, terribilmente affascinante.

Di certo c’è che questa prospettiva non intacca – né nel bene né nel male – la mia vita quotidiana, dal momento che non c’è alternativa al raccontarsi questa utile frottola del libero volere.

Questo trucco, voglio dire, ci permette di vivere la vita che conosciamo e per la quale siamo stati selezionati dall’evoluzione. Non credo che sapremmo immaginarne di diverse.

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12 pensieri su “La coscienza è un trucco di magia

  1. Quello del libro arbitrio è forse uno dei dogmi più tenaci. Se non abbiamo libero arbitrio, le nostre tanto vantate capcità cognitive superiori (rispetto agli altri animali) vengono notevolmente ridimensionate, il nostro essere viventi diventa un po’ meno importante, la differenza fra uomo, macchina o animale si assottiglia. Una bella batosta per il nostro (illusorio?) ego! :)
    Non avevo ancora sentito parlare di “libero veto”, ma come scrivi anche tu, mi sembra una posizione comoda, ma superflua, una complicazione in più che si può rimuovere facilmente con una rasoiata.

    • In realtà anche Dennett alla fine di “Coscienza” parla di qualcosa di molto simile al ‘libero veto’ ed è un po’ la sua maniera (poco convincente) per salvare una parvenza di libero arbitrio. Ricordo che alla fine di ‘Anelli nell’io’ Hofstadter dice qualcosa come ‘alla fine c’è davvero qualcosa sul quale sono in disaccordo col mio amico Dennett: la questione del libero arbitrio”.

  2. Credo che la difficoltà che abbiamo nell’accettare l’ipotesi di non avere il libero arbitrio dipenda in gran parte dalla paura di dover un giorno trovarci a compiere scelte che ci ripugnano sotto il profilo etico: penso, ad esempio, all’atto di uccidere. A noi tutti piace credere che non lo faremmo mai, che non potremmo mai diventare assassini e questo semplicemente perché NON ci piace, perchè NON lo vorremmo, perché il solo pensiero di poter commettere un’azione così spregevole ci ripugna.
    Io sono piuttosto propensa a credere che oltre ai fattori biologici deterministici, ci siano anche dei condizionamenti in divenire (in divenire, ossia non dati una volta per tutte, ma modificabili a seconda del contesto situazionale, culturale ecc.) che riescono – in qualche maniera – a rendere gestibile quello che definiamo “volere”. O meglio, non si tratterebbe tanto di una vera e propria volontà, ma di una certa “preveggenza” derivata dall’esperienza che è possibile imparare a controllare.

    Ovviamente quello che piace a me credere è solo… appunto, quello che vorrei credere. E quindi del tutto irrilevante.

    Mi pare però che, come riporti anche tu dai vari saggi che hai letto, sia cosa abbastanza improbabile, quella di arrivare a comprendere il funzionamento della nostra mente nei dettagli. Mi accontenterei quindi di imparare a farla funzionare a dovere ;-) (un po’ alla maniera di come riesco ad usare il pc, pur essendo del tutto incapace di comprenderne la progettazione e la programmazione, se non a grandi linee) :-D
    E del resto un computer può comprendere il proprio funzionamento?

    • “Io sono piuttosto propensa a credere che oltre ai fattori biologici deterministici, ci siano anche dei condizionamenti in divenire (in divenire, ossia non dati una volta per tutte, ma modificabili a seconda del contesto situazionale, culturale ecc.) che riescono – in qualche maniera – a rendere gestibile quello che definiamo “volere””

      Be’, sì! :) Non mi sognerei mai di dire che siamo solo stantia biologia o rigido DNA. Le esperienze che facciamo – gli stimoli che incontriamo – plasmano senza dubbio il nostro comportamento, lasciano ‘simboli’ nel nostro cervello e lo modificano, cosicché in futuro saprà agire in modo diverso e magari più adattivo.


      “O meglio, non si tratterebbe tanto di una vera e propria volontà, ma di una certa “preveggenza” derivata dall’esperienza che è possibile imparare a controllare”

      Il problema è sempre capire come si fa controllare coscientemente. Alla base c’è sempre un’organizzazione di neuroni che si accendono e si spengono – a meno di non credere ad un’anima immateriale.

      “E del resto un computer può comprendere il proprio funzionamento?”

      Ci stanno lavorando, mi sa. Per il 2300 avrai la risposta :)

      (Io credo la domanda abbia una risposta teorica – sì – ma non una ‘risposta pratica’: al momento le nostre conoscenze della mente e della tecnologia non sono ancora così avanzate)

      • “Ci stanno lavorando, mi sa. Per il 2300 avrai la risposta :)

        (Io credo la domanda abbia una risposta teorica – sì – ma non una ‘risposta pratica’: al momento le nostre conoscenze della mente e della tecnologia non sono ancora così avanzate)”

        Allora mi sa che io la risposta non l’avrò mai, almeno che nel frattempo non scoprano anche una cura per vivere ben oltre i cento anni :-D

        Comunque hai ragione, probabilmente ormai lo scarto è solo tra la risposta teorica e quella pratica.

        Certo è, che la fondatezza e la divulgazione di certe scoperte rivoluzionerà completamente la concezione dell’essere umano e anche, speriamo, del posto che occupa sul pianeta, ridimensionando magari il suo ruolo antropocentrico; e speriamo anche che sparisca il suo sentimento di superiorità nei confronti degli animali, visto che oggi si basa soprattutto sul fatto che l’uomo crede di possedere un libero arbirtrio ed un’autodeterminazione che in realtà è solo il frutto di un meccanismo più complesso che, di conseguenza, dà risposte più complesse.
        E penso anche a quanto verrebbe ridimensionato il ruolo della religione che attribuisce all’animo umano chissà quali prerogative rispetto a quella degli animali (ove per “anima”, io appunto intendo il complesso meccanismo organico).
        Insomma, come ogni grande scoperta scientifica, quella riguardo il funzionamento della mente umana, porterà enormi cambiamenti e questo forse è l’aspetto a cui più mi dispiace non poter assistere.

        • “Certo è, che la fondatezza e la divulgazione di certe scoperte rivoluzionerà completamente la concezione dell’essere umano e anche, speriamo, del posto che occupa sul pianeta, ridimensionando magari il suo ruolo antropocentrico”

          Per chi non è cieco ed è un minimo curioso (non mi sto riferendo a te!), l’uomo è già ridimensionato da un bel po’. Dai tempi di Copernico, poi da quelli di Darwin, fino ad arrivare a quelli dell’astrofisica e dell’astronomia recenti (la terra è un ‘pale blue dot’) e agli studi sulla mente. Non trovo niente di deprimente in questo: anzi, mi ritengo fortunato per il fatto di essere una via tramite cui il cosmo conosce se stesso (citando Carl Sagan).

          D’altra parte penso anche se anche tutti venissimo convinti del fatto che la nostra coscienza è solo un epifenomeno, un’illusione, non potremmo cambiare stile di vita, dal momento che la nostra vita si è evoluta in *questo modo*, e non in un altro (che non sarebbe ‘vita’ come la intendiamo noi). Sto leggendo questo libro e mi accorgo di quanto sia difficile, per una mente cosciente, rendersi conto della propria inconsistenza. Siamo fatti per crederci decisivi nel mettere in atto un’azione, o nel pensare un pensiero. Sradicare questa convinzione richiede un enorme sforzo di (logica) immaginazione, e sembra che non tutti – neppure alcuni degli scienziati che hanno contribuito a scrivere il libro – siano capaci di arrivare al nocciolo del problema. Si tratta di una spiegazione che è anche difficile condividere, raccontare: il linguaggio in questi casi sembra evidenziare molti limiti e l’uso delle metafore pare avvicinarsi molto ma non abbastanza, mai abbastanza, al cuore della questione.

  3. Proviamo a fare un piccolo sforzo visionario, appendiamo l’abito delle nostre certezze e conoscenze fuori la porta, entriamo nudi nella stanza buia, accendiamo le luci e proviamo a saggiare questo spostamento di paradigma:
    L’idea di fondo potrebbe essere semplicissima, l’agente che trasforma la “possibilità” in “attualità” è la COSCIENZA (alias libero arbitrio).
    Abbiamo ora però bisogno di una piccola introduzione, utile solo a noi occidentali riduzionisti/materialisti, di fisica:
    È un dato di fatto che ogniqualvolta noi osserviamo un oggetto, vediamo un’unica disposizione attuale e non l’intero spettro delle possibilità. Pertanto, l’osservazione cosciente potrebbe essere una condizione sufficiente per il collasso dell’onda di possibilità.
    Il matematico John Von Neuman ha sostenuto decenni fa che la coscienza è una condizione necessaria per questo collasso.
    Siccome abbiamo ormai compreso che viviamo in un mondo quantistico, sappiamo che tutti gli oggetti obbediscono alla meccanica quantistica, compresa qualsiasi apparecchiatura utilizzabile per facilitare la nostra osservazione. Quando però uno strumento del genere viene utilizzato per misurare un’onda di possibilità quantiche, si crea un’onda di possibilità ancora più ampia, che include anche la macchina stessa.
    Perché inizi il processo di collasso, è necessario un agente esterno al dominio della fisica quantistica, e per il venerabile Von Neuman, padre della meccanica quantistica, non può essere che uno: “LA COSCIENZA”
    Il dibattito su questo tema si impantanò miseramente decenni fa, proprio perché in occidente il significato di coscienza è diverso (forse frainteso)
    Per il materialismo occidentale è paradossale pensare che la coscienza faccia collassare un flusso di possibilità, perché la coscienza, in quanto epifenomeno della materia (il cervello) non ha efficacia casuale.
    ED ECCO QUI LO SPOSTAMENTO DI PARADIGMA PROPOSTO:
    Se consideriamo la coscienza come auto-referente in noi (trascendenza), ciò potrebbe portare ad un cambio di modello da scienza materialistica a scienza basata sul primato della coscienza.
    In questo tipo di scienza la materia ha un’importanza casuale, ma solo fino al punto di determinare possibilità e probabilità. Sarebbe quindi la coscienza che in ultima analisi crea la realtà, perché la scelta di che cosa attualizzare, evento dopo evento, tocca a lei.
    DUNQUE LA COSCEINZA (IL NOSTRO LIBERO ARBITRIO), PUO’ IMPREGNARE LA REALTA’ CON IL SUO DISEGNO CREATIVO.
    Il mondo è solo “apparentemente” continuo, newtoniano, e materiale. In realtà è discontinuo, quantico, COSCIENTE.
    Inoltre, riflettete, una scienza di questo genere, non porterebbe ad un’autentica riconciliazione con le tradizioni spirituali?
    Una scienza in grado di includere soggettività ed oggettività… un vero cambio di paradigma.
    Questa è una sintesi di una brillante e per me convincente tesi, del professore Amit Goswami.
    Ora rimettiamoci i nostri abiti, e usciamo coperti affinché nessuno possa dire che il Re è nudo ;)
    Maxs

    • Grazie per il tuo intervento, sicuramente non banale :)
      Le mie conoscenze di fisica quantistica sono pressoché nulle (anche se, per dirla alla Woody Allen, so darla a bere in più di un’occasione) e quindi non credo di aver compreso del tutto ciò che intendi (o che intende Goswami).

      I miei dubbi riguardano sempre concetti come:

      “In questo tipo di scienza la materia ha un’importanza casuale, ma solo fino al punto di determinare possibilità e probabilità. Sarebbe quindi la coscienza che in ultima analisi crea la realtà, perché la scelta di che cosa attualizzare, evento dopo evento, tocca a lei”

      o come

      “DUNQUE LA COSCEINZA (IL NOSTRO LIBERO ARBITRIO), PUO’ IMPREGNARE LA REALTA’ CON IL SUO DISEGNO CREATIVO.”

      Non riesco a schiodarmi di dosso l’idea che la coscienza sia un prodotto finale (un effetto ‘collaterale’) della realtà, del mondo fisico, della materia. Affidargli un ruolo così decisivo nel ‘costruire’ la realtà significa, dal mio punto di vista, immaginare un mondo in cui la realtà, secondo leggi fisiche, si evolve. Se la coscienza (quella che ci sembra tale) è il risultato dell’organizzazione tutta speciale della materia, il suo operare sulla materia è solo, come dire, materia organizzatissima che lavora su altra materia. Da questo punto di vista, sì, soggettività e oggettività vanno davvero a confondersi: ma solo perché la prima è solo un ‘specchietto per le allodole’ sviluppato da alcuni animali (tra cui l’uomo) nel corso dell’evoluzione.

      Ma forse, ripeto, non ho capito a fondo ciò che intendevi (a causa di mie lacune, s’intende). :)

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