Il baco e la formica

Oh, delusions
Are meant to justify, justify the things you do
Oh, delusions
Never really qualified, qualified as an excuse

                Dredg, Pariah

L’orrenda strage norvegese compiuta, così dicono i giornali, da un “fondamentalista cristiano” (o quel che è), con i tutti i suoi risvolti, mi fa venire in mente diverse cose. Di alcune di esse son sempre stato fermamente convinto, anche perché mi paiono tutto sommato abbastanza ovvie: per esempio che (almeno) ai comuni cittadini dovrebbe essere limitato il più possibile l’accesso alle armi da fuoco. Mesi fa presi una discussione con un conoscente il quale, di fronte a questa mia convinzione, ribatteva che secondo lui se uno vuole uccidere qualcun altro può farlo anche con un coltello. Quindi, sempre secondo lui, impedire che la gente giri per strada con una pistola o un fucile non risolve nessun tipo di problema. Purtroppo stragi come quella di Utoya – o come altre avvenute in passato soprattutto negli Stati Uniti – dimostrano chiaramente il contrario. La possibilità di uccidere a distanza, propria delle armi da fuoco, è ovviamente decisiva sul numero di morti che un singolo può causare in breve tempo. Leggo proprio adesso che il folle norvegese fosse in possesso di armi regolarmente registrate.

Questa vicenda mi ha fatto inoltre ripensare ad alcune pagine scritte da Dawkins, in special modo quelle in cui racconta la storia di alcuni fondamentalisti cristiani che uccisero un dottore in quanto colpevole di aver effettuato aborti. Dietro a gesti simili – in cui si ammazza per un’idea – c’è sicuramente una buona dose di follia (qualunque cosa voglia la parola voglia dire), ma il fatto che la strage avvenuta in Norvegia fosse stata pianificata con largo anticipo non può non far concludere che sia stata causata anche e soprattutto da motivazioni profonde di matrice ideologica.

Le ideologie sono per i cervelli semplici quanto di più comodo essi possano trovare in circolazione: spiegano tutto, hanno risposte pronte, propongono modelli internamente coerenti e hanno obiettivi dipinti con i più affascinanti e falsi dei colori. Purtroppo le ideologie (comunismo, fascismo, razzismo, marxismo, complottismo e religioni organizzate varie) sono stupide proprio perché forniscono un modello della realtà che non è congruente con quello che è il mondo là fuori al giorno d’oggi. Talvolta tale discrepanza può essere vissuta in maniera dolorosa. Il rendersi conto della distanza tra l’ideologia e la vera realtà – due concetti che non finiranno mai per coincidere – può nelle menti più deboli suscitare infatti una frustrazione tale da spingere ai gesti più estremi e pericolosi. Le folli azioni nascono nel momento in cui il soggetto si rende conto che per la realizzazione dell’utopia (si noti l’ossimoro), il Dio onnipotente, tutto è tranquillamente sacrificabile. Compresi gli altri individui. Compreso te stesso.

La vita – l’unica cosa di cui si è davvero certi – non conta nulla. C’è un qualche paradiso da conquistare. O degli altissimi ideali da perseguire. Costi quel che costi.

(e qui non posso non ricordare The pariah, the parrot, the delusion dei Dredg: to sacrifice oneself never made sense to me/ Cause life is really the only and last gift we’ve all received/ Some will waste it in the name of something you can’t see/ Continually defeat the purpose of that something creating).

Altra cosa a cui questo fatto di cronaca mi ha fatto pensare, quest’esemplare lezione di Dennett:

http://ted.com/talks/view/id/116

(se ne parla anche in questo articolo)

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24 pensieri su “Il baco e la formica

  1. Completamente d’accordo con tutto ciò che hai scritto.
    Curioso poi come tutta la stampa di orientamento cattolico abbia abilmente sorvolato o minimizzato il fatto che l’esecutore della strage sia un fondamentalista cristiano. Pensa invece cosa avrebbero scritto se fosse stato un islamico. Perché, al di là dell’assurdità del seguire un’ideologia – qualsiasi – o religione che sia, c’è anche da aggiungerci tutta la disonestà mentale tipica di chi vuole a tutti costi far prevalere la propria idea e farla passare come verità unica ed assoluta. Il che è molto tipico dei fondamentalisti religiosi (e delle dittature).
    Ed il paradosso evidente è proprio nel fatto che avrebbero la pretesa di agire e di uccidere nel nome della vita e dell’amore per tutto il creato.
    Bell’esempio di carità cristiana, di tolleranza e di rispetto per la vita! :-D

  2. “un modello della realtà che non è congruente con quello che è il mondo là fuori al giorno d’oggi. Talvolta tale discrepanza può essere vissuta in maniera dolorosa. Il rendersi conto della distanza tra l’ideologia e la vera realtà – due concetti che non finiranno mai per coincidere – può nelle menti più deboli suscitare infatti una frustrazione tale da spingere ai gesti più estremi e pericolosi.”

    Questo sembra anche descrivere quello che percepiamo nelle persone che riteniamo folli. Penso che consideriamo folle una persona la cui rappresentazione della realtà differisce da quella che hanno la maggior parte delle altre persone, quella comunemente accettata in un preciso luogo e tempo.
    Persone come lui, in tempi passati, non sarebbero stati considerati folli. Ma la “sanità mentale”, sembra evolversi in modo quasi darwiniano. Chi non è ha una rappresentazione adatta al qui ed ora, viene considerato folle. La pericolosità che percepiamo nel folle, penso, nasce alla nostra incapacità di poter prevedere le sue azioni ed i suoi pensieri, perché essi poggiano su rappresentazioni molto diverse da quelle che fanno da base ai nostri. Abbiamo difficoltà ad anticiparlo, a prevederlo, quindi lo riteniamo pericoloso. Ed infatti non c’è nulla che gli impedisca di diventarlo, perché tutto è costruito per lavorare e prevedere schemi che non sono i suoi. Talvolta, vengono messe in atto, da persone “savie”, delle strategie per poter gestire ciò che viene considerato folle, ed ovviamente queste strategie, agli altri sani, appaiono anch’esse folli. Guerre preventive, controlli a tappeto su tutta la popolazione, panopticon globale. Forse dovremmo imparare a conoscere e gestire la follia?
    (flusso di pensieri delle 1:51… mo’ vado a dormire :) )

    • @ masque

      Le tue riflessioni sono interessanti, però vorrei porre l’attenzione su una cosa:
      non si può dare una definizione di “follia” così generica, altrimenti si rischia di conferirle un’aura romantica senza tener conto dell’aspetto patologico.

      E’ sbagliato infatti parlare proprio di “follia”, in quanto il termine ha una connotazione molto vaga. Sarebbe più corretto parlare di malattia, anzi, di malattiE.

      Gli psicotici, gli schizofrenici, lasciati in balia della loro patologia (che può essere benissimo tenuta quantomeno sottocontrollo se non curata), possono divenire persone molto pericolose. Non si tratta di avere una visione incongruente della realtà, ma di essere ossessionati da un’idea fissa (o da più idee) attraverso le quali si costruisce ed alimenta un’architettura del mondo e della realtà ben precisa, che non ha in alcun modo ragione di essere. Si può arrivare a sentire delle voci che dicono cosa si deve fare; interpretare la lettura di un giornale come se ogni singola parola facesse riferimento alla propria persona (tramite anagrammi o trasliterrazioni); arrivare ad interpretare ogni gesto, movimento, parola del prossimo (anche degli sconosciuti) sempre in riferimento alla propria persona; pensieri di complottismo spinti all’estremo, manie di persecuzione, idee fisse, convinzione di essere seguiti, ascoltati ecc., sono tutte sintomatologie molto gravi, le quali, se non curate, possono sfociare nel delirio e nell’organizzazione di piani violenti, o, più, in generale nella violenza. E ci sarebbe tantissimo altro da aggiungere.

      Credimi, non è letteratura o materiale da film, ne ho conosciute di persone così.

      Per questo dico che non si può palare di “follia” in maniera generica, come se semplicemente essa fosse solo uno stato di disadattamento dal mondo e dalla realtà.

      Molti fanatici religiosi, sono invero persone parecchio malate. Convincersi di sentire la voce di Dio, giungere ad interpretare fatti o eventi come fossero manifestazioni di grazie ricevute, di miracoli o indicazioni su come comportarsi, cosa fare, cosa dire, sono sintomi gravissimi; che invece troppo spesso vengono sottovalutati. Da non confondersi ovviamente con chi segue una religione solo in virtù del risultato di un indottrinamento ricevuto.

      Il compito della società (familiari, amici, strutture sanitarie adibite e ben gestite) è quello di rendersi conto e di non sottovalutare alcuni sintomi, quindi di curarli; accettarli semplicemente come una “stranezza” o “particolare visione del mondo e della realtà che differisce da quella comunemente accettata” sarebbe, questa sì, una follia.

      Trovo inoltre che oggi, rispetto al passato, e specialmente su internet – che ormai è diventato, tra le altre cose, un serbatoio di violenza verbale – si tenda a tollerare espressioni e dichiarazioni di violenza come fossero piccoli sfoghi normali. A me la violenza verbale fa paura almeno quanto quella fisica, in quanto significa incapacità di gestire le proprie emozioni; invece spesso, ripeto, proprio su internet, trovo manifestazioni di rabbia incontrollata che, secondo me, sono troppo sottovalutate proprio perché si pensa che tanto ci sia uno schermo a poterci riparare. Ma poi, fuori, come si comportano queste persone? E’ un discorso complesso, e certamente non tutti quelli che urlano ed augurano la morte a qualcuno dietro lo schermo di un pc poi risultano persone davvero pericolose, ma è un fenomeno nuovo da non sottovalutare, quello della violenza verbale internettiana.

      • Tutte gli esempi che hai scritto, possono essere considerati come rappresentazioni incoerenti della realtà. La coerenza è misurata fra la loro rappresentazione e quella della maggior parte delle persone (la quale si basa, tra l’altro, su misurazioni e teorie che vengono comunemente considerate oggettive. mi riferisco alle scienze), considerata normale.
        Viene considerato malattia, tutto ciò che causa male alla persona. Queste persone, possono avere male. La frustrazione di cui parlava Gianluca è infatti un male, i tentativi di eliminare questa frustrazione, possono causare male agli altri.
        Certamente, un povero malato di alzheimer non viene comunemente considerato folle, eppure la sua rappresentazione della realtà, a causa delle disfunzioni della memoria, è diversa dalla norma. Quando verrebbe considerato folle? Quando le sue azioni inizierebbero a diventare imprevedibili. Quando questa impressione acquisisce maggiore forza? Quando la sua imprevedibilità diventa pericolosa. L’imprevedibilità sarebbe dettata dall’abitudine nostra di vedere nell’altro il riflesso dei nostri stessi schemi mentali, di quelli che consideriamo normali. Quando questo è disatteso, ci sorprendiamo. Quando accade su base regolare, giudichiamo la persona “non normale”, probabilmente folle.
        Pensa a quando, in questo caso ironicamente, diamo del folle ad un genio musicale, ad un artista che rielabora la realtà restituendola in modo notevolmente inatteso, in un modo che la maggior parte delle persone non sarebbe stata in grado di immaginare e quindi prevedere.
        Quindi, penso che perché una persona sia considerata folle, è necessario che abbia dei comportamenti imprevedibili causati da una rappresentazione della realtà diversa dalla norma attuale e della cultura del luogo in cui essa vive.
        Anche se non è esattamente lo stesso caso, penso a Clive Wearing ed al protagonista del film Memento. Il primo, lo consideriamo malato. La lesione che ha avuto gli impedisce di memorizzare nuovi ricordi, ma ciò influisce in modo marginale sulla sua rappresentazione della realtà e quindi le sue azioni sono prevedibili da noi. Anche il secondo ha un male che gli impedisce di memorizzare ricordi e di ricordarsi parti del suo passato (cosa che a Wearing non accade, dato che ricorda bene tutto ciò che è antecedente alla malattia), questo però gli causa una rappresentazione distorta della realtà, che lo porta ad agire in modo da riallinearle. Le sue azioni sono di difficile comprensione e prevedibilità, per lo spettatore e per l’investigatore che lo sta cercando.
        Consideriamo entrambi dei soggetti malati, ma solo il secondo ci appare folle.

        Tieni presente che il mio discorso non è un tentativo di definire oggettivamente la follia, ma di capire cosa noi consideriamo folle e perché.

        • Ci terrei a specificare una cosa in questo discorso: un conto è il comportamento “folle” di chi si comporta in maniera socialmente incongruente (per usare un tuo termine), ossia di chi si distanzia da ciò che viene considerato “normale” nell’accezione comunemente intesa di un qualcosa che attiene ad una “norma” prestabilita. E questa per me non è follia. E’ solo un modo originale di essere, magari dettato da una concezione o visione inedita della realtà (quale potrebbe essere, come dici tu, quella dell’artista). Purtuttavia, in questa “visione inedita” un riscontro oggettivo – anche se non condiviso dalla massa, ma solo da pochi, o magari da nessuno – comunque c’è. In fondo il cosiddetto “genio folle” è colui che riesce a stabilire connessioni e legami tra le cose che difficilmente vengono percepite da altri, o perché troppo in anticipo nei tempi, o perché proprio difficili da cogliere da una mente poco speculativa e visionaria.

          Un altro conto invece sono le vere proprie patologie che portano l’individuo che si è ammalato a vedere cose che proprio oggettivamente non esistono. Non si può più parlare tanto di visione incongruente della realtà (ove, per incongruenza magari penso ad una visione distorta, ad una prospettiva falsata di qualcosa che comunque oggettivamente esiste, è presente), ma proprio di pura invenzione.
          Se un malato afferma di vedere un cane che gli ordina di uccidere delle persone, capisci che proprio non ha più senso di parlare di realtà, ma solo di mondo soggettivo che si è sostituito a quello oggettivo?

          Van Gogh, ad esempio, vedeva la natura in una certa maniera, ed io penso che realmente lui percepisse gli alberi in quella maniera particolare in cui poi li dipingeva, ma sempre di alberi realmente esistenti stiamo parlando. Aveva una sua visione interiore, diciamo che interiorizzava una realtà che comunque era oggettiva (infatti si parla di “impressionismo”, non a caso).
          Se invece degli alberi avesse visto dei fantasmi parlanti o degli asini volanti invece sarebbe stata tutta un’altra questione.

          Quindi, distinguerei tra visione incongruente, inedita, originale ma comunque riferita ad una realtà oggettiva, e tra patologia vera e propria.

          • Se non ho capito male, quello che secondo te fa la differenza, è il modo in cui l’incongruenza si manifesta. Ed in questo, cerchi una causa patologica. Questa è una ricerca di cause oggettive, ma come dicevo, a me interessava parlare, non della follia in sé, ma dei motivi che portano i sani a percepire gli altri come folli, o no.
            Per questo, potrei fare un paio di altri esempi. Quando Pitagora dice all’uomo che sta picchiando un cane randagio di smetterla, perché ha riconosciuto nella sua voce quella di un vecchio amico, egli non viene considerato folle. Attualmente, contestualizzandolo, non lo consideriamo folle neppure noi. Eppure, se una persona attualmente facesse ciò, nella nostra società, come minimo farebbe alzare un buon numero di sopracciglia. In modo simile, quando una persona ha esperienze sinestetiche, non viene considerato un visionario, perché le scienze cognitive, voce autorevole e comunemente accettata, danno una spiegazione soddisfacente al fenomeno, lo rendono quindi giustificato e riescono a fornire strumenti che permettono di osservarlo e prevederlo. Ma questo, un centinaio di anni fa, agli albori della psicologia moderna, non sarebbe accaduto. La cultura di allora non aveva strumenti per comprendere e fornire uno schema in grado di fare previsioni su quel fenomeno, quindi chi affermasse di vedere suoni colorati, o che certe forme gli sembrassero avere un dato sapore, sarebbe apparso come una persona malata, che necessitava di cure.

          • Dimenticavo… Penso che l’idea di realtà oggettiva, sia un concetto in continuo divenire, che varia anch’esso a seconda della cultura del momento. Siamo noi, con i nostri strumenti e le nostre conoscenze a cercare di dare una forma ed una definizione alla realtà, poi consideriamo quella forma ottenuta come perfettamente isomorfa con la realtà reale. Ma dimentichiamo che l’evoluzione della cultura e degli strumenti a disposizione, hanno storicamente cambiato in continuazione questa proiezione di realtà che riteniamo identica a quella oggettiva, e dimentichiamo che quanto umani, esseri viventi organici, nati in precise condizioni e luoghi, siamo tutti “macchine simili”, quindi abbiamo enormi difficoltà nell’accorgerci di eventuali vizi sistemici all’interno dei nostri schemi comunemente accettati. Abbiamo enormi difficoltà ad uscire dai nostri schemi e questo ci rende estremamente difficile comprendere cosa davvero possa essere oggettivo.

          • “Un altro conto invece sono le vere proprie patologie che portano l’individuo che si è ammalato a vedere cose che proprio oggettivamente non esistono. Non si può più parlare tanto di visione incongruente della realtà (ove, per incongruenza magari penso ad una visione distorta, ad una prospettiva falsata di qualcosa che comunque oggettivamente esiste, è presente), ma proprio di pura invenzione”

            Per come la vedo io sono due lati della stessa medaglia. In un certo senso si potrebbe dire che le allucinazioni sono una perdita di contatto con quella che comunemente chiamiamo realtà (la cosa sui cui i nostri cervelli sono grossomodo sintonizzati e per percepire la quale sono stati modellati dall’evoluzione), perdita di contatto che viene ‘aggiustata’ da meccanismi di compensazione (come questo: http://www.piusalute.it/c_notizie/oliver-sacks-ha-le-allucinazioni?tag=Notizie?tag=Notizie).

            “Quindi, distinguerei tra visione incongruente, inedita, originale ma comunque riferita ad una realtà oggettiva, e tra patologia vera e propria.”

            Io credo si tratti di una questione di gradualità. Per esempio, c’è chi sospetta (legittimamente o meno) che dietro ad un certo evento di vasta portata ci siano state delle cause ancora poco chiare e chi, invasato (con certe connessioni neurali più rafforzate di altre), tende a pensare che sia, sempre, colpa del Grande Inganno Mondiale e ritenere che tutto possa essere spiegato da esso. E c’è chi non ama particolarmente l’idea di una società multiculturale e chi, accecato dall’ossessione, si convince che questa porterà al Male Supremo etc etc (vedi caso in Norvegia).

            E come se un’idea deviante rispetto al comun pensare, magari un’idea anche intelligente (non mi riferisco ai casi succitati), possa autorafforzarsi fino a raggiungere l’estremizzazione (patologia) se il soggetto non è capace di metterla in discussione. La butto lì. E’ come se al soggetto mancasse una specie di meccanismo a feedback negativo che gli altri (i ‘normali’) possiedono e che li porta a mettere in dubbio la propria opinione (quel che penso è giusto? va rivisto? va accettato solo in parte?) fino a, appunto, normalizzarla. Soggetti come l’assassino norvegese sembrano mancare degli adeguati mezzi di (auto)censura: in loro l’idea iniziale si espande, si autorafforza secondo un meccanismo a feedback positivo, fino a sommergere tutto il resto (immagino che nel suo cervello certe aree siano decisamente più ramificate di altre).

            In questo caso siamo di fronte, ancora, ad un problema di percezione, di una visione distorta del mondo. Abbiamo un sistema percettivo che (più di altri) ci spinge ad elaborare solo certe informazioni e ad ignorarne altre. Questa sproporzione di dati e di elementi porta alla lunga alla costruzione di un mondo che non è congruente con quello della maggioranza. In un soggetto violento, le cui idee sono violente, constatare la discrepanza può portare ad atti violenti. In altri, nelle menti dei quali la discrepanza è minore, magari si hanno casi di depressione o di tendenza al suicidio. O, dall’altro lato della barricata, di ego enormi.

            (il tutto detto con la mia solita superficialità, s’intende!)

    • Discorso interessante e idee che condivido.

      Tra l’altro quando ho parlato di follia nel post ho subito messo una parentetica (“c’è sicuramente una buona dose di follia (qualunque cosa voglia la parola voglia dire)”) perché mi son reso conto che il termine stesso avrebbe potuto comunque lasciare il campo aperto a diverse interpretazioni che in quel momento non volevo considerare. Probabilmente, aggiungo io, a un certo livello di analisi non c’è neanche così grossa differenza tra il “gesto folle” e la pianificazione a tavolino della strage, che potrebbe esser vista come una somma di piccoli ‘momenti folli’, di minuscoli momenti di discrepanza tra credenze e realtà vissuti dal soggetto dai quali scaturiscono parti di ‘piano malvagio’. Ma sto divagando anche io.

  3. Io facevo un discorso di natura più, diciamo, psichiatrica, e meno sociale; trovandomi d’accordo sulla tue riflessioni riguardo il giudizio – spesso affrettato – con cui la società cosiddetta “sana” tende a giudicare come “folle” colui che ha una visione incongrua o divergente dalla norma, intendo però comunque aggiungere e far rilevare quanto esistano vere e proprie patologie (penso alla schizofrenia, alle psicosi di varia natura). E spesso allora si fa confusione perché si tende a liquidare troppo in fretta con il termine “follia” l’uno e l’altro caso.
    Poi il discorso sull’oggettività del reale che è meno granitica di quanto appaia, lo condivido anch’esso. Così come quello dell’evoluzione della scienza che oggi (e continuerà in futuro) è riuscita a dare spiegazioni a fenomeni che un tempo venivano considerati addirittura soprannaturali o sintomatici di “follia”, appunto.

    Credo che poi, al di là di tutto, al di là di come la società arrivi a giudicare o a decretare una presunta follia, sia sempre importante stabilire il grado di sofferenza in chi ne sia eventualmente “colpito”, e se ce n’è. E se possa essere foreria di problemi e di pericoli per il prossimo. E forse questo è l’unico vero discrimine che sarebbe doveroso fare.

  4. Avete scritto un sacco di cose interessanti: purtroppo in questi giorni non ho avuto il tempo necessario per commentare a mia volta in una maniera che non sia superficiale. Il discorso sulla follia ci porta lontano ma, soprattutto, ci spinge a un lavoro di sintesi tra ambiti diversi (psichiatria, neurologia, sociologia, filosofia morale e anche ontologia) che è ovviamente difficilissimo da liquidare in poche righe.

    Sembra sempre sfuggire qualcosa.

    Dal punto di vista (ingenuo?)neurologico (ma è solo uno dei tanti punto di vista possibili) mi son fatto l’idea che ho cercato di descrivere qui: https://some1elsenotme.wordpress.com/2010/07/06/la-mostra-degli-zombie-mezzi-matti/

    “Se immaginiamo, per giocare, che ognuna delle sindromi narrate nel libro corrisponda a una manopola che può essere posizionata su dieci gradi d’intensità (1: sindrome quasi nulla; 10: sindrome al massimo livello di potenza), credo che ognuno di noi abbia più di una manopola sistemata su posizioni intermedie. Ognuno di noi considerati “normali”, in sostanza, ha le sue piccole sindromi dovute a differenze di connessione, attivazione e funzionamento delle regioni cerebrali. Si tratta di sindromi abortite, potenziali, latenti o sottovalutate. Eppure presenti. Eppure insopprimibili.

    E’ anche la distribuzione casuale di queste parziali anomalie che ci rende differenti. Leggendo Ramachandran si intuisce che, per esempio… i complottisti, coloro che credono nel soprannaturale (o in Dio), coloro che hanno problemi nell’organizzazione del discorso (io, per esempio, almeno a livello orale), coloro che millantano capacità che non hanno (è la sindrome che fa girare il mondo), coloro che riempiono le pagine dei diari con ogni dettaglio delle proprie giornate (o scrivono articoli di blog lunghi come questo), coloro che negano a se stessi di essere incapaci di compiere una certa azione, i malfidati, gli scettici ad oltranza, coloro che fanno amicizia con tutti senza pensarci troppo su, i poeti, i musicisti, gli scrittori… tutti questi, e altri ancora, hanno sviluppato la loro sindrome in potenza. Tutti hanno la manopola di una certa deviazione mentale posizionata su livelli 3, 4, 5 o 6. E non è detto che sia sempre un male. (Mi viene a mente il caso, narrato da Ramachandran, del signore che viene colto da epilessia (o qualcosa del genere) e, una volta guarito, comincia ad appassionarsi alla poesia).

    Da questo punto di vista tutti, dicevo, siamo un po’ ammalati e mezzi matti. Senza che quest’affermazione suoni come la solita banalità che sentiamo in giro, s’intende (5). Voglio dire che siamo lontani dalla vera patologia, certo, ma non così distanti come di solito tendiamo a pensare. Gli eventi rafforzano certe connessioni cerebrali e ne inibiscono altre, gli eventi girano – per nostra fortuna (o no?) con moderazione – le nostre manopole e ci fanno diventare ciò che siamo, con le nostre varie abilità, predisposizioni, passioni e credenze. Quando gli eventi ruotano le nostre manopole fino al livello 8, o al livello 9, o al 10, allora cominciamo a essere, forse, “ufficialmente” dei casi patologici. Ma il confine tra chi, per esempio, dimentica i nomi delle cose ogni tanto (eccomi!) e il disturbo dell’anomia forse non è mai così netto e scontato. Quando comincio a essere davvero “disturbato”? A livello 5? 6? 8? O forse lo ero anche prima?

    In conclusione, sembra che siamo collezioni caotiche di sindromi in potenza, malformate o poco sviluppate. Tutti. Tale condizione ci spinge via da una ideale perfezione e rende assurda ogni teorica pretesa di normalità.”

  5. Come se l’argomento non fosse già di per sé complesso, posso punzecchiare/stimolare un’altra “sfaccettatura” attinente comunque al vostro simposio?
    Perché, ultimamente, mi è capitato di mettere da parte libri e articoli sulla Mente, sul Cervello, sulla Coscienza (Dennett, Hofstadter, Oliver Sachs e compagnia bella) e invece d’interessarmi e leggere molte cose concernenti la dimensione della “Psiche”, la psicologia e la psicoterapia.
    Ecco, allora – sempre a proposito dei confini tra “salute mentale (oggettiva?)” e il suo (oggettivo?) contrario – mi domandavo: ma uno psicologo e/o psicoterapeuta può davvero essere “neutrale” analizzando certe sfumature del “modus cogitandi” d’un eventuale suo assistito?
    Mi spiego. Ciò che io revocherei in dubbio è la spesso millantata OGGETTIVITA’ di questo ambito di studio. Faccio subito una precisazione: non cestinerei “tout court” la branca in questione, per carità! La Psicologia ha studiato, messo in evidenza, rivelato (e rilevato) tante cose importanti riguardanti il comportamento umano. Eppure, ho l’impressione che sia sempre ben lungi dall’essere una sorta di “scienza esatta” (passatemi l’espressione).
    Il singolo specialista o la scuola di pensiero a cui aderisce [ho scoperto che esistono veramente “innumerevoli” correnti e sottocorrenti di Psicologia/Psicoterapia] non incorrono costantemente nel rischio d’imbattersi in questioni prettamente, strettamente esistenziali e/o filosofiche? Spesso arrogandosi il compito di mostrare una *visione del mondo e della vita* che – a parer loro – sarebbe più (tra molte virgolette) “””obiettiva”””, nonché quella ‘sana’ e giusta.
    Non voglio fare di tutta l’erba un fascio. Son sicuro che ci siano specialisti dotati d’un particolare rispetto per la dignità di ogni singola ‘soggettività’ umana. Tuttavia, anche le scuole di pensiero diciamo più “aperte” (la psicologia umanista, esistenziale, transazionale, il cognitivismo post-razionalista ecc.ecc.) comunque, per forza di cose, quando partono dall’idea del dover aiutare il paziente a stare “bene”, a stare “meglio”, molto spesso – magari non sempre ok?!, ma molto spesso – finiscono con l’escludere un po’ *a priori* che il “male” possa stare all’esterno. Ad esempio, se un individuo disincantato, ‘lucido’ e tendenzialmente pessimista capitasse per qualche motivo da uno psicoterapeuta il quale avesse una visione della vita non dico idealistica, ma discretamente più ottimista, ecco, secondo voi che cosa avverrebbe? Avrei seri dubbi io sulle capacità di neutralità, di oggettività… sarei più propenso a credere che lo specialista troverebbe, nel suddetto individuo, tutta una serie di sintomi che gli spiegheranno come mai abbia una visione ‘non’ ottimistica della vita, come mai abbia sviluppato questo disincanto e come, con alcuni accorgimenti, sia possibile riallinearsi a una visione delle cose più “positiva”, più “solare”, e come in fondo la Vita è Bella!
    E’ un vecchio discorso questo: insomma, Leopardi, Schopenhauer, Pessoa, Cioran, Flaubert, Kundera, Kafka, Mann, de La Rochefoucauld ecc.ecc. giusto per fare alcuni nomi a caso, erano/sono – in quanto pessimisti e disincantati – TUTTO SOMMATO dei “malati”, con dei problemi psicologici che si potrebbero risolvere con delle sedute di analisi, di terapia, anziché stare lì a sviluppare tutto un apparato di idee filosofico-esistenziali. Insomma, il male è sempre dentro? Mentre fuori la Realtà (qualunque cosa essa sia) non è mai problematica ma sempre una cosa “bella” che bisogna imparare (irriducibilmente) ad accettare in ogni suo aspetto?
    Insomma, può la Psicologia non prendere posizione sull’_Interpretazione Esistenziale_ della Realtà??? …io non credo! Si tenderà sempre a “PSICOLOGIZZARE” la Realtà, e a ritenere che se abbiamo un “problema” con essa – se non ci piace – beh, il problema è sempre e comunque DENTRO l’individuo, non fuori. “Fuori di noi” (qualunque cosa voglia significare tale espressione), non vi è nulla di problematico. I problematici siamo sempre e soltanto noi.
    Ho l’impressione che finiscano col ‘ragionare’ così le discipline della Psicologia e della Psicoterapia. Temo sia notevolmente arduo eludere questo “vizio di forma, di procedura” (concedetemi l’accezione traslata di questa frase).

  6. “Mi spiego. Ciò che io revocherei in dubbio è la spesso millantata OGGETTIVITA’ di questo ambito di studio.”

    Sono d’accordo con te (e con noi era d’accordo anche Popper). D’accordo su tutto il discorso, anche sul fatto che talvolta la psicoterapia porti comunque anche qualche vantaggio al paziente, probabilmente per questioni che non sono prettamente ‘scientifiche’ (effetto placebo, benefici derivanti dal condividere con altri le proprie paure etc).

    “E’ un vecchio discorso questo: insomma, Leopardi, Schopenhauer, Pessoa, Cioran, Flaubert, Kundera, Kafka, Mann, de La Rochefoucauld ecc.ecc. giusto per fare alcuni nomi a caso, erano/sono – in quanto pessimisti e disincantati – TUTTO SOMMATO dei “malati”, con dei problemi psicologici che si potrebbero risolvere con delle sedute di analisi, di terapia, anziché stare lì a sviluppare tutto un apparato di idee filosofico-esistenziali. Insomma, il male è sempre dentro? Mentre fuori la Realtà (qualunque cosa essa sia) non è mai problematica ma sempre una cosa “bella” che bisogna imparare (irriducibilmente) ad accettare in ogni suo aspetto?”

    Interessante aspetto. In effetti lo psicoterapeuta propone (anche indirettamente) il suo modello come vincente e si aspetta che il paziente si allinei a questo modello. Ma nessuno ha deciso e nessuno può decidere cosa significhi, oggettivamente, “benessere”. L’ultimo film di Allen uscito in Italia (“Incontrerai uno sconosciuto…”), film tiepidino, mi ha fatto comunque pensare a queste cose. Chiaramente abbiamo tutti in mente una certa nostra idea di benessere e felicità, ma queste idee di rado coincidono. Il film racconta che si può essere felici, per dire, rifugiandosi in una qualche banale illusione. Non tutti sarebbero d’accordo: o almeno, non sarebbero d’accordo sul tipo di illusione in cui cercare riparo.

    “Insomma, può la Psicologia non prendere posizione sull’_Interpretazione Esistenziale_ della Realtà??? …io non credo! Si tenderà sempre a “PSICOLOGIZZARE” la Realtà, e a ritenere che se abbiamo un “problema” con essa – se non ci piace – beh, il problema è sempre e comunque DENTRO l’individuo, non fuori. “Fuori di noi” (qualunque cosa voglia significare tale espressione), non vi è nulla di problematico. I problematici siamo sempre e soltanto noi.
    Ho l’impressione che finiscano col ‘ragionare’ così le discipline della Psicologia e della Psicoterapia. Temo sia notevolmente arduo eludere questo “vizio di forma, di procedura” (concedetemi l’accezione traslata di questa frase).”

    Ho capito quel che intendi e condivido le tue perplessità. In effetti è una questione a causa della quale la psicologia (la psicodinamica, soprattutto) non potrà non uscire sconfitta, sul lungo termine.

  7. Inoltre, c’è da considerare che quando una persona si rivolge ad uno psicoterapetuta od uno psicanalista, lo fa perché è già in una fase in cui riconosce in sé un “problema”, che gli causa forte disagio. Il terapeuta, quindi, non tenta di sostituire i propri schemi a quelli del “paziente”, ma di far sì che sia il paziente stesso ad individuare l’origine del disagio che sente ed a trovare un nuovo equilibrio fra “l’interno” e “l’esterno”. Lo psico* non quindi uno schema di interpretazione della realtà già pronto e fatto, da sovrascrivere a quello “malfunzionante”. Non è in questo che consiste il “tranfert”. Esso invece, fornisce le proprie conoscenze ed il proprio metodo, per far emergere un nuovo schema, che sarà sempre diverso a seconda del soggetto. È una situazione dinamica.
    E, certamente né la psicoterapia, né la psicanalisi sono scienze. Esse infatti sono considerate, dai filosofi della scienza, delle pseudo-scienze. Ma ciò non ha nulla a che fare con il fatto che siano efficaci o meno.

  8. “Il terapeuta, quindi, non tenta di sostituire i propri schemi a quelli del “paziente”, ma di far sì che sia il paziente stesso ad individuare l’origine del disagio che sente ed a trovare un nuovo equilibrio fra “l’interno” e “l’esterno”. Lo psico* non quindi uno schema di interpretazione della realtà già pronto e fatto, da sovrascrivere a quello “malfunzionante”.”

    Sì, in effetti così ha più senso.

  9. MASQUE: *** Il terapeuta, quindi, non tenta di sostituire i propri schemi a quelli del “paziente”, ma di far sì che sia il paziente stesso ad individuare l’origine del disagio che sente e a trovare un nuovo equilibrio fra “l’interno” e “l’esterno” ***

    Benissimo. Questo è ciò che in teoria – nei casi migliori, diciamo deontologicamente (umanamente) più corretti – dovrebbe accadere. Difatti, come io stesso scrivevo nel mio commento, non escludo del tutto (anzi!) che vi siano degli specialisti dotati di questa chiamiamola neutralità di “giudizio” (giudizio verso il modus cogitandi, verso la *Weltanschauung* del singolo paziente/cliente).

    Ma i miei dubbi permangono. Dubbi che, poi, più che essere dubbi, sono ancor prima “diffidenze” (sì, io sono proprio uno di quegli “svitati” pessimisti di cui sopra, ehehehe…) diffidenze che nascono da una visione realistica della natura umana. Ok, “realismo” cosa significa in fondo? – direte voi – Anche tu allora, come psicologi e psicoterapeuti, commetti lo stesso errore ritenendo di avere una visione più OGGETTIVA rispetto agli altri?… Sì! Ovvio, è umano! Guardiamoci in faccia: tutti quanti noi esseri umani, chi più chi meno, più consciamente o più inconsciamente, “pensiamo” in questo modo. E’ un po’ come l’illusione del Libero Arbitrio, che noi, miei cari “signori” ;) ormai abbiamo preso in confidenza, vero?.. Allo stesso modo, non ci accorgiamo che, quando pensiamo, pensiamo sempre attraverso l’*illusione* di una maggiore obiettività rispetto a quella altrui.
    Solamente con uno “sforzo intellettivo” di lucidità critico-analitica, riusciamo a “ricordarci” – almeno a momenti, a tratti – che il nostro è sempre e comunque *un* punto di vista (umanamente imperfetto, ridiscutibile, “non-assoluto”). Eppure, per la maggior parte del tempo, quando ‘parliamo’ o ‘pensiamo’ ci sembra di avere lì, a portata di mano, il discrimine esatto fra soggettività e oggettività, come se ciò fosse davvero una cosa ormai scontata e assodata una volta per tutte.
    La differenza – se ci sta – è che io non impongo questa mia ipotetica, congetturata “obiettività” agli altri. Tutt’al più, agli altri, posso “proporla”, presentarla, esporla, chiedere loro cosa ne pensano. Perché io so che la mia “oggettività” è per l’appunto la “mia”. Un’oggettività vista attraverso la propria (imprescindibile) soggettività. [E’ la solita vecchia storia: l’occhio dell’osservatore influisce sull’oggetto osservato…].
    Dunque, io, della mia presunta oggettività, ne prendo atto. La “studio”. Ci rifletto sopra. La rimetto periodicamente in discussione (come avrebbe detto Russell).

    Insomma, s’è capito che non ho un tipo di pensiero dogmatico/apodittico. E lo psicologo? lo psicoterapeuta? Fanno (sempre) altrettanto???
    Se ho posto la questione è perché, al di là di ciò che essi più o meno sostengono di fare, sono andato a leggermi la “teoria”, ovvero “quel che sottosotto pensano”. Volevo capire quali schemi di “riconoscimento”, insomma, quali strumenti, quali “bisturi” utilizzino per aiutare (neutralmente? forse…) il proprio assistito a instaurare quel *** nuovo equilibrio fra “l’interno” e “l’esterno” ***.

    Beh, ciò che vien fuori è (secondo me, secondo la mia soggettiva oggettività) è che solo i più sensibili, i più creativi, quelli capaci di andare oltre le teorie precostituite, oltre i manuali diagnostici (usandoli solo come modelli di partenza per illustrare meglio, eventualmente, alcune “costanti” nei casi clinici), solo costoro possono aiutare i pazienti a “diventare sé stessi” (F.Nietzsche – oddio, citare uno che verso la fine della sua vita ha sofferto di schizofrenia e altri problemi psichiatrici, forse non è adatto, ahahaha…)

    Detto ciò, rilancio la “provocazione”:
    ma secondo voi, se fosse possibile fare una statistica, o che so, se fosse possibile realizzare un ‘sondaggio’, una ‘ricerca’ sul campo (dove per *campo* intendo il campo di lavoro degli “specialisti della psiche”)… cosa verrebbe fuori? Se potessimo indagare il retropensiero della maggior parte di loro, nell’indirizzare/aiutare i propri pazienti, non scopriremmo forse che una buona parte di essi ci mette qualcosa di suo, della propria visione della Vita, visione costruitasi/definitasi magari anche durante il corso di studi e tutte le letture per divenire dottore in psicologia/psicoterapia…?
    D’altra parte, però, la risposta un po’ si dà già da sola. Per il motivo che ho esposto prima: l’oggettività è sempre filtrata dalla nostra soggettività. Questo è valido per tutti, dal medico al romanziere, dal matematico al filosofo, dal biologo al fisico (ma tranquilli, non sto invitando ad una forma di scetticismo assolutistico, ben lungi da me! :P)

    P.S.
    Ad ogni modo, grazie delle risposte “signori” (no, no, lo so che siete giovani, è giusto per dire…).
    E’ sempre un piacere e un onore disquisire con voi (…squisite disquisizioni).
    Iddio Onninesistente benedica i vostri blog :P

  10. “Detto ciò, rilancio la “provocazione”:
    ma secondo voi, se fosse possibile fare una statistica, o che so, se fosse possibile realizzare un ‘sondaggio’, una ‘ricerca’ sul campo (dove per *campo* intendo il campo di lavoro degli “specialisti della psiche”)… cosa verrebbe fuori? Se potessimo indagare il retropensiero della maggior parte di loro, nell’indirizzare/aiutare i propri pazienti, non scopriremmo forse che una buona parte di essi ci mette qualcosa di suo, della propria visione della Vita, visione costruitasi/definitasi magari anche durante il corso di studi e tutte le letture per divenire dottore in psicologia/psicoterapia…?
    D’altra parte, però, la risposta un po’ si dà già da sola. Per il motivo che ho esposto prima: l’oggettività è sempre filtrata dalla nostra soggettività.”

    Ricordo che S. J. Gould, nell’introduzione al bellissimo “Intelligenza e pregiudizio”, fa un discorso del genere anche per discipline che sono universalmente considerate più ‘scientifiche’, ricordando che se la scienza in passato è stata influenzata da fattori soggettivi, la cosa potrebbe avvenire anche oggi. Probabilmente, come umani, non riusciremo mai ad eludere questa fallacia.

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