La folle America anni ’50

Tra le poche cose lette quest’estate (io approfitto del tempo libero per non leggere) c’è Vestivamo da Superman di Bill Bryson, del quale avevo consumato sia l’ottimo Breve storia di (quasi) tutto e più di recente Una città o l’altra. Dello stesso autore ho appena ordinato Notizie da un’isoletta, approfittando degli sconti che Amazon sta facendo prima dell’entrata in vigore dell’idiota legge sul libro.

Vestivamo da Superman mi ha ricordato come concetto ciò che Umberto Eco aveva fatto – con strumenti più precisi – in La misteriosa fiamma della regina Loana. Detto in due parole: entrambi gli autori hanno estrapolato un periodo ben preciso della propria esistenza – l’infanzia – e lo hanno poi utilizzato per narrare com’era quel mondo in cui hanno vissuto, come appariva quella società con la quale si sono relazionati. Quali erano gli elementi più rappresentativi di quella cultura.

Eco aveva provato a fornire un punto di vista fascismo, a spiegare come la dittatura avesse influito sulla sua vita di fanciullo, sulle sue letture e sul modo in cui percepiva l’universo adulto. Bryson, nato nel 1951, si prende invece la briga di tratteggiare l’America degli anni ’50, facendo leva su un’accurata descrizione della propria infanzia a Des Moines, anonima e media cittadina dell’Iowa.

Il libro, a tratti spassoso, è pervaso da quella leggerezza che ti porta a sfogliare pagina dopo pagina con incredibile velocità. Al di là delle vicende più strettamente autobiografiche (anch’esse spesso abbastanza divertenti), quel che è emerge è – appunto – un ritratto surreale e in qualche maniera affascinante di ciò che erano gli States nel dopoguerra. Cioè, una detonazione di parossismo. Un enorme paese dei balocchi, innamorato delle sue infinite possibilità e aperto a qualsiasi tipo di stramberia, terribilmente eccitato dalla tecnologia ma anche, in maniera un po’ paradossale, puritano e perbenista dal punto di vista delle abitudini sessuali. Un caotico fiorire di zucchero e plastica, insomma. E pop culture come se piovesse.

Molti aneddoti – come al solito – meriterebbero una citazione. Tra le numerose bizzarrie che Bryson enumera ci sono le pubblicità pro-tabacco (“i dottori più bravi fumano solo sigarette PincoPallino”: uno spot che tra l’altro mi rimanda a una nota battuta di W. Allen ne Il dormiglione), la grottesca Caccia al Comunista, l’assordante arrivo di Disneyland, e certi stupidissimi giocattoli che venivano regalati ai bambini (avevano anche una versione tutta loro del mefistotelico Piccolo Chimico). E tanto altro ancora, ovviamente.

Sopra tutto e tutti, manco a dirlo, la bomba atomica. L’atomo, con tutti i suoi divergenti futuri. L’atomo, orgoglio di una nazione. Se da una parte la possibilità dell’ordigno nucleare veniva vissuta con nauseante euforia (Bryson racconta che si era soliti organizzare pic nic nel Nevada e in Arizona – note aree di esperimenti nucleari – affinché le famiglie potessero gustarsi lo spettacolo del fungo atomico da distanze meravigliosamente ridotte), dall’altra essa contribuiva a diffondere un’ansia con cui i bambini dell’epoca dovettero imparare, loro malgrado, a convivere. Tra una cola-cola e l’altra, ça va sans dire.

In conclusione, trattasi di lettura poco impegnativa, sufficientemente suggestiva e colorata, a suo modo istruttiva. Sotto l’ombrellone fa la sua porca figura.

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