La versione di Barney

Non sempre si ha voglia di scrivere riguardo a un libro/film/quel-che-volete che non ci ha esaltato. Qualche giorno fa ho letto La città sostituita di Philip K. Dick – che è uno dei miei autori preferiti – e l’ho trovato, posso dirlo?, una stronzata senza capo né coda. Avevo cominciato un post ad hoc per dire quanto trovassi infantile quella storia ma poi, a un certo punto, mi son reso conto che non ero un granché motivato a scriverlo. La verità è che più cresco – invecchio – meno ho voglia di perdere tempo con ciò che non mi piace. Di attaccarlo. Di ridicolizzarlo. Di smontarlo pezzo dopo pezzo. Ho di meglio da fare, forse. O almeno mi piace pensarlo.

Però sulle cose belle scriverei a ore. Sì, a ore.

E tra le cose più riuscite che ho letto negli ultimi anni – avete presente quelle letture che ti tengono sveglio fino a tardi, quelle letture che ti fanno dimenticare che stai, cristo, stai leggendo! – c’è La versione di Barney, di Mordecai Richler. Un capolavoro della letteratura contemporanea, se ascoltate il sottoscritto.

In breve (“Ehi, ma non eri quello che potrebbe scriverne a ore?” “Sì, bellezza, ma ahimé devo anche fare qualcos’altro”), il libro rappresenta una sorta di strampalata autobiografia di Barney Panofsky, sessantenne di origine ebraica che vive in Canada, dove lavora come produttore televisivo. Detta così, lo so, pare nulla. Ma fidatevi. Dentro c’è un sacco di roba.

Su tutto, c’è Barney. Barney, alcolizzato, cinico, bastardo, permaloso, vendicativo, viscido, vigliacco, detestabile… ed estremamente vero e simpatico. Attraverso uno stile fluido (nonostante la narrazione faccia di tutto per sfuggire a qualsiasi linearità) è la voce di questo controverso personaggio che ci rende partecipi degli eventi principali della sua incasinata esistenza. Il periodo trascorso a Parigi, il processo per un omicidio che sostiene di non aver commesso, i suoi tre matrimoni, il rapporto complicato con i figli e, last but not least, il suo incrollabile amore per Miriam, Miriam, l’adorata Miriam, forse uno dei ritratti femminili più affascinanti della letteratura mondiale. In mezzo a tutto ciò c’è una lunga serie di tradimenti, bugie, ritratti di artisti e pseudo-tali, derisioni di persone stupide, ipocrisie, gelosie, notti passate a vomitare, bicchieri di alcol, droghe e tanto, tanto altro ancora. L’insieme, l’ho già accennato, è reso coerente da Richler con una classe e con un’abilità nella gestione del caos – un caos meticolosamente organizzato – che secondo me ha pochi eguali. Per capirsi, fila via che è un piacere.

E’ un libro, questo, da leggere e rileggere. Densissimo e vivo. Incredibilmente divertente (vorrei citare la descrizione del primo appuntamento con Miriam, vivido e spassoso ritratto di umane debolezze) e a suo modo di rara profondità, non risparmia improvvisi e violenti fendenti – tristezze, depressioni, squilli anonimi notturni -, non lesina feroci attacchi alla società contemporanea e non tralascia di comunicare inquietanti e amorali scenari di solitudine. 

Tant’è. Anche se – temo – non tutti riusciranno ad amare Barney quanto l’ho amato io, La versione di Barney è ovviamente un lavoro che, ok, non posso che consigliare, consigliare e riconsigliare.

Prendete e leggetene tutti. Amen.

E’ vero, Mike si serve solo da Harvey Nichols, dove prende tutte quelle sue robe giap – funghetti, alghe, riso nishiki, zuppa shiromiso; ma poi, appena fuori, non manca mai di comprare dal barbone di Sloane Street una copia di “Big Issue”. Possiede una galleria in Fulham Road decisamente lanciata, visto che ha già avuto due processi per oscenità. La specialità sua e di Caroline pare sia comprare opere di pittore e scultori mai sentiti eppure, come si dice nel giro, “caldissimi”. Il mio superaggiornato, informatissimo figlio è una vera enciclopedia vivente per tutto quanto riguarda il gangsta rap, le autostrade (non ho detto le biblioteche, ho detto le autostrade) informatiche, il rave, la psicomotricità, internet, figate varie ed eventuali, e tutti, dico, tutti gli stereotipi linguistici della sua generazione. Non ha mai aperto l’Iliade, né Gibbon, Stendhal, Swift, il dottor Johnson, George Eliot, o qualsiasi altro screditato fanatico eurocentrico, ma in compenso non c’è romanziere o poeta della pompatissima “minoranza variabile” di cui non si sia fatto mandare le opere da Hatchards. Scommetto che non ha mai passato un’ora davanti al ritratto della famiglia reale di Velàsquez, avete capito quale, quello del Prado, ma invitatelo a una vernice che promette un crocifisso affogato nel piscio o un culo sanguinolento trafitto da un’arpione e arriverà di corsa, sventolando il libretto di assegni.

Mordecai Richler, La versione di Barney

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7 pensieri su “La versione di Barney

  1. Sai una cosa? Anche io ho sempre meno voglia – ammesso che ne abbia mai avuta – di scrivere o parlare delle opere (libri, film ecc.) che non mi sono piaciute. Lo trovo, come dici tu, tempo perso. Un conto è trovare magari qualche difetto in un’opera che nell’insieme ci è piaciuta, ma un altro è stare a smontarla punto per punto.
    Premesso questo, anche a me piacque molto La versione di Barney, letto qualche annetto fa. Di recente ho visto invece il film che ne hanno tratto, ma non l’ho trovato così memorabile e graffiante quanto il romanzo. In particolare mi pare che il rapporto tra Barney e Miriam ne venga fuori un po’ banalizzato, un po’ melenso e che, tutto sommato, rimanga un film molto politically correct, molto, come dire, perfettamente aderente a certi canoni di un perbenismo culturale che sente la necessità di confermare determinati valori borghesi quali il matrimonio, ad esempio. Il personaggio di Barney ne esce molto ridimensionato, secondo me.
    Il romanzo prima o poi lo rileggerò.

    • “Sai una cosa? Anche io ho sempre meno voglia – ammesso che ne abbia mai avuta – di scrivere o parlare delle opere (libri, film ecc.) che non mi sono piaciute. Lo trovo, come dici tu, tempo perso. Un conto è trovare magari qualche difetto in un’opera che nell’insieme ci è piaciuta, ma un altro è stare a smontarla punto per punto.”

      Almeno per quanto mi riguarda, credo che la questione sia semplice. Se mi metto a scrivere di qualcosa, lo faccio per entusiasmo. O almeno mi piace di più quando l’oggetto del mio scrivere mi ha entusiasmato. Quando devo parlare di qualcosa che mi ha lasciato tiepido, le parole vengono fuori meno fluide. E nessuno mi paga: non sono costretto a parlare di ciò che non mi stimola :)

      Il film tratto da questo libro non ha convinto in diversi, a quanto leggo. Credo che non lo vedrò.

      • “Se mi metto a scrivere di qualcosa, lo faccio per entusiasmo”.

        Esatto, era quello che volevo intendere anche io. Tempo perso perché senza entusiasmo le parole non arrivano, si fa fatica e, giustamente, visto che manco ci pagano… :-)

        Il film in sé non è che sia un brutto film in assoluto, solo che non devi aspettarti che sia una trasposizione fedelmente riuscita del romanzo. Guardalo come film a sé. Vale la pena per le interpretazioni di Dustin Hoffman e Paul Giamatti. Magari tra un po’ di tempo, ora che sei ancora tutto preso dal romanzo non riusciresti proprio a sopportarlo.

  2. Grandissimo bellissimo e concordo riga per riga. Anche sul fatto che, ormai, se devo spendere energie e tempo per parlare di qualcosa, preferisco dedicarle a qualcosa che mi piace e a farlo conoscere, anziché a dire “X fa cagare comodini perché…” Se mi fa schifo, meglio lasciar perdere e diffondere le ganzerie.

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