In cold blood (cronaca di una strage annunciata) e altra robetta

Note sparse sulle ultime letture:

In Cold Blood, A True Account of a Multiple Murder and Its Consequences, di Truman Capote. Libro in Inglese? Ci metti minimo un mese! Sì, mi ci è voluta un’eternità per portarlo a termine, ma è stato divertente. Inutile ricordare cosa sia In Cold Blood, cosa rappresenti e di cosa parli. Più interessante, forse!, soffermarsi su ciò che ha significato per me mentre lo leggevo. Lavoro chirurgico, puntuale, giornalistico, misurato e oggettivo, il romanzo mi ha infatti fatto rimuginare su tante, tantissime cose. E’ il buono delle storie buone. Per esempio, mi sono trovato a riflettere sulla Teoria dell’Attaccamento (tra le più affermate nell’ambito della Psicologia dello Sviluppo) e sulle sue implicazioni. E’ successo soprattutto nel momento in cui Capote fornisce un quantitativo industriale di dettagli biografici relativi a Perry e Dick, i due disadattati che – fatto realmente accaduto – in una notte d’autunno del 1959 entrarono in una casa occupata da sconosciuti e uccisero un’intera famiglia senza apparente motivo. I due colpevoli, ecco il legame con la ricerca psicologica, ecco cosa ci racconta l’autore, avevano entrambi superato un’infanzia turbolenta e dolorosa, priva di figure di riferimento e di affetti significativi. Altra cosa che mi ha dato da pensare sono le polemiche suscitate dalla pubblicazione del romanzo. Capote, reo di aver esposto la cruda realtà dei fatti non omettendo particolari spiacevoli e tracciando – in maniera comunque spassionata – il lungo e patetico percorso che ha portato i due killer dalla culla fino al luogo della strage (la casa dei Clutter), viene apertamente accusato di provare fin troppa empatia verso la sorte toccata agli assassini. Nei loro confronti ci si aspettava invece un qualche tipo di condanna morale da parte dell’autore, una presa di posizione che andasse a coincidere con quella dell’opinione pubblica. Ecco che qui ho pensato a molte canzoni heavy-metal. A quei pezzi, in particolare, in cui gli artisti cercano di raccontare la violenza o in maniera oggettiva o assumendo il punto di vista del violento stesso, nel tentativo di delinearne, per quanto possibile, la fredda razionalità o i più brutali istinti. Un gioco di ruolo. Eppure. Quanti di questi musicisti sono stati accusati di simpatizzare per questo o per quell’assassino o di incitare alla violenza? (Mi chiedo, adesso, la butto lì, se chi non riesce a dissociare l’autore di un testo dal testo stesso – o da un punto di osservazione particolare scelto ad hoc, per quanto sgradevole possa essere – non soffra di un qualche più o meno lieve malfunzionamento di quel meccanismo interpretativo chiamato Teoria della Mente). E poi, per chiudere, leggendo In Cold Blood ho pensato a quanti degli autori che ho ammirato in vita mia debbano qualcosa a tale romanzo e alla sua struttura narrativa. Stephen King su tutti, soprattutto quando in funzione delle varie esigenze narrative ha dovuto rinchiudere buoni o cattivi ragazzi all’interno di una qualche cella. Certe situazioni del Miglio Verde o di Shawshank sono tremendamente capotiane.

Un citazione (si tratta del tentativo di delineare il profilo psicologico di Perry da parte di un amico – un confessore ma anche un mentore del futuro assassino):

“You are a man of extreme passion, a hungry man not quite sure where his appetite lies, a deeply frustrated man striving to project his individuality against a backdrop of rigid conformity. You exist in a half-world suspended between two superstructures, one self-expression and the other self-destruction. You are strong, but there is a flaw in your strength, and unless you learn to control it the flaw will prove stronger than your strength and defeat you. The flaw? Explosive emotional reaction out of all proportion to the occasion. Why? Why this unreasonable anger at the sight of others who are happy or content, this growing contempt for people and the desire to hurt them? All right, you think they’re fools, you despise them because their morals, their happiness is the source of your frustration and resentment. But these are dreadful enemies you carry within yourself–in time destructive as bullets. Mercifully, a bullet kills its victim. This other bacteria, permitted to age, does not kill a man but leaves in its wake the hulk of a creature torn and twisted; there is still fire within his being but it is kept alive by casting upon it faggots of scorn and hate. He may successfully accumulate, but he does not accumulate success, for he is his own enemy and is kept from truly enjoying his achievements.”

Canterville Ghost, An Amusing Chronicle of the Tribulations of the Ghost of Canterville Chase When His Ancestral Halls, di Oscar Wilde. Adattamento da un racconto che ho ascoltato in audiolibro (avete presente quando non c’è nessun disco nuovo e interessante da ascoltare mentre si corre in mezzo ai boschi?). Brillante, originale e divertente. Lo rifarei.

La prima frase è sempre la più difficile, Di Wisława Szymborska. E’ la trascrizione del discorso che la poetessa e saggista polacca, recentemente scomparsa, ha pronunciato nel momento in cui ha ritirato il premio Nobel per la Letteratura (1996). Testo brevissimo che probabilmente non lascerà tracce. Non trascurabile, però, l’intervista allegata all’edizione in mio possesso. E’ anch’essa assai stringata, ma lo stesso riesce a far emergere la personalità forte di un soggetto assai lontano dalla norma.

La morte a Venezia, di Thomas Mann. Iniziato e mollato forse un miliardo di volte ma… stavolta ce l’ho fatta. Ho superato le prime pagine, di un barocco talvolta nauseante, e l’ho portato fino in fondo. Ho trovato stucchevole, ancora, quella fin troppo manifesta morbosità per il periodo classico e per gli stilemi del romanticismo ottocentesco, ma devo dire che la storia, se ridotta all’osso, funziona piuttosto bene. Una fuga dalla monotonia, la ricerca della novità, l’attrazione, l’idealizzazione dell’amore e sullo sfondo il dramma incombente, la tragedia annunciata, il tristo e puntuale mietitore. Insomma, non fatevi fregare: c’è della sostanza, oltre le prime pretenziose pagine. E ne esce fuori qualcosa di notevole.

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