I disegni dei bambini

Il mondo disegnato dai bambini, di Tilde Giani Gallino è un saggio di psicologia evolutiva che – ma va? – analizza il rapporto spontaneo che sorge tra fanciulli e disegno, indagandone gli intrinseci aspetti creativi e comunicativi e sottolineando quanto la capacità di fissare su carta una rappresentazione mentale sia indicativa del tipo di personalità e di identità che il giovane artista/persona sta pian piano sviluppando. Si tratta di un saggio che si fa leggere con piacere e che presenta in maniera sommaria una decina di ricerche dalle quali, con la cautela del caso, si possono trarre alcune interessanti conclusioni. Tra esse la più importante è forse la perentoria smentita di una teoria stadiale dell’evoluzione del disegno, proposta da Luquet e assimilata da Piaget, secondo la quale le capacità artistiche – in questo caso, relative al saper disegnare – progrediscono con l’aumentare dell’età fino a raggiungere una sorta di perfezione nel momento in cui il ragazzo, ormai quasi adolescente, acquisisce (non si sa come) la tecnica della prospettiva. La Gallino mostra come tale teoria sia in fin dei conti assai ingenua (adultocentrica), e spiega perché, tra le altre cose, è improprio utilizzare (in senso denigratorio) il termine scarabocchio per le prime incerte linee – probabilmente, già timidi tentativi di rappresentazione – tracciate sul foglio da bambini di pochissimi anni.

Nel saggio ho trovato diversi concetti notevoli. Tra essi son rimasto colpito in particolar modo da ciò che un disegno – esaminato da una persona competente – possa davvero rivelare del mondo interiore di un bambino che magari ancora non sa esprimersi a parole. E’ questo, lo so, un argomento di cui si sente parlare spesso, anche a sproposito: personalmente non ero mai giunto a un tale livello di comprensione, ed è stato sorprendente rendermi conto dell’immediatezza (inconsapevole) con cui il bambino possa comunicare una sua gioia o un suo – magari sottovalutato – disagio attraverso un foglio e una matita. Il disegno della bambina muta che ritrae se stessa e colloca un’orrida, confusa, nervosa nube nera di fronte alla propria bocca non lo dimenticherò tanto facilmente.

Altra questione su cui si sofferma il saggio – corredato da diverse immagini – è il rapporto tra il disegno infantile e certe avanguardie pittoriche del ‘900. Non mi ero mai reso conto (mea culpa, di nuovo) di come artisti come Mirò, Picasso, Matisse e Kandinsky avessero tentato di inglobare consapevolmente, con un certo successo, va detto, alcuni degli espedienti pittorici utilizzati dai bambini nelle loro creative rappresentazioni del reale (le tecniche più copiate sono quelle della trasparenza, del ribaltamento e dell’adozione contemporanea di più punti di vista).

Nel libro c’è tanto altro ancora, naturalmente, che qui non ho il tempo di approfondire.

Non credevo, e concludo, che un argomento simile mi avrebbe preso così tanto. E che mi avrebbe spinto, alla fine, a rimuginarci sopra ancora, e ancora, e ancora. Prendiamo spunto dal libro per andare oltre. L’illusione di avere un io, di avere un’identità, di essere unici, è causata dal persistere nel tempo dei ricordi, i quali danno un senso di continuità all’esistenza. Come la maggioranza delle persone io non ho a disposizione troppe tracce mnestiche del mio avere tre, quattro, cinque anni. Molti ricordi della mia infanzia sopravvivono, quando lo fanno, al di là della soglia della mia consapevolezza. In tal senso non è una provocazione sostenere che quel bambino che ero io, quel bambino che perdura in me solo per una manciata di memorie, era ed è in buona parte altro da me. Comunque la mettiamo, mi sarebbe adesso impossibile ricordare come guardava al mondo quel Gianluca, cosa ne pensava, cosa lo stimolava, cosa lo schifava. Quel Gianluca sta scomparendo. Lo stanno divorando i Langolieri boccone dopo boccone. Un sistema per fare un po’ di luce su quel misterioso universo interiore potrebbe essere, allora, quello di guardare ai disegni che realizzava (lui) a quell’età nei contesti più disparati. Analizzati da occhi esperti (1) quei disegni, rudimentali memorie esterne, primitive annotazioni sul diario, potrebbero far in un certo senso rivivere pezzi del Gianluca di tre, quattro, cinque anni, potrebbero raccontare cosa pensasse, col suo superattivo cervello di bambino, della realtà circostante, dei familiari, delle maestre, della Teoria della Relatività. Rappresenterebbero uno squarcio su una giovanissima mente che si va dissolvendo, demolita dall’incurante passare del tempo. Le darebbero un minimo di supporto fisico. E’ presto detto: se quei disegni sono fruibili, è in (piccolissima) parte sempre accessibile la mente di quel Gianluca infante. Se vanno persi, quel Gianluca subisce un altro colpo mortale.

Semplicissimo, no?

Suona molto hofstadteriano, lo so E, forse, oddio, anche un tantino inquietante.

(1) la mia è chiaramente una semplificazione, dal momento che anche le persone competenti, per fare un lavoro adeguato e proporre interpretazioni convincenti, dovrebbero osservare il bambino mentre disegna e sostenere un colloquio con lui, una volta terminato il processo grafico, che riguardi ciò che ha disegnato.

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2 pensieri su “I disegni dei bambini

  1. Davvero interessante!
    Altro che scatola nera: questa è una scatola Carioca a 12 colori!
    Maledetti Langolieri, forse abbiamo trovato un modo per cancellarvi. Con un (nobilissimo) scarabocchio!

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