Hazy Sunday morning

I heard your eyes and I touched your tongue
When we were kids we never felt so young
Take me to a hazy Sunday morning

Devo averlo già detto, e neanche una volta sola, ma sento il fastidioso dovere di ripetermi. Sono fortemente contrario alla nostalgia, soprattutto quando si parla di musica. O, almeno, mi sforzo di esserlo. Il discorso è semplice ma controintuitivo. Se prendiamo per buono – e non vedo perché non farlo – il concetto che ci sono periodi della nostra esistenza – l’adolescenza in particolare – in cui gli stimoli musicali modificano il nostro ancora estremamente plasmabile cervello in maniera importante, accompagnando e intrecciandosi con altre esperienze intense (droghe, sesso, frizzanti mattinate di scuola marinata), dobbiamo per forza concludere, al contrario di quanto siamo soliti percepire e sostenere con tanto vigore, che quella musica non è la migliore in assoluto. Ha solo avuto la fortuna, il privilegio, di esser capitata nelle nostre orecchie al momento giusto. Quando cioè eravamo maggiormente predisposti a farci plasmare da essa. La psicobiologia dello sviluppo ci insegna che abbiamo un periodo critico per il linguaggio (se non non siamo sottoposti a stimolazione linguistica nei primi anni di vita con difficoltà riusciremo a parlare), per la vista, per l’udito e per altre modalità percettive. Forse, in un senso leggermente diverso, ce l’abbiamo anche per la musica? Ciò che udiamo in quella finestra temporale tenderebbe in quest’ottica a formare le nostre preferenze in maniera talvolta quasi definitiva. O almeno ad indirizzarle. Come per gli altri sensi e le altre abilità l’apprendimento, l’esporsi a nuove esperienze abbandonando l’idea ingenua che “una volta si stava meglio”, potrebbe favorire così una certa (certo, più limitata) malleabilità anche nel cervello maturo.

(titolo per un saggio che la gente seria potrebbe scrivere: La plasticità del cervello adulto in risposta all’esperienza musicale)

Secondo me il solo fatto di pensarla in questi termini elastici tende – per quanto è possibile – a tenere la mente pronta a farsi sorprendere di volta in volta. Penso a esperienze coinvolgenti, forti, che scuotono le spine dendritiche assopite. Come – ecco dove volevo arrivare – l’ultimo dei Baroness, un gruppo che in un primo momento avevo disgraziatamente sottovalutato. Il doppio disco a cui faccio riferimento si chiama Yellow & Green e rappresenta per il sottoscritto una vera e propria sbandata (appunto) adolescenziale. Ne ha tutte le caratteristiche salienti. Musica stimolante e visione, soprattutto.

Partendo da una base comune ai grandi Mastodon, i Baroness in questo lavoro amplificano il discorso melodico e assestano una serie di colpi mica da ridere, tra lunghi arpeggi siderali, barbare devastazioni, gusto per l’assolo e una lunga sequenza di soluzioni armoniche che suonano fresche e vincenti. Tra le righe, il che non guasta, una certa sghemba poesia, come nell’epilogo senza-tempo di Back where I belong. Suonato con insospettabile classe e inventiva, per quanto mi riguarda Yellow & Green – colonna sonora di fine 2013 – è uno dei migliori lavori usciti in ambito metal (ma, oddio, verrebbe voglia di allargare il discorso al rock in generale) negli ultimi anni. Merita, merita.

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