Il lettore che credeva di essere morto

Non parlo di libri da un bel po’. Perché leggo meno. Nei miei panni, qualcuno tirerebbe fuori la solita scusa del tempo. Non ho tempo, direbbe, purtroppo non ho tempo. Ah, se avessi tempo quanto leggerei. Quanto leggereeei! Ma io non sono il tipo: so che il tempo, se si vuole, lo si trova sempre. Semplicemente, con un certo fatalismo, credo all’esistenza dei periodi. Up & down. Funziona così. Una cascata di microcause ti portano per un paio d’anni a leggere un libro a settimana. Più leggi e più leggeresti. Poi, la somma di altre insondabili microcause – esempi: pregresso di pessime letture, post-sbronze insostenibili, l’e-reader che normalizza e rende insipido ogni libro, e così via – ti spinge giù nel baratro dell’apatia del lettore. Laggiù dove i Biscardi sfanculano i Faulkner. Dove una serata con Carlo Conti è meglio di una rilettura de Il giovane Holden. D’improvviso ecco il periodo in cui anche solo a sfogliare una pagina si fa una fatica inaudita. Come ci si risolleva? Come si riprende quella tanto stimolante corsa? Non c’è una tecnica vincente. Ma parlare di libri, lo sospetto, aiuta. Per questo sono qui.

Ecco dunque un breve commento ad alcune delle letture della seconda parte del 2013 (come al solito, grazie ad Anobii). Quelle sulle quali ho qualcosa da dire. Non mi soffermerò su testi di cui avevo già parlato nei primi mesi dell’anno.

Tra i titoli più famosi tenuti in mano ultimamente c’è Cecità di José Saramago. Avevo già visto un film – notte fonda, un occhio aperto uno chiuso, il perfido Tg4 che frantuma la tensione – tratto dal libro, quindi grossomodo conoscevo la storia. Devo ammettere che come prima opera dello scrittore portoghese che mi son trovato a leggere, Cecità non mi ha scosso più di tanto. Per carità, l’idea complessiva è più che discreta: quello che manca, secondo me, è la scrittura, la sua capacità di modellare gli eventi in maniera incisiva e originale, sfornando riflessioni che non siano le solite banalità. Magari più in là proverò con un altro suo lavoro.

Passando ad altro, di Breakfast of Champions di Kurt Vonnegut devo aver già parlato: l’ho letto in inglese in un periodo di scarsa motivazione (una pigra pagina al giorno: avere presente?), e ho paura d’essermi perso qualcosa del grottesco intreccio. A distanza di mesi rimane la visione d’insieme, l’umanità compatita, rimangono le descrizioni concise e sempre perfette, rimane la sensazione che con Vonnegut ti ci saresti fatto volentieri più di una birra. Il tipo ne aveva capite di cose, eh?

Il tao della fisica di Capra, altro must read della letteratura mondiale, è stato scritto negli anni ’70 e nell’epoca del Cern e del bosone di Higgs può suonare – e probabilmente suona a chi se ne intende davvero – un tantino datato. La divulgazione delle basi delle teorie quantistiche secondo me rimane comunque molto chiara e ben realizzata. Con l’aiuto di disegni, di ridondanza e di precise metafore, Capra riesce a rendere perlomeno intuibile ciò che succede laggiù (quaggiù) nel bizzoso mondo delle particelle subatomiche. Questo è un punto a suo favore. Più forzata secondo me è l’idea, poi diventata (troppo?) di dominio pubblico, che saggi orientali vissuti millenni fa, utilizzando parole vaghe e quindi interpretabili nei modi più disparati, avessero intuito davvero la cosiddetta realtà ultima delle cose. Il tentativo di collegare la filosofia orientale alla teoria quantistica in maniera così inequivocabile è secondo me tutt’altro che convincente, e forse frutto della medesima fallacia in cui cadono coloro che selezionano frammenti di antiche ambigue profezie per poi applicarle a fatti recenti. Anche se Capra è, manco a dirlo, molto più elegante e autorevole dei cialtroni che sbavano per Nostradamus et similia.

Per un esame di Psicopatologia mi son trovato a leggere un libro dello psicoterapeuta Fabio Celi intitolato Psicopatologia dello sviluppo. Lo cito perché m’è piaciuto molto e credo potrebbe appassionare anche i non addetti ai lavori. Celi scrive secondo me assai bene: pur non rinunciando alla complessità e alla serietà accademica con cui la materia dev’esser trattata, la sua prosa rimane leggera e piacevole come quella di una buona opera di narrativa. Il libro racconta come bambini con disturbi di diverso tipo e gravità possano essere aiutati con metodologie cognitivo-comportamentali, tecniche a parer mio – come principio – assai più logiche e potenzialmente efficaci rispetto ad ogni altro tipo di terapia psicanalitica (la nostra esistenza si basa, che ci piaccia o meno ammetterlo, su miliardi e miliardi di stimoli-risposta). I diversi casi sono trattati con molto tatto e umanità e resi interessanti dagli aneddoti (anche personali) che l’autore è scaltro ad infilare qua e là. Ogni tanto si ride pure.

Continuando con i saggi, per chiudere in bellezza, L’uomo che credeva di essere morto aggiorna ciò che Ramachandran aveva detto nei suoi due libri precedenti – tra quelli tradotti in Italia. Rama, neurologo di fama mondiale, è un mio mito personale e le sue speculazioni sul funzionamento del cervello sono spesso spettacolari – andate a leggervi cosa dice sull’arte, tanto per – ma talvolta mi sembra gli manchi il coraggio di fare quel decisivo passo in più. Lui stesso è il primo ad ammetterlo, del resto: è ciò che differenzia, giustamente, uno scienziato da un filosofo. Quando sostiene, per dire la prima che viene a mente, che la differenza sostanziale tra noi e i primati non umani che utilizzano il linguaggio dei segni sta nel fatto che noi capiamo il significato di quel che diciamo e gli (altri) animali no, gli sfugge secondo me ciò che diceva Dennett in The elbow room a proposito dell’impossibilità di una perfetta macchina semantica. Con la sua speculazione, non ha il coraggio di abbandonare la terraferma e di buttarsi nel vuoto. Perché il significato in ultima analisi non esiste e, per quanto a fondo possiamo scavare, rimaniamo solo ottimi motori sintattici. Più in là neanche noi esseri umani possiamo andare. Capito, Rama?

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