Libri & ebook: la differenza secondo me

Avevo già parlato della differenza tra i due media. E di come personalmente percepissi che quando leggo testi più articolati (impegnativi) qualche elemento si perde, se essi mi arrivano dal mezzo elettronico. Che mi dà qualcosa che è puntualmente più volatile, impalpabile, sfuggente e meno memorizzabile rispetto allo stesso materiale affrontato su carta. E che secondo me è più adatto a scritti snelli, disimpegnati, oserei dire “usa-e-getta”. Vorrei che le cose non stessero così. Vorrei il trionfo del progresso.  Non sono un retronostalgico conservoveterohipster vintage e tradizional-passatista. Eppure.

Forse – ipotesi – il libro fisico ha molto semplicemente caratteristiche specifiche che frenano quel processo  di derealizzazione che si mette in modo quando sfogliamo un epub. Il libro fisico ha una copertina che vedo tutti i giorni e che colora la storia narrata. Ha un suo peso. Ha una sua caratteristica e magari momentanea collocazione – un comodino in una casa in cui ho vissuto per pochi mesi, una poltrona in pelle consumata, il verde di un prato, il ventre abbronzato di quella certa ragazza sulla spiaggia, e così via. Il libro fisico ha, voglio dire, quasi una sua personalità unica, e si radica più profondamente nell’esistenza. Ne diviene concreto protagonista.

Tutte fesserie, potrebbe dire qualcuno. L’importante – wow – è la storia. Eppure se penso a come si formano i ricordi e a come funzionano le aree associative – che pescano da più sensi e che sfruttano più vie quando si tratta di richiamare alla mente qualche elemento –, tutto ciò che è stato detto sopra acquista una sua logica. Anche mcluhaniana. E se leggo il cartaceo di Tokio Blues di Murakami su un traghetto Barcellona – Genova, bevendo lattine di birra sotto il sole già mite di fine agosto, quando formo le tracce di memoria relative alla storia che sto affrontando ciò che succede attorno a me lascia a sua volta una propria traccia, una traccia che sarà da lì in avanti legata indissolubilmente all’esperienza di quella lettura. Mi formo un pacchetto mnestico storia-circostanza. E ciò che tengo in mano è un elemento fondamentale della circostanza. E allora quel romanzo di formazione si accompagnerà (anche) a me che tiro fuori quel libro dallo zaino, a me che lo sfoglio mentre butto giù la birra Heineken stringendo una lattina verde, a me che lo appoggio sul ponte di metallo azzurro accanto alle mie scarpe da tennis – appoggio quel libro con quella copertina e quel peso e quelle sue caratteriche tattili. E tutto ciò renderà l’esperienza più ricca e interessante. Unica. E il ricordo della storia – come incarnato nella mia vita – sarà molto più vivido – meglio fissato, sinapticamente rappresentato in maniera più solida – che se avessi invece utilizzato uno strumento elettronico anonimo, a ben vedere lo stesso strumento che compare in una molteplicità di situazioni diverse e che quindi non ne caratterizza nessuna. E che – di conseguenza – annacqua d’impersonalità parte dei suoi contenuti. (1)

Sul cliché dell’odore della carta e di come – in effetti – gli odori rivestano un ruolo fondamentale per i processi di memoria, cliché su cui io stesso ho ironizzato più volte, e di come gli odori abbiano una via diretta ai centri delle emozioni (amigdala) (2), e di come alla fine possano lo stesso influenzare la maniera in cui estraiamo significato da una lettura, per questa volta soprassiedo.

Il seguente articolo di Wired parla più o meno di queste cose. Non si tratta – spero sia chiaro – di una gratuita demonizzazione della nuova tecnologia, che io stesso utilizzo di frequente. Si tratta solo di sottolineare alcune differenze:

Paper books were supposed to be dead by now. For years, information theorists, marketers, and early adopters have told us their demise was imminent. Ikea even redesigned a bookshelf to hold something other than books. Yet in a world of screen ubiquity, many people still prefer to do their serious reading on paper.

Count me among them. When I need to read deeply—when I want to lose myself in a story or an intellectual journey, when focus and comprehension are paramount—I still turn to paper. Something just feels fundamentally richer about reading on it. And researchers are starting to think there’s something to this feeling.

To those who see dead tree editions as successors to scrolls and clay tablets in history’s remainder bin, this might seem like literary Luddism. But I e-read often: when I need to copy text for research or don’t want to carry a small library with me. There’s something especially delicious about late-night sci-fi by the light of a Kindle Paperwhite.

What I’ve read on screen seems slippery, though. When I later recall it, the text is slightly translucent in my mind’s eye. It’s as if my brain better absorbs what’s presented on paper. Pixels just don’t seem to stick. And often I’ve found myself wondering, why might that be?

(continua qui)

(1) Non è un caso, credo, che mi succeda a volte di non ricordare con certezza se ho letto o meno un certo libro digitale.

(2) Sembra che gli odori, lo sperimentiamo quotidianamente,  favoriscano in special modo la permanenza dell’emotività del ricordo. Ma non è detto che ciò che ci emoziona maggiormente corrisponda sempre a ciò che ricordiamo più nel dettaglio, anche in virtù del fatto che l’olfatto sembra sostanzialmente slegato o comunque meno intensamente connesso a favoltà cognitive superiori come il linguaggio. (vedere Sensation & Perception, di Wolfe, Kluender & Levi).

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