Good-Looking Men In Small Clever Rooms That Utilize Every Centimeter Of Available Space With Mind-Boggling Efficiency

(sul leggere ed aver letto Infinite Jest di David Foster Wallace)

Non mi dilungherò sull’eterna questione concettuale (ci sta bene concettuale, qui? No? Cristo, DFW lo usa di continuo e mai una volta che ti venga da concludere che ehi, qui concettuale ci sta come le cozze nel gelato, qui hai proprio scazzato, eh, DFW, ah ah!) del legame tra artista e vita-di-artista, ché se ne parla da secoli eccetera eccetera, e sulla mia ingenua convinzione che, quando leggi l’opera di un Soggetto (senza tette, Orin) che è appassionato e allo stesso tempo frustrato dal tennis e che ha sofferto di depressione e che ha giocato con le droghe (nel senso di droghe psicofarmaci) e che alla fine si è impiccato, le pagine da lui buttate giù acquistano come un certo peso funereo e le parole, tutte, appaiono come perentori avvertimenti e segreti messaggi di richiesta d’aiuto. In special modo, si capisce, quando l’opera in questione tratta di tennis, e di tutto ciò a cui devi rinunciare per avere fortuna e gloria nello sport, di depressione, di dipendenze e di gente che si uccide facendosi esplodere la testa nel microonde.

Mi limiterò a dire che Infinite Jest è il libro più complesso, articolato e per certi versi (quanto sarà odioso dirlo) geniale che abbia mai letto. E ad applaudire l’enciclopedica, matematica, filosofica, superiore, triste mente che è riuscita – in mezzo a piccoli inconvenienti come voglie di uscire di scena e opprimenti desideri di robe psicotrope – a tenere in piedi e a far funzionare un mostro fantascientifico-satirico di tale immensità fisica (e concettuale). Il tutto evitando di compiacere – sia mai – un lettore a cui viene affidato il compito di scavalcare la complicazione fine a se stessa, messa lì perché non fine a se stessa, e di estrarre le proprie risposte dal mistero complessivo della multivicenda. Son stati quasi-tre-mesi tostissimi, questi trascorsi con le sue – quante sono? – milletrecento pagine e passa, dove ogni foglio è formicolante di dettagli e vocaboli ed è, in sostanza, un microracconto a sé stante. E non starò – fossi matto – qui a cercare di riassumere la storia, e neppure a spiegare quel che per me ha forse significato, e neppure a cercare interpretazioni (a tal riguardo son stati scritti diversi saggi), e neppure a incollare estratti significativi, per esempio qualcuna di quelle spiazzanti e palpabili tirate sulla depressione (per esempio) che squarciano qua e là il solido e freddo impianto ultrarazionale che tiene in piedi il libro.

Ed è proprio attorno al suo non concedere nulla al lettore – se non rare aperture di malsana umanità -, alla sua famelica e autistica ipergrafia, al suo stile privo di vincoli, al suo lessico complicato e tecnico (se siete contemporaneamente appassionati di tecnica del cinema, tennis, psicobiologia, farmacologia, geometria, studi sui media, gnoseologia, ottica e linguistica (etc) questo è esattamente il libro che fa per voi), alla sua calcolata disperazione e al suo estremo metaintricarsi che gira attorno Lo scherzo infinito. Non vi cercate facili ritornelli da canticchiare sotto la doccia, perché non ne troverete. Non c’è amore, neanche sesso, e la comunicazione è solo un fine astratto a cui si cerca maldestramente di giungere. Non c’è niente che non sia in fin dei conti del tutto privo di speranza e passione. Tutto è inutile o perlomeno superfluo. Tranne l’Intrattenimento, ovvio, ottico o intravenoso che sia. Nessuno sa dirgli di no. Sta tutto qui: se tu potessi premere un pulsante che attiva i tuoi circuiti dopaminergici relativi alla ricompensa, un pulsante collegato ad un meccanismo che ti dona senza farla tanto lunga ebbrezza, felicità e orgasmi, finiresti per non fare altro che premere quel pulsante. Per sempre. Fino a morirne. In tal senso Hal, uno dei mille personaggi, uno dei più disattivati protagonisti, Hal che tutto sente e niente dice o Hal che tutto dice e niente sente, è assieme sintesi e manifesto della totalità di un’opera. E forse – mi permetto di dire – di tutta una disallineata esistenza. Hal e Infinite Jest e DFW, una sorta di ricorsivo impenetrabile – palmereldritchiano – enigma.

Qualche bell’articolo che ho trovato su Infinite Jest:

Appunti su un discorso su Infinite Jest

Leggere Infinite Jest non è troppo difficile se sai come farlo

(fatto inquietante – spoiler) La storia di Aaron Swartz e di Infinite Jest

Annunci

3 pensieri su “Good-Looking Men In Small Clever Rooms That Utilize Every Centimeter Of Available Space With Mind-Boggling Efficiency

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...