Altre visioni (Gravity, Venere in pelliccia, Dallas Buyers Club etc)

Gravity di Alfonso Cuaron. L’ho visto in due dimensioni – ché il 3D, poco ci posso fare, mal lo digerisco – e non stento a credere che con la terza dimensione sia tutt’altra cosa, dato che sembra realizzato proprio per quello. Eppure visivamente m’ha impressionato lo stesso, ed ho trovato la regia fantastica, impressionante, solidissima. Purtroppo però il film in sé resta quel che è, e cioè una discreta pellicola d’azione con scarsa profondità e dialoghi non proprio eccelsi. (Se qualcuno poi mi spiega per quale motivo, per quale eccezione alle leggi della fisica, al momento cruciale (il personaggio interpretato da) Clooney parte – chi ha visto sa – per la tangente, mi fa un grandissimo piacere). Se di blockbuster dobbiamo parlare, allora vado lo stesso sul non perfetto Interstellar.

Venere in pelliccia, di Roman Polansky. Sperimentale, e forse non per tutti, (parziale) riadattamento di un riadattamento del celebre romanzo erotico di Leopold von Sacher-Masoch. Due attori interpretano due attori (una professionista e uno che, diciamo, ha la giusta inclinazione) all’interno di un film che è ambientato esclusivamente in un teatro. Con realtà e letteratura, fantasie e sottaciute perversioni, che si ibridano a più riprese. Molto meta, come si suol dire. Stuzzicante, direi, ma bisogna esserci portati: meno dinamico comunque dell’ottimo Carnage (anch’esso di anima teatrale).

Dallas Buyers Clubdi Jean-Marc Vallée. Acclamatissimo, ispirato ad una storia vera – e credo potenzialmente pericolosa per l’effetto che può avere sulle masse -, ha portato un magrissimo McConaughey a vincere l’Oscar come miglior attore protagonista (anche se, parere del tutto personale, non raggiunge qui le vette di True Detective). Film crudo che evita banali sentimentalismi – non era scontato, visto che si parla di AIDS e di gente che muore -, che dà un’altra bella botta ad una manciata di storici pregiudizi. M’è piaciuto, anche se forse mi aspettavo qualcosa di ancora più potente.

Divergent, di Neil Burger. Tratto da un libro – leggo – sufficientemente noto. Si parla di un futuro distopico in cui la società è organizzata in fazioni diverse, ed ogni cittadino viene indirizzato verso ognuna di queste fazioni dal risultato di un obbligatorio test attitudinale. Cosa che, si può immaginare, può creare più di un problema di convivenza. Le premesse sono ottime: peccato che la pellicola faccia di tutto, minuto dopo minuto, per risultare sempre meno interessante.

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