Il capitale umano & Smetto quando voglio

Qualche veloce considerazione anche su un paio di film visti più di recente. Entrambi italiani: il cinema italiano degli ultimi anni è spesso criticato e snobbato, non a torto. Incapace di staccarsi – come in un certo senso succede anche alla nostra musica – da un certo provincialismo, dall’attrazione per la nostalgia e dalla mitizzazione delle tematiche adolescenziali, in cui la tanto agognata leggerezza finisce per mutarsi inevitabilmente in furbetta superficialità, finisce il più delle volte per realizzare prodotti dilettantistici adatti ad un pubblico educato ad apprezzare solo quel genere di cose. In un circolo vizioso che non fa che impoverirlo. Forse, però, vedo segni di riscossa. Dopo la grandeur e l’ambizione dell’ottimo La grande bellezza (la cui cura delle immagini e il cui lavoro in fase di regia sono di caratura internazionale), mi sono visto due dei lavori più applauditi del 2014. E mi sono piaciuti entrambi.

Il primo è Smetto quando voglio di Sydney Sibilia: commedia (forse) che parte (anche qui) da temi tipicamente italici – i ricercatori italiani non valorizzati a dovere – per poi lanciarsi in una sorta di tragicomica e personalissima rincorsa a vicende tipicamente breakingbadiane, con i migliori cervelli della Capitale che si dedicano alla sintesi e allo spaccio di sostanze stupefacenti. Scorre fluidissimo, è divertente e non ha intenti moraleggianti. Promosso.

Il secondo è Il capitale umano di Paolo Virzì ed è – l’ho visto ieri sera e forse non sono in grado di darne ancora una valutazione spassionata e oggettiva – probabilmente una cosa che si avvicina tantissimo al capolavoro. Al contrario di tanti altri film italiani, l’ho trovato per certi versi imponente, autoritario. Merito della regia, priva di preziosismi fini a se stessi ma sempre estremamente vigile, e di una sceneggiatura calibratissima, scritta con rara intelligenza, che racconta la vicenda da più punti di vista senza tentennamento alcuno. Ma di cosa parla? Perché non ci dici mai di cosa parlano? Perché alla fine, come sempre, ciò non è neanche troppo importante. Le tematiche infatti sono quelle classiche, universali, su cui non si smette mai di scrivere: il potere, l’ambizione, il caso, l’amore, la morte, i soldi, i patetici esseri umani. Ed è come sono miscelate assieme che qualche rara volta fa davvero la differenza. Ed è questo il caso. Il capitale umano sembra un film del Woody Allen degli ultimi dieci anni, se non che – lo dico da amante del newyorkese – il lavoro di Virzì è forse superiore a quasi tutta l’odierna produzione alleniana. Almeno per compattezza, almeno per nettezza di idea, almeno per concisione nella messa in scena. Stesso cinismo, poi, stessa voglia di deridere le velleità umane, stessa voglia di sottolineare come sia il caso – e non la volontà, come ci piace raccontarci, come ci ricordano le fastidiose frasette motivazionali che gli amici incollano su Facebook – a maneggiare gran parte delle nostre vicende. Amarissimo e amabile: lo rivedrò appena posso.

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