Trilogia di New York, di Paul Auster

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La quarta dice:

Pubblicati per la prima volta tra il 1985 e il 1987, i tre romanzi Città di vetro, Fantasmi, La stanza chiusa, che compongono la Trilogia di New York, sono diventati classici della letteratura americana contemporanea.

Personalmente parlerei di tre lunghi racconti che vanno sul noir racchiusi in poco più di 300 pagine complessive. Parlerei di un primo racconto dolorosamente imbarazzante, in cui la prosa zoppa e immatura di Auster – è quel genere di testo in cui i protagonisti dicono cose come “chi va piano va sano e va lontano” e aspirano a sembrare arguti, quel genere di testo che assomiglia davvero troppo al primo manoscritto dello scrittore dilettante – non riesce a tenere in piedi un progetto di storia a incastri, con wannabe livelli e metalivelli di lettura, mai sufficientemente chiaro.

Parlerei poi di un secondo racconto più conciso e certo meglio amalgamato – ma ancora non convincente – il quale riprende a grandi linee alcune delle tematiche sfiorate nel primo: l’osservare e l’essere osservati, i ribaltamenti di ruolo, i giochi di specchi di quasi velasqueziana memoria.

Parlerei infine di un terzo più riuscito testo, dall’atmosfera vagamente E. A. Poe, un testo ben scritto e dal discreto ritmo, un testo che fila via snello ma che – anche qui – pur lanciando qua e là impastati suggerimenti su possibili collegamenti tra le tre parti, mai riesce a essere credibile fino in fondo. Troppe strizzatine d’occhio, insomma, ma poca concretezza.

In ognuno dei tre racconti si parla di detective solitari, di persone misteriose da pedinare e di gente che scrive, che scrive sullo scrivere e che parla di libri scritti o da scrivere. Spesso si fa largo l’idea di star leggendo la stessa (essenza di) storia da tre punti di vista differenti, ma se tale era il proposito di Auster (e lo era), la sua scrittura non è riuscita a fare chiarezza al proposito. Per di più rimane viva la sensazione che la nebulosità comunicata non sia voluta, non sia perseguita scientemente, ma sia invece l’inatteso risultato di un’incapacità nella messa in scena. Gli espedienti utilizzati da Kieslowski (nella sua ben più riuscita trilogia) per ricordarci che c’è una certa continuità tra le parti qui non fanno un granché presa. Sembrano buttati lì tanto per, come sembrano spesso immotivati i repentini cambi di umore o le improvvise (e spesso assurde) decisioni di personaggi piatti e incomprensibili. Tutti risultati di una prosa che mi è parsa rigida e povera, perlomeno nei primi due racconti. Il terzo, ribadisco, è qualitativamente di altra caratura e sa tenere vivo l’interesse fino alle sue ultime pagine. E’ l’unico che, tutto sommato, merita di esser letto.

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