Era tutto (così) verde

ragazzacapellistraniLeggendo i primi racconti della raccolta La ragazza dai capelli strani (anno 1989 dopo Jesus) stava pian piano montando in me un’opinione piuttosto netta riguardo al David Foster Wallace pre-Infinite Jest. E cioé che si trattasse (allora) di uno scrittore sì capace, sì con delle potenzialità, sì sì e sì, ma che ancora non aveva sconfinato, valicato gli standard, oltrepassato il muro del convenzionale, fatto il Grande Salto, cominciato a scalare quelle vette qualitative (continuo?). Terminato il volume, tale idea si è ridefinita con assolutezza gestaltica. La ragazza, credo, è una specie di must per chi ha amato il Wallace successivo: ne introduce infatti gli elementi, diluiti quanto si vuole, che ne marcheranno la poetica degli anni a venire.

Piccoli animali senza espressione infila la liscia partitura di una storia d’amore all’interno degli ingranaggi spietati di un popolare programma televisivo. Atmosfera grottesca e a tratti asfissiante. Per fortuna il funzionario commerciale sapeva fare il massaggio cardiaco è uno schizzo dai colori freddi, di un’utilità discutibile (si sospetta però che ci sia un fine ben preciso). La ragazza dai capelli strani rimanda a certe scene più freak di Infinite Jest e galleggia sulla propria intrinseca assurdità. Lyndon è un silenzioso mondo alternativo edificato attorno al presidente che fu costretto a subentrare all’assassinato Kennedy. John Billy gioca con gli stereotipi del mito e racconta una bizzarra storia vagamente western che esplode in anomalie percettive, tentazioni filosofiche e psicosi. Da una parte e dall’altra è una mal nascosta fetta autobiografica nel quale il protagonista maschile che progetta universi metallici e godeliani si scontra inevitabilmente con le aspirazioni sane e umane della ragazza con cui ha (avrebbe) una relazione. Un Wallace qui in versione (chiaramente) autocolpevolizzante regala al racconto una struttura originale, briosa ed efficace. Il desolante finale (tratto da qui) centra in pieno la perfezione – vietato capirci qualcosa se non si è letto tutto il testo:

«Ma secondo me sentire di amare qualcuno gli faceva paura».

«E’ un apparecchio rudimentale».

“A chi altro hai fatto del male?”

«Mia zia viene dietro la cucina e si mette in piedi alle mie spalle e sbircia dentro al cavità nera e riordinata della cucina e dice che a quanto pare ho fatto un bel po’ di lavoro! Indico con il cacciavite il partitore lercio e non dico nulla. Lo tocco con l’attrezzo».

“Di che cosa hai paura”.

«Ma non credo che lui dovrebbe farsi del male in questo modo. A prescindere da tutto».

«Credo, inginocchiato dietro la cucina, con mia zia che si accovaccia  a posarmi una mano sulla spalla, che mi faccia paura assolutamente tutto ciò che esiste».

“Allora accomodati pure”.

Poi abbiamo La mia apparizione, che narra la vicenda di un’attrice che di lì a poche ore dovrà essere ospite del Letterman Show. La storia parla di un argomento che starà molto a cuore al Wallace successivo, ossia il rapporto tra sincerità e ironia: si tenta qui una piccola decostruzione dei meccanismi ironici – secondo Wallace, ormai troppo diffusi/obsoleti/conservatori – che stanno alla base dell’intrattenimento americano, televisivo o letterario che sia. Dire mai è un caloroso (relativamente: si tratta pur sempre di DWF) ritratto di variopinte relazioni amorose e contiene delle parti descrittive a dir poco magistrali: vedi il ritratto della sessualmente irresistibile Carlina. Le due pagine espressioniste di E’ tutto verde, una fitta attesa, sono il miglior modo per chiudere il sipario.

Raccolta bellissima e neppure troppo ostica (anche se), fondamentale per comprendere meglio ciò che sarebbe arrivato dopo. Consigliata, per cominciare, a chi teme la mole e l’opacità di IJ.

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