Più lontano ancora (di J. Franzen)

piùlontanoancoraAltra raccolta (anche fin troppo) multiforme di materiale scritto da Jonathan Franzen. Saggi, trascrizioni di discorsi pubblici, recensioni, racconti, confessioni, scorci autobiografici. Come dicevo a proposito di Come stare soli, non tutto è fondamentale o memorabile. Ci sono dei testi, per esempio, che il lettore europeo medio potrebbe trovare piuttosto lontani da sé. E c’è un talvolta irritante ritornare su una delle (a quanto pare) recenti passioni sviluppate dallo scrittore americano. Il birdwatching. Che possiede anche una sua dignità e bellezza intrinseca e tutto quel che volete, ma, come dire, non è che proprio sia il massimo in quanto a coinvolgimento emotivo/intellettuale (ho detestato l’insistere sul birdwatching anche nei libri di Neil Peart, sia messo agli atti).

Detto questo, preciso che il libro manifesta straordinari periodi di sincerità e splendore che ne giustificano ampiamente la lettura. Soprattutto se siete interessati alla scrittura, ai libri che parlano di libri, e al triangolo epistolare DeLillo-Franzen-Wallace. Uno dei passaggi più intensi è sintetizzato in L’isola più lontana, nel quale si racconta di un Franzen che decide di ritirarsi per alcuni giorni – in solitudine – su un’isoletta al largo del Cile. Lontano dai cellulari, dalle presentazioni, dalle feste, dalla società. La scusa è quella del birdwatching. La realtà è che c’è l’esigenza di sparire dal mondo per fare il punto della situazione in un periodo assai particolare della propria esistenza. Franzen ha appena pubblicato Libertà (dopo Le correzioni, tutti si aspettano grandi cose da lui) e il suo amico Wallace si è impiccato. (Prima di partire per il Cile, tra l’altro, riceve dalla vedova di Wallace parte delle ceneri dell’amico perché le disperda nell’oceano). Il racconto fila via liscio, ed è perfetto nel descrivere le difficoltà che l’uomo innamorato di New York Franzen incontra nell’accamparsi da solo, nell’arrampicarsi sulla vetta di una montagna alla ricerca di qualche rarissimo volatile, nell’orientarsi utilizzando insignificanti mappe. Sembra una storia d’avventura il cui protagonista è un impacciato Robinson Crusoe (testo che peraltro si è portato dietro): piove, piove parecchio, niente funziona come dovrebbe e c’è un vento della Madonna. Poi ecco che arrivano, franano giù dall’alto all’improvviso, i momenti-Wallace. E nel ricordo doloroso dell’amico, nel quasi astio che prova nei suoi confronti per essersi negato a tutti e a lui in particolare e per essersi trasformato agli occhi del mondo nel fenomeno letterario alla moda che egli stesso (Wallace) mai avrebbe voluto diventare in vita, Franzen scrive alcune pagine magnifiche, sentite e vere, che si tengono ben lontane da ogni tentazione agiografica. Vorrei citarle per intero. Tutte. E non posso: ne incollo comunque una bella porzione.

David non era secondo a nessuno nel descrivere il tempo atmosferico, e per i suoi cani provava un amore piú puro che per qualunque altra cosa, ma la natura in sé non gli interessava, ed era del tutto indifferente agli uccelli. Una volta, passando per Stinson Beach, in California, avevo fermato la macchina e gli avevo offerto il cannocchiale per mostrargli un chiurlo americano, una specie che trovo di una magnificenza palese e incontestabile. Lui aveva guardato nel cannocchiale per due secondi e poi aveva distolto lo sguardo, evidentemente annoiato. – Sí, – aveva detto, con quel suo particolare tono di vuota cortesia, – è carino –. L’estate prima della sua morte, seduto nel patio di casa sua mentre lui fumava, non riuscivo a staccare gli occhi dai colibrí che volavano lí intorno, e mi rattristavo nel vedere che lui invece ci riusciva benissimo. E mentre David si immergeva nei suoi sonnellini farmacologici pomeridiani e io studiavo gli uccelli dell’Ecuador per un viaggio imminente, compresi che la differenza tra la sua infelicità ingestibile e i miei gestibili malcontenti stava nel fatto che io potevo fuggire da me stesso e rifugiarmi nelle gioie del birdwatching, mentre lui non poteva farlo.
Era malato, sí, e in un certo senso la mia amicizia per lui si può riassumere dicendo che volevo bene a una persona affetta da malattia mentale. Poi quella persona depressa si suicidò, in una maniera calcolata per infliggere il massimo dolore a coloro che amava di piú, e noi che lo amavamo ci sentimmo traditi e pieni di rabbia. Traditi non solo perché il nostro investimento d’amore era fallito, ma anche per il modo in cui il suicidio ci aveva portato via la persona e l’aveva trasformata in una leggenda pubblica. Gente che non aveva mai letto le sue opere, e magari non lo aveva neppure sentito nominare, lesse sul «Wall Street Journal» il suo discorso per la cerimonia delle lauree al Kenyon College e pianse la perdita di un’anima nobile e generosa. Un establishment letterario che non aveva mai inserito i suoi libri nella rosa dei candidati a un premio nazionale si univa ora nel dichiararlo una gloria nazionale perduta. David, naturalmente, era una gloria nazionale, ed essendo uno scrittore ‘apparteneva’ ai suoi lettori tanto quanto a me. Ma anche per chi sapeva che il suo vero carattere era piú complesso e ambiguo di quel che si pensava, e che era un uomo piú amabile – piú spiritoso, piú sciocco, piú bisognoso, piú violentemente in guerra con i propri demoni, piú smarrito, piú infantile e trasparente nelle sue bugie e contraddizioni – dell’artista/santo benevolo e moralmente profetico in cui era stato trasformato, era comunque difficile non sentirsi feriti da quella parte di lui che aveva preferito l’adulazione degli estranei all’amore delle persone piú vicine.
Le persone che lo conoscevano meno sono le piú inclini a parlare di lui come di un santo. Tutto questo è reso ancora piú strano dalla quasi totale assenza, nella sua narrativa, di amori normali. Le relazioni amorose sane, che per la maggior parte di noi rappresentano una fonte di significato essenziale, non vengono prese in considerazione nell’universo narrativo di Wallace. Quello che troviamo, invece, sono personaggi che tengono nascoste a chi li ama le loro crudeli compulsioni; personaggi che s’ingegnano per apparire amorevoli, o per dimostrare a se stessi che quello che sembra amore è in realtà solo egoismo mascherato; oppure, al massimo, personaggi che provano un amore astratto o spirituale per creature profondamente ripugnanti: la moglie che gocciola liquido spinale in Infinite Jest, lo psicopatico nell’ultima delle interviste a uomini schifosi. La narrativa di David è popolata di ipocriti, manipolatori e persone emotivamente isolate, eppure chi lo conobbe in modo fugace o formale prese alla lettera le sue impegnative doti di ipergentilezza e saggezza morale.
La cosa singolare della narrativa di David, tuttavia, è quel senso di accettazione e conforto, quella sensazione di essere amati, che provano i suoi lettori piú devoti quando lo leggono. Nella misura in cui ci sentivamo arenati sulla nostra isola esistenziale – e credo sia piú o meno corretto dire che i suoi lettori piú ricettivi sono quelli che conoscono meglio gli effetti socialmente e spiritualmente isolanti di dipendenze, compulsioni o depressioni –, accoglievamo con gratitudine ogni nuovo dispaccio da quell’isola lontanissima che era David. A livello di contenuto, David ci offriva il peggio di sé: esponeva, con un’intensità di autoanalisi degna di Kafka, Kierkegaard e Dostoevskij, i suoi estremi di narcisismo, misoginia, compulsività, autoinganno, moralismi e teologizzazioni disumanizzanti, dubbi sulla possibilità dell’amore e intrappolamento in un’autocoscienza fatta di una serie infinita di note in calce. A livello di forma e intenzione, tuttavia, questo stesso catalogo di disperazione sull’autenticità del proprio buon cuore viene accolto dal lettore come un dono di autentica bontà: sentiamo l’amore nella realtà della sua arte, e lo amiamo per questo.
Io e David avevamo un’amicizia basata sul confronto e sulla (fraterna) competizione. Qualche anno prima di morire, David firmò le mie copie dei suoi ultimi due libri. Sul frontespizio del primo tracciò il contorno della sua mano; sul frontespizio del secondo disegnò un pene eretto talmente enorme che usciva dalla pagina, accompagnato da una freccina e dal commento «scala 1:1». Una volta lo sentii descrivere con entusiasmo, in presenza di una ragazza che frequentava, la ragazza di qualcun altro come «la quintessenza della femminilità». La sua ragazza, allibita, si girò con meravigliosa lentezza e disse: – Come? –. Al che David, che non era secondo a nessuno nell’emisfero occidentale per ampiezza di vocabolario, trasse un profondo respiro, e soffiando fuori l’aria disse: – D’un tratto mi rendo conto di non aver mai davvero saputo cosa significa ‘quintessenza’.
Era amabile come può esserlo un bambino, ed era capace di ricambiare l’amore con la purezza di un bambino. Se l’amore è comunque escluso dalle sue opere, è solo perché David non aveva mai davvero pensato di meritarselo. Era prigioniero a vita sull’isola del proprio io. Quelli che da lontano sembravano dolci pendii, erano in realtà scogliere a strapiombo. A volte era folle solo in piccola parte, a volte quasi per intero, ma da adulto non fu mai del tutto libero dalla follia. Quel che aveva visto del proprio Es mentre cercava di evadere dall’isola-prigione per mezzo di farmaci e alcol, solo per diventare ancora piú prigioniero della dipendenza, non aveva mai smesso di corrodere la sua convinzione di meritare l’amore. Anche dopo che si era disintossicato, anche dopo che erano trascorsi decenni dal suo tentativo di suicidio tardoadolescenziale, anche dopo che era riuscito, lentamente ed eroicamente, a costruirsi una vita, David continuava a sentirsi indegno. E questo sentimento si intrecciava, tanto da diventarne indistinguibile, al pensiero del suicidio, l’unica sicura via d’uscita dalla prigione; piú sicura della dipendenza, della scrittura, e piú sicura, infine, dell’amore.

Il libro contiene anche – come detto – cose diverse. Ho trovato interessante il saggio sulla narrativa autobiografica e sul rapporto complesso e per certi versi necessario tra vita vissuta e vita messa su carta. Notevole pure I just called to say I love you, sull’importanza delle parole dette e, soprattutto, di quelle non dette. Mi trovo vicino alla posizione di Franzen, e il testo ha rappresentato uno di quei momenti d’improvvisa e totale soddisfazione che che si sperimentano solo quando leggiamo parole che potremmo aver scritto noi. Oltre a tutto il resto (considerazioni di natura grammaticale, l’amore contrastato per New York e tutto quel gli sta attorno, calabroni, uccelli, Cipro, passaggi in Italia, bracconieri eccetera eccetera) ci sono le recensioni dei libri altrui. E sono splendide: così splendide che ti viene voglia di leggere qualsiasi testo gli sia piaciuto. Di leggerlo subito, intendo. Ho già preso In fuga di Alice Murnao (l’ho preferito a Libertà: caro Franzen, ti sei fregato con le tue stesse mani), e vorrei leggere in un prossimo futuro il suo amatissimo L’uomo che amava i bambini (di Christina Stead) e Rose e cenere (di James Purdy). Il giocatore di Dostoevskij l’ho già letto, ma – giuro – viene il desiderio di riprenderlo in mano per comprendere meglio ciò che (forse) non si era fatto in un primo tempo. Tutto merito della prosa ragionevole ed elegante di Franzen, della sua competenza, della sua capacità di leggere le intenzioni dell’autore, della sua bravura nell’intuire le motivazioni psicologiche che spingono l’uomo a scrivere. Se escludiamo alcuni passaggi a vuoto – personalmente avrei limato la raccolta di un paio di testi – Più lontano ancora è un libro godibile e denso di stimoli multicolore. Merita.

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3 pensieri su “Più lontano ancora (di J. Franzen)

    • Ho letto un solo suo romanzo, Le correzioni, nell’attesa di leggere Libertà. Personalmente penso sia (Le Correzioni) una delle migliori cose pubblicate negli anni 2000. Romanzo corale in cui lui è fantastico nella gestione del tempo, romanzo sul disunirsi e sul crepuscolo di una classica famiglia americana, romanzo sulla malattia mentale, romanzo acido dal finale commovente. Qualcuno vi trova troppe similitudini con DeLillo, ma io non me ne sono accorto.

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