La scopa del sistema, di DFW

lascopadelsistemaUn Wallace venticinquenne, un po’ acerbo, frizzante, già stilisticamente disinibito, già recluso all’interno delle sue prigioni logiche, per una trama assurda e surreale e grottesca e anticlimatica e tutte queste cose qui. Non siamo ancora alle profondità di Infinite Jest, più centrato e ambizioso, e neanche all’amarezza impenetrabile di un Oblio, ed è forse per questi motivi – La scopa è anche il lavoro di un tizio che vuol fare vedere quanto è bravo a utilizzare i più disparati registri, di un tizio che condisce il tutto con quintalate d’ironia, di un tizio che vuole a tutti i costi essere divertente – che il Wallace (più) adulto l’avrebbe poi rinnegato.

(C’è – anche qui – un senso latente che uno a un certo punto sente – è un attimo! – di afferrare, ed è legato alla relazione tra linguaggio e realtà in una maniera dichiaratamente wittgensteiniana (spero di averlo scritto bene), e uscire dalla storia forse aiuta a far una certa chiarezza sul tutto. Ma andiamo oltre. Ma parliamo d’altro).

(sento odore di breccia).

Wallace non sarà ancora al top (questa la capiscono in due: La scopa sta all’opera omnia di DFW come The warning sta alla discografia dei Queensryche), ma, come dire, è sempre un bel leggere. Per tanti motivi. Per divertimento, soprattutto. Per ampliare, poi, il proprio vocabolario. Per il sadico piacere di confrontarsi con pagine di un lirismo imbarazzante – imbarazzante per chi, in vita sua, abbia mai provato a scrivere qualcosa. Eccetera. E’ un Wallace sciolto, quasi fluido, non stratificato come sarebbe stato in seguito. Più scarno. Che utilizza trucchetti. Impossibile, leggendo La scopa, non finire per tifare per la protagonista Lenore (la giovane), suo malgrado invischiata in una ragnatela di follia a poche dimensioni. Impossibile non (voler) perdere la testa per lei. Davvero difficile non ridere – anche violentemente – per i dialoghi del viscido psicologo Dr Jay con i suoi pazienti, o per i racconti raccontati nella storia, o per le mille trovate di Wallace, per il patetico Mr Vigorous (ridicola somma di ansie maschili), per il progetto di annessione dell’Universo a se stesso del voluminoso Bombardini, e così via, e così via. Impresa ardua quella di non simpatizzare per il dolce pappagallino, Vlad l’Impalatore. Eccetera. Per concludere, ché qui siamo sempre di corsa e bisogna arrivare lesti alla classica conclusione: lavoro scoppiettante, con qualche comprensibile ingenuità qua e là. Ma che io fossi in voi leggerei.

 L’ho già detto che si ride tanto, sì?

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