Il sospetto, di Thomas Vinterberg

ilsospetto

I bambini dicono sempre la verità. Affermazione che forse avrebbe una sua ragion d’essere, questa, se non fosse che i bambini hanno come gli adulti – ma ancora più indifeso – un cervello soggetto a bias cognitivi d’ogni genere che stabilisce un’ineluttabile discrasia tra la realtà oggettiva e la rappresentazione mentale della stessa.

I bambini dicono sempre la loro verità: ecco, questa suona più ragionevole. Basta tener conto che la loro verità è automanipolata (e spesso anche etero-) e che non deve esser mai presa aprioristicamente per buona. Perché il bambino è un essere umano. E gli esseri umani non si fanno fotografie della realtà. Ne elaborano distorte versioni.

Di questo sostanzialmente parla Il sospetto, film danese uscito una manciata di anni fa la cui trama è (Wikipedia):

Lucas è un papà separato che, mentre cerca di difendere il figlio da una madre alienante, trova conforto nel suo lavoro di bidello di asilo. Ammirato e benvoluto, vive da solo col suo cane Fanny, ha un gruppo di amici al quale è molto affezionato ed a lavoro è il più adorato dai bambini. Nel corso del film, Lucas si troverà ripetutamente a doversi prendere cura della bambina Klara, figlia del suo migliore amico Theo, il quale spesso non le dedica le dovute attenzioni. Quando, però, Lucas riceve un regalo da parte di Klara e la rimprovera, la bambina ne è risentita e comincia a parlare con la direttrice, accusando Lucas di atti di pedofilia.

Regia sobria & funzionale, attori di qualità (il protagonista, ma anche la bambina), atmosfere nordiche e nevose, qualche colpo di scena ben valorizzato, un sottotesto simbolico interessante – disvelato nei fotogrammi finali, l’edificazione verosimile di una comunità isolata, compatta e ignorante – il paese è una sorta di belligerante organismo che fa di tutto per debellare un’infezione. Eccetera. Il film è buonissimo per tutto questo, per come sa mantenere sempre viva la tensione, per come sa trasmettere la sensazione che Lucas sia stato infilato in un labirinto da cui non riuscirà più a uscire.

Tuttavia è soprattutto la fedeltà psicologica a rendere questo lavoro speciale e da vedere.

E’ speciale e profondamente vero il modo in cui Klara – facendo una maldestra e pericolosa sintesi di elementi eterogenei capitati tutti assieme nella sua testa in un momento di informe frustrazione – produce la frase che lancia i primi sospetti verso l’operato di Lucas. Ed è profondamente vera la scena nella quale l’uomo pseudo-professionale chiamato a parlare con la bambina per accertarsi che dica (eccoci) la verità vera finisce invece per infilare nelle meningi dell’infante una verità posticcia che altro non è che un mero prodotto dell’atteggiamento pregiudiziale dell’uomo stesso – in cuor suo lui ha già deciso, deve solo ottenere conferme. Con un comportamento che si situa nel limbo tra il cosciente e l’incosciente l’uomo-dialogatore  finisce così per manipolare la mente della bambina affinché lei gli fornisca le prove a sostegno della propria tesi: Lucas è colpevole.

E’ anche interessante come sia una strada senza uscita, e come certa sorpassata psicologia – qui incarnata da questo omaccione dall’atteggiamento bonario e terribile – non mostri mai il fianco per esser smentita dai fatti. Lo sosteneva peraltro Popper. Se la bambina dice o meglio insinua di aver visto il pisello di Lucas, chi ha già deciso che Lucas è un pervertito prenderà queste parole come prove del fatto che l’abuso è effettivamente successo. Se la bambina – come fa spesso e volentieri – ritratta e racconta invece di aver detto delle cose stupide o che non ricorda cosa sia successo, questo ritrarsi verrà letto come meccanismo di difesa in senso freudiano: cioè: la bambina ha certamente visto e provato qualcosa di orribile e cerca di negarlo, di prenderne le distanze, di dissociarsi eccetera. Non se ne esce (1). Sembra che la piccola non possa più dire qualcosa che scagioni Lucas, sembra che la teoria Klara-sa-di-esser-stata-molestata non possa essere mai falsificata. Ogni titubanza, ogni parola vaga e incoerente – Klara adesso sta sopportando delle pressioni incredibili, le pressioni di un paese intero – viene interpretata solo in un certo modo (bias della conferma). Ancora: Lucas è colpevole.

E’ il trionfo della fallacia. A corollario di tutto sorge il sospetto che Lucas all’asilo possa aver molestato qualcun altro. I genitori degli altri bambini, logicamente preoccupati, vengono istruiti a notare se i loro figli abbiano cominciato a comportarsi nell’ultimo periodo in maniera anomala. Ci sarebbero dei sintomi ben specifici da individuare. E ovviamente salta fuori che le cose stanno davvero così. Si accorgono (si convincono di accorgersi) che i loro pargoli sono un po’ cambiati. Non dormono. Piangono. Non mangiano. Pazzesco. E i bambini? Cosa dicono i bambini? Be’: vivono una condizione di improvvisa pressione, sono cervelli confusi nelle mani tendenziose degli adulti. Quando interpellati forniscono le risposte – ovviamente ancora vaghe e manipolate dall’interlocutore adulto – che si vuole forniscano. Non deve sorprendere: emerge che quasi tutti hanno subito abusi. (2)

Il film – che è anche una bella storia d’amicizia: Lucas e il padre di Klara sono amici di lunga data, il che va da sé complica ancor di più la situazione – risolve il tutto in maniera elegante, intelligente e coerente. Non si può dire di più, se non che merita davvero d’esser visto. Tra le altre cose sta lì a ricordarci perché è importante essere consapevoli del modo in cui ci formiamo le nostre opinioni sul mondo.

(1) Viene a mente il vecchio sketch di Bill Hicks sul marketing. O l’invulnerabilità alle critiche e all’ironia che David Wallace (vedi saggio: E Unibus Pluram, ma non solo lì) osserva nel famelico fenomeno televisione. L’apparato è così pervasivo e radicato che non solo ingloba le contraddizioni e le debolezze, ma le trasforma in punti di forza.

(2) Funziona così anche quando intere comunità sostengono di aver visto alieni o madonne, o quando genitori disperati affermano di aver notato impercettibili miglioramenti nel figlio gravemente malato dopo che hanno somministrato loro robaccia tipo Stamina.

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