Ultime letture: King, Wallace, Welsh, Nesi, Morselli, Cattaneo, DeLillo

dissipatio

(letture ripescate dalla mia pagina Anobii, by the way, che miracolosamente e anacronisticamente riesco ancora a tenere in vita).

Duma Key di Stephen King. Avvolgente, all’inizio. Mai lasciare solo il lettore. Mai rischiare che possa dimenticarsi di un solo dettaglio. Mai permettergli di lanciarsi in qualche creativa sovrainterpretazione. Quindi: ribadire, rimarcare, spiegare, avvolgere. Viene a mente l’immagine di un commesso fin troppo indiscreto (rompipalle): “Vuole che l’aiuti?”, “Ha bisogno di una mano?”. Qualche bella e onesta intuizione sul processo creativo (dipingere o scrivere: fa differenza?). Qualche ricerca di natura neurologica su arti fantasma, illusioni cognitive e lesioni alle aree del linguaggio. Abuso di mestiere. Il pensiero crescente, pagina dopo pagina, che le isole Keys al largo della Florida siano (uragani esclusi) il miglior posto al mondo dove poter vivere – tramonti, sussurri di conchiglie, arte, vicini di casa rari & discreti ma anche colti & intelligenti. Tutto fila liscio. Tutto avvolge. Pure troppo. Poi, la rovinosa parte finale. Un cervellotico riunirsi di pezzi, una saturazione di sovrannaturale. Un mondo di oggetti vivi in cui tutto significa tutto – una specie di incubo semiotico. La realtà che si piega banalmente e comodamente a tutte le singole esigenze della narrazione. Il romanzo che ti spinge fuori dal romanzo e che, insomma, ti delude un bel po’. Lavoro discreto risolto in maniera poco lucida.

Portatile, di David Foster Wallace. Antologia di Wallace per le scuole superiori? Probabile, almeno questa operazione editoriale acquisterebbe un minimo di senso. (Si tratta di una selezione di brani tratti dalle varie opere di DFW che io, ovviamente, non ho riletto – ho solo sfogliato le poche pagine inedite, la prefazione di Bartezzaghi eccetera).

Verso occidente l’impero dirige il suo corso, di David Foster Wallace. Come fare ironia sul romanzo postmoderno (in questo caso, parodiando La casa stregata di Barth) scrivendo proprio un romanzo (o racconto lungo) postmoderno, per un’operazione che è la Grande Festa del Cliché Postmoderno. Libro di un’intelligenza sovrumana e vertiginosamente sfaccettato ma tutt’altro che piacevole, e viene il sospetto che sia così intelligente da esser stato progettato proprio per risultare scorbutico e mostrare perché l’ironia e la demistificazione postmoderna, una volta svolto il proprio compito all’interno della storia e dell’evoluzione della letteratura, debbano esser sotterrate e superate. Wallace in sostanza prende in giro l’esibizione dell’intelligenza altrui a sua volta facendo incredibile sfoggio di intelligenza. Un sofisticatissimo gioco di specchi ma anche un testo fondamentale, questo, che segna il passaggio dal DWF giovane e spettacolarmente narciso al DFW maturo che comincia a prendersi cura (a modo suo) delle esigenze del lettore.

Colla, di Irvine Welsh. Cosa significava essere ragazzi tutto sommato poveri e nemmeno così brillanti nei sobborghi scozzesi degli anni ’70 e poi ’80 e poi ’90? Vivere alla giornata, non avere sogni a lungo termine, alcool, droghe variegate, sesso (per i più fortunati), spaccarsi programmaticamente di botte allo stadio. Ricordo una melma di situazioni. Un freddo mondo cinico da cui, dopo qualche centinaio di pagine, cominciano a delinearsi delle forme di vita. E un linguaggio volutamente storpiato (quel classico libro che dovresti leggere in originale) e isterico. Ho fatto soprendente fatica – ma alla fine ne è valsa la pena.

Storia della mia gente, di Edoardo Nesi. Accorato e antiretorico grido di dolore di un imprenditore (e scrittore ) pratese che osserva impotente (o quasi) il declino economico della propria città durante la Crisi.

Dissipatio H.G., di Guido Morselli. Considerato un gioiello semisconosciuto della fantascienza italiana, questo libro racconta le vicende di un uomo che, dopo aver subito un incidente, secondo un meccanismo che ho trovato molto dickiano, vede scomparire (come da titolo) improvvisamente ogni essere umano dalla faccia della Terra escluso se stesso. Romanzo piuttosto breve e (è ovvio, no?) desolante, disperato, nichilista, in cui Morselli sciorina anche tutta una serie di conoscenze filosofico-scientifico che ammetto di aver trovato talvolta un po’ forzate all’interno della narrazione. Inquieta il fatto che pochi mesi dopo la realizzazione dell’opera Morselli stesso si sia suicidato – e che Dissipation H.G. nel suo complesso assomigli molto al tentativo di giustificare razionalmente il gesto che avrebbe compiuto di lì a poco.

Mondoviaterra, di Eddy Cattaneo. Cioè partire con l’idea di girare il mondo senza prendere mai, tizianoterzaniamente, un aereo. E raccontare l’avventura giorno per giorno o quasi. Libro leggero e molto piacevole, soprattutto quando non vuole strapparti una risata a ogni costo – in particolare affascinanti (e invidiati) i mesi trascorsi in Sud America.

Libra, di Don Delillo. Argomento, quello dell’assassinio di Kennedy, di cui ormai si è detto di tutto e di più ma su cui DeLillo è arrivato prima di molti altri (così tanto da ispirarli, credo). E’ un DeLillo stilisticamente diverso, questo, che si conforma al tema da trattare e limita al massimo le sue classiche derive visionarie. Eccezionale nel plasmare la materia.

Annunci

Ultime musiche

 

Veloce rassegna di un po’ della roba ascoltata negli ultimi mesi:

The optimist degli Anathema. Mi è parso un tentativo di riprodurre le sonorità di Weather Systems e nulla più. Semplificazione eccessiva di testi e strutture. Banalizzazione degli arrangiamenti. Ammetto d’averlo ascoltato davvero poco, ma mi ha lasciato freddino. Annacquato.

B-sides and rarities dei Beach House. Qualche colpetto mica male (Chariot) pure in questa raccolta raschia-barile per una delle band che più ho ascoltato negli ultimi anni – fanno quella musica da raccoglimento, intima e disgustosamente melodica che è sfondo perfetto per leggere e scrivere.

Land animal dei Bent Knee. Bravissimi come sempre, nonostante la cantante dalla voce vagamente uggiosa. Rifuggono la scontatezza come la peste.

Prisoner 709 di Caparezza. A Michele Salvemini aka Caparezza il mondo dell’hip pop e del rap sta da sempre strettino. Personalmente mi attendo che prima o poi faccia un definitivo salto nel mondo del rock propriamente detto. Che peraltro è ben presente anche in questo album strazeppo di influenze, dal metal al pop da classifica, un disco solido con attimi di vertiginosa profondità. Perché i testi sono al solito belli, bellissimi, colti, divertenti, inventivi e funambolici – se dovessi citare due artisti (al di là dei soliti nomi, sui quali spesso nemmeno concordo) che abbiano saputo sfruttare al massimo le potenzialità della lingua italiana, al volo citerei lui e l’insospettabile Baglioni del biografico Oltre. La chiave è un pezzo commovente.

The tower dei Motorpsycho. Doppio allucinato album per gli storici norvegesi, in tour in Italia nel prossimo mese. Atmosfere elettroacustiche, brani infiniti e multidirezione, una certa compattezza che sembrava mancare nelle ultime due/tre uscite. Promosso a pieni voti.

Music from Before the storm dei Daughter. Colonna sonora di un videogioco, il nuovo disco di questi indiemusicisti contiene minisinfonie come Departure ed è nel complesso un lavoro che si fa sentire con piacere – altro materiale perfetto da piazzare in sottofondo.

Perpendicolari degli Ozora. Lavoro metal cantato in italiano, melodicamente molto fresco, con qualche apertura progressive qua e là (Fates Warning post 2000 in primis). Sorpresona.

Native invader di Tori Amos. Non ci siamo, Tori. Non ci siamo più. Mancano le intuizioni melodiche, manca l’aggressività, mancano i cambi di passo, mancano i chiaroscuri, mancano gli spazi vuoti in cui ti si sentiva respirare. Qui è tutto un lungo lentissimo fiume di omogenea melassa pianistica.

Sleep well beast dei The National. Devo ancora inquadrarlo bene, ma mi piace. Più rock dei precedenti, svaporate le fastidiose influenze new wave del passato, ancora e ancora intensamente mesto. Non c’è una Pink Rabbits – una delle mie canzoni preferite all time – ma non ci si può lamentare. Se fossero una birra, i The National sarebbero una Guinness magistralmente spillata.

 

Ultime letture: Tondelli, Nesi, Roth, DeLillo, Aleksievič, Bolaño

i detective selvaggi

Altri libertini, di Pier Vittorio Tondelli. Spigolosi, grezzi, sudici, cattivi, tossici, blasfemi, sessualmente ambigui. Così appaiono i racconti di questa leggendaria raccolta di Tondelli che – si intuisce bene perché – all’epoca destò un certo scalpore. E’ una scrittura asfittica e colloquiale, quella di Tondelli, in cui si privilegia il marciare irrefrenabile alla precisione assoluta e al rispetto delle regole sintattiche – una progettata assenza di messa a fuoco. I personaggi esistono oltre il bene e il male e si aggirano per il mondo (che siano le cittadine dell’Emilia-Romagna o Amsterdam e Bruxelles) come privi di coscienza, dementalizzati, spinti da bisogni e visioni, da dipendenze e amori. La butto lì: quant’è cambiata la realtà suburbana, quella dei buchi in vena e dei perdenti e delle puttane dal nome maschile, in questi ultimi quaranta anni? Probabilmente pochissimo.

L’età dell’oro, di Edoardo Nesi. Romanzo sull’ascesa e sul fallimento di un grande imprenditore pratese, Ivo Barrocciai, ricco, donnaiolo, solo. Storia delle sue relazioni imperfette. Storia delle sue scelte morali. Edoardo Nesi, che ha portato Infinite Jest in Italia e l’ha tradotto per tutti noi, qui sceglie un linguaggio misurato, senza troppi fronzoli, da best seller evoluto. Ne viene fuori qualcosa che è perlomeno piacevole.

La leggenda del santo bevitore, di Joseph Roth. Classico che mi è capitato in mano solo nell’ultimo periodo. Nella sue radiofoniche Conversazioni sulla Scrittura, Giuseppe Pontiggia ne legge l’incipit e lo definisce magistrale. Racconto lungo (si legge in un paio d’ore), compatto, quasi scanzonato. Ha tutto il candore dei testi di una volta, quel candore e quell’ingenuità che gli scrittori d’oggi non possono più permettersi.

Zero K, di Don DeLillo. L’ultimo romanzo di DeLillo è – come è noto – un romanzo che parla di morte e immortalità. Di cosa significherà per l’uomo raggiungere, tramite la tecnologia, la vita eterna. Sembra quasi un’improvvisazione libera sul tema. Fa di tutto per esser sfuggente e pensoso – tipicamente ed estremamente delilliano, con le sue frasi spiazzanti, il suo incedere zigzagante, i suoi inserti contrappuntistici di arte visiva. Non so dire se mi sia piaciuto o no. Ma credo che potrei parlarne per un bel po’.

Preghiera per Chernobyl, di Svetlana Aleksievič. La scrittrice bielorussa (premio Nobel) qui raccoglie ed edita un gran numero di testimonianze relative alla nota tragedia della centrale nucleare, avvenuta nel 1986. Parlano i contadini spinti via dalle proprie case a causa di una minaccia invisibile (la Radiazione), i militari convocati sul posto (all’oscuro del pericolo), gli ammalati, i parenti degli ammalati, i sopravvissuti. Chi ha visto piombare l’esercito nel proprio paese a sterminare cani e gatti. Chi è stato messo a lavorare la sera stessa dell’incidente sul tetto della centrale, con tutte le conseguenze tumorali che si possono immaginare. Chi si è chiesto per quale motivo non si dovessero più mangiare i prodotti della terra, perché, perché, cos’è cambiato rispetto a qualche giorno fa? Uno scontro doloroso (ed epocale, a suo modo) tra l’umana semplicità della gente e le grinfie impalpabili di una tecnologia incomprensibile e fuori controllo. Interessante come anche in relazione a questa vicenda esista un buon numero di negazionisti, spesso annidati tra persone discretamente colte – tutto nasce dall’annosa polarizzazione nucleare sì/nucleare no.

I detective selvaggi, di Roberto Bolaño.  Sorprendente e meraviglioso, questo romanzone che parla di poeti, di uomini, di città, di racconti pseudomitici, di surreali duelli. Una roba di spessore, un vertiginoso lavoro ingegneristico, un crescendo delirante, un maniacale controllo della prosa – che assume le forme più svariate senza smarrire mai la propria leggibilità. Bolaño è una folgorazione. Dal momento che non viene citato quanto e come gli altri, non mi aspettavo di trovarmi di fronte a un’intelligenza tanto smisurata – qui siamo di fronte a uno che cerebralmente ha poco da invidiare ai Borges, ai DeLillo, ai Pynchon, persino ai Wallace. Questa è roba che ti rammenta quanto possa essere potente la letteratura, quanto possa lavorarti le sinapsi pagina dopo pagina, quanto possa sorprenderti continuamente – esistono mille misteriosi punti di vista da cui poter osservare la realtà. Leggere tutto di lui, il prima possibile.