Ultime letture: Tondelli, Nesi, Roth, DeLillo, Aleksievič, Bolaño

i detective selvaggi

Altri libertini, di Pier Vittorio Tondelli. Spigolosi, grezzi, sudici, cattivi, tossici, blasfemi, sessualmente ambigui. Così appaiono i racconti di questa leggendaria raccolta di Tondelli che – si intuisce bene perché – all’epoca destò un certo scalpore. E’ una scrittura asfittica e colloquiale, quella di Tondelli, in cui si privilegia il marciare irrefrenabile alla precisione assoluta e al rispetto delle regole sintattiche – una progettata assenza di messa a fuoco. I personaggi esistono oltre il bene e il male e si aggirano per il mondo (che siano le cittadine dell’Emilia-Romagna o Amsterdam e Bruxelles) come privi di coscienza, dementalizzati, spinti da bisogni e visioni, da dipendenze e amori. La butto lì: quant’è cambiata la realtà suburbana, quella dei buchi in vena e dei perdenti e delle puttane dal nome maschile, in questi ultimi quaranta anni? Probabilmente pochissimo.

L’età dell’oro, di Edoardo Nesi. Romanzo sull’ascesa e sul fallimento di un grande imprenditore pratese, Ivo Barrocciai, ricco, donnaiolo, solo. Storia delle sue relazioni imperfette. Storia delle sue scelte morali. Edoardo Nesi, che ha portato Infinite Jest in Italia e l’ha tradotto per tutti noi, qui sceglie un linguaggio misurato, senza troppi fronzoli, da best seller evoluto. Ne viene fuori qualcosa che è perlomeno piacevole.

La leggenda del santo bevitore, di Joseph Roth. Testo arcinoto che mi è capitato in mano solo nell’ultimo periodo. Nella sue radiofoniche Conversazioni sulla Scrittura, Giuseppe Pontiggia ne legge l’incipit e lo definisce magistrale. Racconto lungo (si legge in un paio d’ore), compatto, quasi scanzonato. Ha tutto il candore dei testi di una volta, quel candore e quell’ingenuità che gli scrittori d’oggi non possono più permettersi.

Zero K, di Don DeLillo. L’ultimo romanzo di DeLillo è – come è noto – un romanzo che parla di morte e immortalità. Di cosa significherà per l’uomo raggiungere, tramite la tecnologia, la vita eterna. Sembra quasi un’improvvisazione libera sul tema. Fa di tutto per esser sfuggente e pensoso – tipicamente ed estremamente delilliano, con le sue frasi spiazzanti, il suo incedere zigzagante, i suoi inserti contrappuntistici di arte visiva. Non so dire se mi sia piaciuto o no. Ma credo che potrei parlarne per un bel po’.

Preghiera per Chernobyl, di Svetlana Aleksievič. La scrittrice bielorussa (premio Nobel) qui raccoglie ed edita un gran numero di testimonianze relative alla nota tragedia della centrale nucleare, avvenuta nel 1986. Parlano i contadini spinti via dalle proprie case a causa di una minaccia invisibile (la Radiazione), i militari convocati sul posto (all’oscuro del pericolo), gli ammalati, i parenti degli ammalati, i sopravvissuti. Chi ha visto piombare l’esercito nel proprio paese a sterminare cani e gatti. Chi è stato messo a lavorare la sera stessa dell’incidente sul tetto della centrale, con tutte le conseguenze tumorali che si possono immaginare. Chi si è chiesto per quale motivo non si dovessero più mangiare i prodotti della terra, perché, perché, cos’è cambiato rispetto a qualche giorno fa? Uno scontro doloroso (ed epocale, a suo modo) tra l’umana semplicità della gente e le grinfie impalpabili di una tecnologia incomprensibile e fuori controllo. Interessante come anche in relazione a questa vicenda esista un buon numero di negazionisti, spesso annidati tra persone discretamente colte – tutto nasce dall’annosa polarizzazione nucleare sì/nucleare no.

I detective selvaggi, di Roberto Bolaño.  Sorprendente e meraviglioso, questo romanzone che parla di poeti, di uomini, di città, di racconti pseudomitici, di surreali duelli. Una roba di spessore, un vertiginoso lavoro ingegneristico, un crescendo delirante, un maniacale controllo della prosa – che assume le forme più svariate senza smarrire mai la propria leggibilità. Bolaño è una folgorazione. Dal momento che non viene citato quanto e come gli altri, non mi aspettavo di trovarmi di fronte a un’intelligenza tanto smisurata – qui siamo di fronte a uno che cerebralmente ha poco da invidiare ai Borges, ai DeLillo, ai Pynchon, persino ai Wallace. Questa è roba che ti rammenta quanto possa essere potente la letteratura, quanto possa lavorarti le sinapsi pagina dopo pagina, quanto possa sorprenderti continuamente – esistono mille misteriosi punti di vista da cui poter osservare la realtà. Leggere tutto di lui, il prima possibile.

Tragedies repeat themselves in perfect circles

Giusto per segnalare che gli Ulver sono tornati, e l’hanno fatto con un dischetto niente niente male.

Che potevano combinare, i cupi norvegesi, dopo le ultime esasperate derive astratte? Che potevano comporre, dopo aver sottratto tutto il sottraibile?

Un disco pop?

Un disco pop. Che si chiama The assassination of Julius Caesar e rilegge ulvericamente alcune sonorità anni ’80 tipo Depeche Mode, Simple Minds eccetera.

Ulvericamente: deprimendole, donando loro profondità, tridimensionalità, colmandole di raffinatezze.

Un disco pop fresco, comunque canticchiabile, di classe. Synth, voce, sezione ritmica ipnotica, qualche strumento a fiato qua e là. Roba come Nemoralia e Southern Gothic, insinuante e irresistibile.

E poi c’è tutto il complesso discorso sui testi, come sottolineano alcune recensioni, e Lady Diana e Charles Manson e il declino dell’impero romano, perché questo è un disco pop che parla di morti e tragedie, dall’antichità a oggi, e ci sono gli immancabili riferimenti classici tipicamente Ulver, quel loro gusto per il dramma cosmico eccetera. Che credevate? Che si parlasse d’amore e hit me baby one more time?

Un disco pop degli Ulver.

Pollice alto.

 

Americana, di Don DeLillo

DeLillo-Americana

Spesso, leggendone i libri, ho l’impressione che la mission di DeLillo sia la stessa del grande Kurt Vonnegut. Ribadire l’umanità. Sottintendere la necessità di pace e armonia. Inventariare tutti i modi in cui, invece, la società sta viaggiando a vele spiegate in direzione inversa.

Come Vonnegut, DeLillo mette in scena personaggi stralunati, disallineati, sballottati qua e là dagli eventi. Disorientati dagli eventi stessi. Anche se lo fa – le analogie finiscono qui – con strumenti drasticamente diversi. Lo stupore degli uomini di Vonnegut di fronte alla violenza della realtà è di tipo fanciullesco e sottilmente ironico. In DeLillo i personaggi sono di altra pasta, hanno vissuto e sperimentato e soprattutto elaborato – possiedono strambe strategie di fuga. I due tipi di prosa, uno candido e minimale, l’altro cesellato e spiazzante, rimarcano bene questa differenza.

Americana è il primo libro di DeLillo ed è un gran bel libro. Abbastanza lineare nella sua prima parte, caotico nella seconda. Contiene in nuce tutti gli elementi che faranno la fortuna del DeLillo futuro (si fa fatica a pensare che sia stato pubblicato nel 1971). Racconta la storia di un uomo, David Bell, il quale lavora per un network televisivo o qualcosa del genere, che a un certo punto decide di partire per un viaggio in camper per gli USA con un paio di amici e una donna piuttosto misteriosa. Ma non è il viaggio, come si potrebbe pensare, il piatto forte del libro. Il viaggio, lo spostarsi fisico, rappresenta invece un elemento piuttosto marginale. Il centro di gravità dell’opera è la testa di Bell – la sua vita sprecata, la sua disillusione, i suoi stravaganti tic (isole di libertà in mezzo al rigore amministrativo in cui si trova ingabbiato). Tutto sta lì a veicolare la sua precarietà. Lampi di memoria che diventano disconnessi flashback. Rivalutazioni tardive. Disperati tentativi di mediazione esistenziale tramite telecamera – posso razionalizzare un evento significativo solo quando lo osservo da questa parte dello schermo. Considerazioni letali emergenti dalla baraonda dei tempi. Sproloqui notturni (geniali) di un dj a spiattellare certe ansie inesprimibili (embrioni delle tirate apocalittiche di Lenny Bruce su Underworld). Il libro è frammentato, scisso, come da manuale del postmoderno, quanto la testa di Bell. E altrettanto irrisolvibile.

Non è perfetto, intendiamoci. Leggendolo mi è capitato di pensare che il materiale potesse esser meglio amalgamato. E nella seconda parte si chiede molto al lettore – il filo da seguire è sottile e seppellito da camionate di parole e idee. Americana ha un suo duro cuore sperimentale e insegue tutta una serie di deviazioni intuitive. Non chiedete una trama né scorrevolezza. Armatevi di pazienza e immaginazione. Di materiale da ficcare nei vuoti, nelle crepe, nei salti logici. DeLillo si legge pagina per pagina – talvolta lo immagino mettersi alla macchina da scrivere senza la minima idea di dove andare a parare. Si legge frase per frase, ogni frase un macigno, un pensiero complesso, uno slancio metafisico. Si guarda come si guarderebbe un’opera di arte moderna: oltre l’elemento spoglio ribolle sempre un universo di significato.