Sentimentale Jugend

Il titolo del post si rifà al nuovo doppio album dei romani Klimt 1918, gruppo a cui mi sono irrazionalmente appassionato una decina (e passa) d’anni fa, quando mettevano in circolo oggettini melodici come Naif Watercolor e Snow of ’85. Uscito dopo una pausa artistica che pareva non finire mai, SJ è un lavoro (come si dice) maturo e ambizioso che mescola (come li chiamano) shoegaze, dream pop e rock alternativo. Roba eterea e soffusa e avvolgente che pretende ascolti pazienti. Roba dichiaratamente nostalgica nei testi anglo-italiani e nell’immaginario urban-letterario e che lo è in misura minore, se ascoltate me, a livello musicale – influenze piuttosto chiare ma sintesi personalissima. Nostalgia, nebbia e intimismo. Sì, SJ è questo disco qui. E merita parecchio.

Poi si aspetta il nuovo Pain of Salvation.

Poi ho finito Westworld, la serie tv sui robot e (sempre lì si va a parare) la natura della coscienza. Che ha dei momenti brillantissimi – anche se non sempre sono d’accordo con le teorie che porta avanti, ma questa è un’altra storia.

Poi ho letto (a fatica) Great Jones Street di DeLillo, pynchoniano e (quindi) strambo, con parti scritte meravigliosamente ma nel complesso un po’ confuso.

Poi sto rileggendo Infinite Jest, pezzetti qua e là, nonché i saggi su libri&scrittura di Wallace e Franzen.

Poi ho letto E così vorresti fare lo scrittore di Culicchia. Libro che racconta con spassionata sincerità ma con scarsa profondità d’analisi (pigrizia? ti capisco, Giuseppe) e in maniera relativamente divertente tutto ciò che di extra-narrativo deve passare uno scrittore prima per farsi pubblicare e poi per cercar di campare con la scrittura, la retorica, i convenevoli, le scarpe giuste, le sciarpe giuste, il cappello giusto, il tirarsela, le Cene con l’Autore, i Pranzi con l’Autore, le Colazioni con l’Autore, gli immancabili testi-regalo di Storia Locale, i convegni, le conferenze, i Perché non legge il mio manoscritto, gli Amo scrivere poesia sa?, i Noi dovremmo scrivere un libro insieme, le Domande Provocatorie, i Non ho ancora letto il suo libro ma…, le stroncature, le guerre dialettiche con i recensori etc etc.

Poi sto leggendo il mio primo Carver (manuale di scrittura escluso), e sì, avevate ragione, è magia semplice ma è pur sempre magia.

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Io e te, di Bernardo Bertolucci

Lorenzo è un quattordicenne incasinato e asociale, uno che ha deciso che non sarà mai felice – e conseguentemente non sarà mai felice. Nel momento in cui la sua classe parte per la settimana bianca, per non farli soffrire fa credere ai genitori di essere partito assieme agli indifferenti compagni, ma – fatte le necessarie provviste – si rinchiude in cantina con l’idea di rimanerci tutti e sette i giorni – con tanto di computer, musica e libri (legge qualcosa di Anne Rice). Il suo solitario progetto viene però mandato a monte dalla comparsa casuale della sorellastra Olivia, che non vedeva da parecchi anni e che ha più di vent’anni ed è emancipata, disturbata e sola. Olivia non sa dove dormire e gli chiede di poter rimanere là sotto con lui. Dopo una prima fase di scontri – i due sono sostanzialmente sconosciuti l’uno all’altra – e dopo l’aver appreso che Olivia è una tossica in astinenza, l’evidenza è muco e sudore e urla e vomito, tra i due emarginati comincia a instaurarsi un rapporto di fiducia e complicità, una cosa clamorosamente fraterna che ha il suo culmine nella intensa scena del ballo – si balla l’appropriata Ragazzo solo, ragazza sola, versione italica e cantata da Bowie stesso di Space Oddity. Delizioso e per certi versi sorprendente adattamento di un romanzino di Ammaniti non proprio esaltante.

The hateful eight, di Quentin Tarantino

(scritta di getto, nel senso di buona la prima):

Se vi va bene il solito film tarantiniano con tanto di dialoghi un filo strambi e qui ridondanti e noiosi e vi piacciono le storie senza dinamica e vi bastano un paio di scene splatter e le stantie teste esplose con tanto di materia cerebrale a spargersi sulle facce altrui per andare in sollucchero, se siete impazziti per Django, se vi fa schiantare dal ridere il classico umorismo bifolco americano – Bill Hicks, where are you? -, “Io ti spacco la faccia, eh eh!” “Ma forse dopo che io l’ho spaccata a te, brutto pezzo di merda figlio d’una grandissima puttana ah ah !“, forse vi piacerà anche The hateful eight, il nuovo lavoro di Tarantino di cui non ho voglia di accennare alla trama. (è una specie di western ironicamente ironico dalla trama traballante).

Se invece siete di quelle barbose persone che pretendono che un artista provi almeno ogni tanto a stupirti, che cambi rotta, che si metta in gioco, che non offenda la tua intelligenza proponendoti quasi tre ore di dialoghi imbarazzanti, forse il nuovo di Tarantino vi deluderà un tantino.

Il bello è che Quentin sarebbe un grande, se solo volesse. Ed è stato un grande, ci mancherebbe: Kill Bill Pulp Fiction stanno a dimostrarlo. Conosce tutta la storia del cinema. Sa girare delle scene magnifiche – vedi la scena iniziale, ma non solo. Con la macchina da presa potrebbe fare quel che vuole, sto dicendo questo. Eppure si accontenta, si accontenta da anni di fare lo stesso film. Senza accorgersi che il mondo attorno è cambiato, e l’ironia, quel tipo di ironia, non diverte più allo stesso modo. Peggio. Suscita una certa tristezza: come quel tipo che ti racconta una stanca barzelletta lunga cinque minuti che alla fine, si scopre, non fa ridere per nulla. Ci ride più lui che la racconta che voi che la ascoltate. Avete presente? Ecco, siamo da quelle parti lì.

E’ un vero peccato. Avevo letto di paragoni con L’angelo sterminatore o con Carnage di Polanski. Non scherziamo, siamo fuori strada da ogni punto di vista. Brutto brutto, anche se girato – va da sé – con classe, tanta classe.

Quentin: trattaci come se avessimo un cervello, ti chiediamo solo questo.