Apparizioni, sparizioni… e memetica

La cosa mi fa ridere parecchio, ma in effetti è uno di quei fenomeni che dà anche molto da pensare. Fa riflettere sul modo in cui si diffondono le idee e su come, mediamente, la gente tende a cercare, a selezionare e a prendere per buone solo le informazioni che confermano le proprie teorie, con tanti saluti al falsificazionismo popperiano. Se davvero sei disposto a credere all’assurdo, alla resa dei conti niente ti impedirà di farlo.

E’ presto detto. Qualche anno fa il faccione barbuto e angosciante di Padre Pio comparve (!) sul muro che si trova di fronte alla finestra della casa di un amico. Era lì davanti a me, ragazzi. Era lì, in tutta la sua santità. Non potendo farmi sfuggire l’occasione, e quanto ti ricapita, scattai una foto col telefonino che finì dritta dritta sul blog (come succede sempre con ogni fotografia che ritrae qualsiasi presunto fenomeno paranormale, l’immagine è necessariamente di pessima qualità). La testimonianza della misteriosa apparizione si trova in questo post che risale a un paio di anni fa. La didascalia dice “Padre Pio appare sul muro di un edificio a San Miniato (PI) (foto mia: non è un fotomontaggio!)”.

Quel che è fantastico e inaspettato è che in questi due anni, ma soprattutto negli ultimi mesi, un crescente numero di persone è arrivato e continua ad arrivare sul blog cercando “Padre Pio appare a San Miniato”, “Padre Pio è davvero apparso a San Miniato?”, “Padre Pio appare su un muro a San Miniato”, “Padre Pio San Miniato” e varianti. L’idea si diffonde, si moltiplica. Probabilmente c’è anche un (ridotto) passaparola. Padre Pio, Lui. A San Miniato. Più passa il tempo, più diventa vero.

Per un momento ho pensato d’aprire una bancarella sotto il Sacro Muro e buttarmi nel business delle statuette dei Santi. E delle collane, e delle acque miracolose, e dei calcinacci portafortuna benedetti che scacciano il diavolo e fanno fare tante cose buone. Per un momento ho pensato che avrei potuto aprire un blog dedicato all’evento. E buttar giù la descrizione di qualche fatto ambiguo o anormale. Di un paio di guarigioni, come dire, sospette. Di una qualche nonnina novantenne che ha fatto un certo sogno. E che dire di tutto quell’improvviso, intenso profumo di rose?

Poi, naturalmente, ho lasciato perdere.

(immaginate una sera d’estate un videoproiettore, immaginate di collegarlo a un pc, immaginate di cercare una certa foto su Google Images, immaginate una sana voglia di cazzeggio, immaginate di volersi fare quattro risate, immaginate, immaginate e immaginate…)

Ormai mi mancano solo l’astuccio e il diario

Lo-dico-subito-così-mi-tolgo-il-pensiero-e-via: mi sto per iscrivere all’Università.

Di nuovo. Sì.

Ad un’altra. Sì.

Perché? Principalmente per un paio di motivi.

1) Per ammazzare il tempo. Sarà un hobby quantomeno curioso.

2) Per voler, forse, “certificare” alcune delle conoscenze che suppongo di aver maturato negli ultimi anni, in special modo appassionandomi alla saggistica scientifica.

Che facoltà è? Un compromesso, non poteva essere altrimenti. Un compromesso tra vicinanza (Firenze) e fattibilità, innanzitutto: sarò infatti per lo più non frequentante e mi iscriverò – credo – solo come studente part-time (sapete, si deve lavorare). La scelta è stata anche influenzata dal fatto che questo corso di studi potrebbe per me esser più breve del normale, dal momento che diversi degli esami previsti li ho già superati nella precedente vita di studente. Ammesso e non concesso che me li approvino tutti.

Il corso è Scienze e Tecniche Psicologiche. Triennale. Con l’idea di indirizzarsi su Psicologia Sperimentale al terzo anno. Probabilmente non è esattamente ciò che mi interessa davvero, ma gli si avvicina abbastanza. Altri corsi di laurea, del resto, per i motivi più disparati, sarebbero stati per me troppo impegnativi.

Ho superato – eccolo, il borioso – il test d’ammissione senza aprire un libro e senza fare un solo test di prova. Ho confidato – eccolo, il presuntuoso – sulle mie conoscenze (“se non lo supero, allora sarà giusto così e amen”) ed è andata bene. Anche se, ragazzi, un test che prevede 80 domande in 75 minuti è un qualcosa di inconcepibilmente sadico. Non ne avete idea. E vogliamo parlare della temperatura infernale dell’aula? Del tanfo di sudore post-adolescenziale che impestava la stessa? E di quanto siano penalizzati i mancini quando si trovano a scrivere gomito a gomito con un destro? No. Meglio di no. Passiamo oltre.

Ringrazio Dawkins, Gould, Kant, Giulio Giorello, Dennett, Einstein, Penrose, Cavalli-Sforza, Sagan, Russell e tutta questa gente qui per avermi insegnato negli ultimi anni quel poco di biologia, di fisica e di filosofia che mi sono serviti per arrivare sufficientemente in alto in graduatoria. Senza di loro non avrei saputo nulla di geni recessivi del daltonismo, di relatività, di meiosi, di Hegel e di neuroni, nozioni che si sono rivelate utili al momento dell’esame. E ringrazio Davide (non commento i tuoi post, ma li leggo tutti i giorni) per avermi trasmesso – inconsapevolmente – la voglia di rimettersi in gioco.

E ora vediamo se e quanto dura.

Il tempo delle feste

Sangria

Giugno e luglio sono probabilmente i mesi più caldi dell’anno.

Caldi. Ok, lo so, lo so. Ciò li rende immancabilmente tremendi, odiosi, disprezzabili, evitabili e tutto quel che volete: con me, non so se lo sapete, sfondate una porta aperta. Il caldo è Satana (mi piace immaginare che la gente che legge il blog sia gente speciale che ama il fresco, il freddo, il gelo, la pioggia, i temporali a capodanno ascoltando i Burial, il raffreddore, le sciarpe, la neve, i caminetti accesi e quel delizioso senso di morte che ti pervade ogni volta che giunge l’autunno, ma forse m’illudo!).

Però è durante questi due mesi che si svolgono due delle feste più divertenti della Toscana. Mi riferisco nello specifico alla cosiddetta ‘Notte bianca in oltrarno‘ di Firenze e al ‘Pistoia Blues‘. Quest’anno ho fatto doppietta, presenziando a entrambe: tra i pochi eventi a cui ho preso parte, questi due sono stati senza dubbio i più riusciti, i più voluminosi, i più assordanti. Si tratta di quelle esperienze vitali e italianissime che, quando per un motivo o l’altro sei costretto a vivere all’estero, ti mancano più di ogni altra cosa.

La festa a Firenze si svolge nell’area che coincide più o meno col letterario quartiere San Frediano, una zona – soprattutto quella prossima a Piazza Santo Spirito – già da anni tra le più effervescenti della città. Firenze è una città tutto sommato discretamente borghese e quella che è ormai diventata la sua festa estiva per eccellenza, la quale si dipana in un quartiere che sa cogliere più di altri l’essenza stessa della fiorentinità, non poteva discostarsi troppo da questo suo modo di essere. Borghese, sì, ma tutt’altro che noiosa, la manifestazione prevede numerosi concerti di varia qualità, bancarelle amatoriali di panini e migliaia di persone che passeggiano senza sosta stringendo bicchieri alcolici, in un caos controllato che finisce per coinvolgere tutti, dagli anziani ai giovanissimi. E che non ti molla neanche alle 5 del mattino. Sembra che con l’amministrazione Renzi Firenze sia davvero risorta a nuova vita: al sindaco tocca adesso il compito non semplice di rendere il centro storico di nuovo appetibile ai fiorentini (e ai toscani in generale), e non solo un costoso giocattolo con cui divertire e spennare i turisti.

Pistoia nei giorni del Pistoia Blues è invece un delirio vero e proprio, che va spesso (meno male) al di là della decenza. Un delirio più spazialmente limitato ma dieci volte più tracimante, disordinato, sporco e, perché no, ugualmente affascinante. Tutti hanno i loro bicchieri di sangria casereccia da offrire. Tutti hanno una birra da due lire in mano. Uno su due suona (male) i bonghi e inizialmente ciò può risultare irritante, ma dopo un po’ – lo ammetto – neanche ci si fa più caso. Le ragazze ballano ovunque, sui marci tavoli di legno, sulle bucce di cocomero, sulle spalle di altre ragazze, sulle spalle delle ragazze che stanno sulle spalle delle ragazze. E’ un inferno, e son sicuro che anni fa l’avrei detestato. Oggi – com’è notorio ho raggiunto una certa pace zen – lo apprezzo per quel che è, un chiassoso coacervo di coscienze alterate. Sabato in concerto sulla piazza centrale c’erano i Doors, l’ho saputo solo quando lo show era terminato. Centinaia di vecchi rocker nostalgici arrivati a Pistoia per assistere allo spettacolo dell’ex band di Jim Morrison ad una certa ora si sono incontrati con i 16enni dall’alito alla marijuana che colmavano le piazze, e il confronto generazionale ha avuto il più banale degli esiti: i primi se la sono data a gambe, terrorizzati da tanto ingestibile marasma. I secondi, mi sa, se la sono invece sudata tutta fino all’alba. E hanno fatto bene. In Febbre a 90° Nick Hornby racconta che, una volta passati i 30 anni, dopo l’ennesima sbronza una mattina si è svegliato e ha deciso che il sapore di alcool che accompagnava da tempo immemorabile ogni suo spaesato risveglio -sorpresa! – non gli piaceva più. Da un momento all’altro quel sapore gli era diventato intollerabile. Di colpo aveva scoperto che non poteva più conviverci. Era dunque arrivato il fatidico momento di dare un taglio netto, triste e necessario, alle nottate intensamente alcoliche. Bene. Ragazzi che avete affollato Pistoia fino al mattino, vi do un consiglio: spassatevela adesso, perché il morbo di Hornby prima o poi colpirà anche voi. Oh sì, potete esserne certi.