Filogenesi e odore delle mani

L’articolo di New Scientist dice che:

You won’t believe you do it, but you do. After shaking hands with someone, you’ll lift your hands to your face and take a deep sniff. This newly discovered behaviour – revealed by covert filming – suggests that much like other mammals, humans use bodily smells to convey information.

Altre tracce del nostro passato evolutivo. Il video non potrebbe essere più chiaro al proposito:

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I metacreatori

(sciocchezzuola rispescata dall’hard disk)

I metacreatori

“A parità di fattori la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta”

(William of Ockham)

È finita. È finita. È finita. Triplice fischio. Prima o poi sapevo che sarebbe successo: ma non immaginavo che il mio momento sarebbe arrivato così presto. Non posso che andarmene, non ho che da morire. Non posso che lentamente scomparire, dunque, non posso che dissolvermi, annientarmi. Un viaggio finisce, un viaggio comincia. È ciò che mi piace credere. Mentre scompaio, mentre la mia sostanza a poco a poco si rende nulla, ricordo d’improvviso tutto. Scorre via veloce davanti agli occhi, fotogramma dopo fotogramma, il Tutto. Verso i titoli di coda.

Ricordo la metaforica esplosione iniziale e come le diedi il via. Schioccai le dita e fu il principio. Deflagrante e maestoso. Fu uno scoppio d’atomi, fulmineo e folle, con la materia che cercava una sua ricollocazione secondo leggi appena sorte, come dotata di una coscienza che ovviamente non possedeva. Era materia, né anima né intenzione, ma il suo eroico assemblarsi mi regalava inattesi brividi. La mia cosa funzionava. Mi concentrai, attimi successivi, su uno, uno solo degli infiniti pianeti che si erano andati a formare. Osservai come vi fosse diffusa dell’acqua e come da quell’acqua sorgesse, e giuro che non me lo sarei mai aspettato, qualcosa di vagamente più complesso e strutturato. Un codice, istruzioni, dati: informazioni che inconsapevolmente cercavano di replicarsi. Cominciò così la cieca camminata, senza scopi o volontà: il processo di copiatura fu facilitato nei sistemi che, mutati a causa di casuali errori di replicazione, meglio si adattavano alle diverse condizioni ambientali. Questi macchine per la conservazione e la diffusione dei dati divennero organismi sempre più articolati: la complessità non casuale che ne risultava li aiutava a sopravvivere più a lungo e a replicarsi con maggior successo. Chi meglio sapeva interagire con l’ambiente, più si diffondeva. Fu uno strabiliante fiorire di forme e colori. Furono così le piante e gli alberi, furono gli esseri privi di vertebre, mollicci ed eleganti, poi si giunse ai pesci, infine, in quelli che qui sembrano trascurabili istanti, furono i mammiferi, fu l’illusione della coscienza, fu l’Uomo. Dalla materia, priva di ogni finalità, si approdò all’autoconsapevolezza, o a quella che parve tale. La mia cosa aveva preso un’imprevista direzione. Ma era splendida. Il codice aveva scovato una maniera davvero efficiente di replicarsi. Dominare il pianeta: l’uomo, nato in un singolo punto, si diffuse e si organizzò in comunità multiformi. L’uomo, mio accidentale risultato, mi pensò, mi ipotizzò, giunse persino a negarmi. Sì, per alcuni io non sono stato altro che un’illogica complicazione.

Ho visto tutto e seguito tante storie, senza mai interferire. Ho lasciato che di volta in volta gli equilibri si autogenerassero.

È passato così poco tempo dalla nascita di Maria, una delle tante, una e solo una delle infinite possibilità concretizzabili a partire dall’inizio, dall’esplosione, dallo schiocco di dita, così poco tempo dal suo volto scaltro e dalle sue guance rosse, e già la vedo adulta, pronta, conscia. La vedo sorridere schiva a quindici anni, la vedo pulire la cucina perché gliel’ha chiesto la madre, la vedo far l’amore con un ragazzo in una notte di nebbia e gelo e disegni con le dita sui vetri appannati dell’auto. So che l’ama e, suppongo, sono l’unico che può saperlo. Nasce il figlio, e il figlio fa figli, e i figli fanno figli, nei secoli dei secoli che qui son secondi, nelle pene, anche quelle più atroci, che qui son solo formicolii non ben localizzati.

Piccole storie. Da Maria, tramite il caso e la coscienza, si giunge ad Adamo. Si giunge alla fine. La mia, la nostra. Adamo è roba di istanti fa, Adamo è così recente che ne vedo ancora l’odore rosso sangue, ne sento gli occhi azzurri e vispi e tutta la splendida attrezzatura che le informazioni site in ogni sua cellula hanno messo in piedi per spingerlo a riprodursi, a moltiplicarsi, a diffondere dati. Adamo è un piccolo di uomo che va a scuola. Ha un faccino che, lui non lo sa, assomiglia di qualche grado a quello della sua distante progenitrice Maria. Adamo va a scuola, in una per lui limpida mattina di fine ottobre. Fa freddo. E’ rannicchiato nel pesante giaccone con cui la mamma lo ha coperto prima che mettesse il piede fuori dalla porta di casa. Un bacio e via, verso la morte. Verso l’estinzione. Mentre attraversa la strada – dall’altra parte, di fronte al cancello dell’edificio scolastico, i compagni ne stanno gridando il nome con ingiustificato entusiasmo – un’auto si schianta a folle velocità contro quel suo minuscolo corpo. Adamo riesce appena a sentire il rumore, per lui insolito, delle ossa che si spezzano, e cade a terra. Vivo e stupito. Gli occhi incollati sull’asfalto. Ecco una moto, pesante e fatale, che non sa frenare in tempo. Ecco il collo del bambino tranciato di netto. La testa, con la sua delirante coda di sangue, rotola svelta fino ai margini della strada. Urta contro il marciapiede e si ferma, di fronte al cancello. I bambini urlano. E urlano. E urlano ancora.

È tutto successo ora, in incommensurabile fretta. Neanche il tempo di rifletterci su. Un attimo fa ho dato il via. Istanti dopo sono al capolinea, al sipario, a quelle parole perentorie che, adesso, si fanno strada nella mia mente: esperimento fallito. Mentre già rimpiango la mia cosa, mentre già mi manca, in qualche dubbio mondo loro mi chiamano a sé.

Come un’illogica complicazione, svanisco.

(e ora, nell’ultimo sentire, l’eco di uno schiocco di dita. Vi prego di credermi, stavolta non è il mio)

Il nostro mondo è fatto apposta per noi perché noi siamo fatti apposta per il nostro mondo

Tra le scene migliori di Interstellar ci sono quelle ambientate sul primo pianeta, laddove improvvise ed enormi onde – alte ad occhio centinaia di metri – sorprendono gli astronauti atterrati (ammarati) e creano più di qualche casino. L’idea è interessante perché ci ricorda che sul nostro pianeta le onde marine di rado superano una data altezza, di rado possono sorprenderci, ed è su questo presupposto che ci siamo evoluti in un certo modo e abbiamo creato una civiltà di un certo tipo. E’ solo un esempio per sottolineare che la nostra vita dipende dalla costanza di una serie di leggi e di fenomeni sulla base dei quali è stata modellata dall’evoluzione. Se certe condizioni cambiano, le cose si fanno drammatiche e spesso intollerabili: perché non siamo fatti per abitare mondi diversi dal nostro (come avevo cercato di dire qui). Mettiamo, riprendendo il discorso delle onde, che per qualche motivo sul pianeta comincino ad imperversare tsunami su tsunami. O evolviamo in tutta fretta muscoli e capelli biondi da surfista australiano o, ciao ciao, crepiamo tutti o quasi.

Già decenni fa Carl Sagan nei suoi libri denunciava il problema dei cosiddetti gas serra e suggeriva di studiare le condizioni atmosferiche di Venere per comprendere in che direzione si sarebbe trasformato il nostro pianeta se non fossimo stati capaci di cambiare registro in tempi stretti. Anni dopo siamo qui – più o meno tutti colpevoli – a constatare quelle che sono ormai considerate delle banalità, e cioè che i ghiacci si sciolgono e che – esempio – la temperatura del Mediterraneo sta aumentando, e a prendere atto di quelle che sono ormai costanti “emergenze maltempo“. E così via.

Colpa dell’uomo, come suggeriva Sagan, o normale riscaldamento (ciclico) della Terra legato a dinamiche geo-qualcosa su cui non abbiamo alcun controllo? La prima che ho detto, secondo il 97% degli studi ad oggi realizzati sull’argomento.

In tal senso, che le iperpopolose Cina e Usa si siano date una svegliata (forse), non può che essere un fatto positivo.

Troppo tardi? Nel dubbio, lezioni di nuoto e addominali come se (…) piovesse.

The Mental Life of Plants and Worms, Among Others (di Oliver Sacks)

Oliver Sacks

Charles Darwin’s last book, published in 1881, was a study of the humble earthworm. His main theme—expressed in the title, The Formation of Vegetable Mould through the Action of Worms—was the immense power of worms, in vast numbers and over millions of years, to till the soil and change the face of the earth. But his opening chapters are devoted more simply to the “habits” of worms.

Worms can distinguish between light and dark, and they generally stay underground, safe from predators, during daylight hours. They have no ears, but if they are deaf to aerial vibration, they are exceedingly sensitive to vibrations conducted through the earth, as might be generated by the footsteps of approaching animals. All of these sensations, Darwin noted, are transmitted to collections of nerve cells (he called them “the cerebral ganglia”) in the worm’s head.

“When a worm is suddenly illuminated,” Darwin wrote, it “dashes like a rabbit into its burrow.” He noted that he was “at first led to look at the action as a reflex one,” but then observed that this behavior could be modified—for instance, when a worm was otherwise engaged, it showed no withdrawal with sudden exposure to light.

For Darwin, the ability to modulate responses indicated “the presence of a mind of some kind.” He also wrote of the “mental qualities” of worms in relation to their plugging up their burrows, noting that “if worms are able to judge…having drawn an object close to the mouths of their burrows, how best to drag it in, they must acquire some notion of its general shape.” This moved him to argue that worms “deserve to be called intelligent, for they then act in nearly the same manner as a man under similar circumstances.”

As a boy, I played with the earthworms in our garden (and later used them in research projects), but my true love was for the seashore, and especially tidal pools, for we nearly always took our summer holidays at the seaside. This early, lyrical feeling for the beauty of simple sea creatures became more scientific under the influence of a biology teacher at school and our annual visits with him to the Marine Station at Millport in southwest Scotland, where we could investigate the immense range of invertebrate animals on the seashores of Cumbrae. I was so excited by these Millport visits that I thought I would like to become a marine biologist myself.

(continua qui)

Le sorprese dell’epigenetica

Non ho naturalmente le competenze per parlarne in maniera approfondita, lo preciso subito. La mia è pura curiosità. Il punto è questo: sta accadendo qualcosa di grosso, qualcosa di sensazionale, che non sta ricevendo a mio avviso la necessaria attenzione dal mondo là fuori. Mi riferisco alle scoperte dell’epigenetica, a tutto ciò che stiamo cioé imparando a conoscere sul rapporto tra espressione dei geni e ambiente. Sospetto che ciò che simili studi ci stanno dicendo già da qualche anno rischi di rimodellare alcune delle conoscenze che (sbagliando) cominciavamo a dare per scontate riguardo l’ereditarietà. Nonché a dare conferma scientifica, specificandone le basi neurali e fisiologiche, a concetti – come quello dell’attaccamento di Bowlby – che la psicologia dello sviluppo aveva già intuito decenni fa. Anche se qui si va oltre il semplice rapporto madre-figlio: si sostiene infatti che gli aspetti epigenetici – con le loro influenze sul nostro carattere e sul nostro modo di tollerare lo stress e di vivere una vita aperta all’esplorazione e alle nuove esperienze – possano viaggiare attraverso le generazioni.

In due parole la storia è più o meno questa. Si è scoperto che l’espressione di certi geni, provocata per esempio da cure parentali povere e non adeguate, comporta dei cambiamenti fisiologici (che coinvolgono per esempio l’ippocampo e il cortisolo, l’ormone dello stress) nel cervello del figlio (o, meglio ancora, della figlia) spingendolo a comportamenti disadattivi e a non curare adeguatamente, a sua volta, la futura prole. Tale prole riceverà quindi cure parentali di un certo tipo – condizionate da tutto ciò che si trova a monte – e svilupperà cambiamenti fisiologici determinati dall’espressione genica… e così via.

Forte, eh?

Avevo già incrociato l’argomento su Psicobiologia dello sviluppo di Berardi e Pizzorusso (mi riferisco in particolare al capitolo 17), l’ho ritrovato in questi giorni leggendo l’articolo Grandma’s Experiences Leave a Mark on Your Genes su Discover.

Cito qui solo alcune parti:

In a 2008 paper, they compared the brains of people who had committed suicide with the brains of people who had died suddenly of factors other than suicide. They found excess methylation of genes in the suicide brains’ hippocampus, a region critical to memory acquisition and stress response. If the suicide victims had been abused as children, they found, their brains were more methylated […]

Why can’t your friend “just get over” her upbringing by an angry, distant mother? Why can’t she “just snap out of it”? The reason may well be due to methyl groups that were added in childhood to genes in her brain, thereby handcuffing her mood to feelings of fear and despair. […]

Last year, Szyf and researchers from Yale University published another study of human blood samples, comparing 14 children raised in Russian orphanages with 14 other Russian children raised by their biological parents. They found far more methylation in the orphans’ genes, including many that play an important role in neural communication and brain development and function. “Our study shows that the early stress of separation from a biological parent impacts long-term programming of genome function; this might explain why adopted children may be particularly vulnerable to harsh parenting in terms of their physical and mental health,” said Szyf’s co-author, psychologist Elena Grigorenko of the Child Study Center at Yale. “Parenting adopted children might require much more nurturing care to reverse these changes in genome regulation.” […]