Cozmo

 

(sostanzialmente legato al post precedente)

Siamo fatti per pensare che stia pensando.

Annunci

Il professore con la Fuego bianca

bncf-foto1

Sgoccioli di anni ottanta. I Ragazzi della Terza C. Lorella Cuccarini. Fiato in gola. Il Commodore 16. I corridoi scolastici che sanno di spirito. I corridoi che sanno d’ospedale. Lui allampanato e scorbutico e snodabile. Giovanile. Divorziato. Brusco. Personalità pervasiva. Le Timberland gialle. La voce catarrosa. La voce autoritaria. La strafottenza. L’irriverenza. La ferocia. Il volto straziato da qualche incidente d’auto. Le mille sigarette. I jeans e i maglioni di lana a collo alto. Gli occhiali da sole. La parola “ganzo”. I capelli pettinati così come veniva. Un libro di poesie regalato. La stima. La dedica a un bambino che – era un bambino – non poteva capire.

Francesco Paciscopi è stato mio professore d’Italiano (e forse Storia, e forse qualcos’altro) in prima media. Fa impressione ritrovarsi a pensare a lui dopo tutti questi anni. Lui eccentrico e intrattabile, lui duro e per certi versi spaventoso. Lui – con gli occhi di oggi – profondo, insaziabile, ansioso, disturbato e forse triste. Lui spezzato in due da una vita di cui avrebbe voluto godersi ogni briciola. Lui scomparso una decina d’anni fa dopo aver – credo/suppongo/intravedo/so – fatto diverse passeggiatine mica da ridere giù negli Inferi.

Trilaureato, insegnante. Autore di articoli di critica (letteratura-teatro-cinema) apparsi su La Nazione (anni ’70), è stato vicepresidente e poi membro del direttivo dell’A.I.C.C. (Associazione Italiana di Cultura Classica) di Pontedera fino al 1992. È stato redattore della rivista Schermo Bianco negli anni ’70 e della rivista letteraria Ghibli fino al 1994; fino al 1998 redattore-capo della rivista di Lettere ed Arti Ponte di mezzo; collaboratore alle riviste Poesia, Semicerchio, Il Grandevetro, Erba d’Arno, La Nuova Tribuna Letteraria, Alla Bottega, Ghibli, Ponte di mezzo, La ballata, Pianeta uomo, Images-Art & Life, L’apostrofo, Fiori di Luna, OggiFuturo. È presidente del Premio Letterario “Il litorale” di Marina di Massa. Presente in molte antologie. Sue liriche sono state tradotte in inglese. Ha pubblicato: Le raccolte poetiche I gigli neri (Carello, Catanzaro, 1981), Magnificat (con Prefazione di L. Marconcini, ivi, 1982), Olympus (ivi, 1983), Kimera (ivi, 1986), La stagione degli Dei (con Prefazione di D. Carlesi, Giardini, Pisa, 1989, finalista ai premi “Montale” e “Carducci”), Malaterra (con Prefazione di Carlo Rao), All’antico mercato saraceno, Treviso, 1999, I premio “Laurentum”, “Rivalto”, “Padus Amoenus”, “Tra Secchia e Tanaro”; II premio “L’amaro Miele”; III premio “San Domenichino”, “Bargagna”, “Città di Lerici”, “Alessandro Contini Bonacossi”; V premio “Antica Badia di San Savino”; finalista ai premi “Pisa” e “Bolognapoesia”). Le opere di narrativa Danza di morte (racc., con Prefazione di A. Esposito, Lo Faro, Roma 1985) e I glicini dell’Erebo (racc., con Prefazione di F. Romboli, L’Autore, Firenze 1991). Il saggio Isidoro Falchi tra Montopoli e Vetulonia.

Mi chiedo perché uno così si trovasse ridotto ad insegnare alle scuole medie. Perché non dovesse parlare di Shakespeare o Milton o Montale o Joyce a qualche cervello che forse poteva essere in grado di recepire. Poi penso al suo carattere, alla sua attitudine anarchica, e mi do una specie di convincente risposta. Su Internet c’è ancora qualche rimasuglio, qualche suo scritto. Qualche sua memoria. Ne incollo qui una, sorta di rozzo e ultratardivo tributo a lui. Le pagine web ogni tanto scompaiono. La ridondanza, si sa, limita le perdite.

LE VOCI ESCLUSE 

Francesco Paciscopi
I

– Ho voglia di graffiarti la faccia, – dice Albarosa sulle scale della Biblioteca Nazionale. – Non riesco mai a capire quello che pensi. Dai la colpa alla tesi e mi vuoi solo scaricare; vero, carogna? Non so chi me lo fa fare, di perdere ancora tempo con te. – Ma è tenera, mi si stringe addosso.
In effetti, gioco sleale. Altrimenti le dovrei dire che sì, le voglio bene, ma non è la cosa più importante in questo momento: è ansiosa, possessiva; a volte mi stanca; e la paura del rifiuto se la porta dietro. Ci resterebbe male? Magari le piacerebbe sentirlo: per colpevolizzare la mia sicurezza ironica.
– Stammi bene, dolcezza, – le bisbiglio con la bocca sul collo. – Ci vediamo domani. E bada a non mettermi troppe corna! –
Mi arriva un calcio che mi fa decidere a salutarla con un bacio lungo e scappare nell’androne scuro.
Prima, eravamo insieme al Forte, nonostante il freddo: pungente, per una primavera bella come questa.
Non mancano i guardoni, lassù. Proprio stamani ne ho visti un paio, a spiarci tra le siepi.

È l’ora di chiusura. Rientro nella camera messami a disposizione in Via Ghibellina. Dentro, il silenzio.
Gli zii non sono ancora tornati dalla pasticceria. Bene, niente spiegazioni, stasera.
Verso la fine, anche il lavoro della tesi mi appare più banale, meccanico. Mesi fa varcavo ancora entusiasta la soglia della Nazionale per restarci tutto il giorno, con un panino verso le due al bar. Ausonio Decio Magno e l’intera latinità della decadenza hanno perduto smalto. Meglio Firenze. Meglio fare l’amore su al Forte.

Butto sulla tavola la sacca di tela col materiale da elaborare, stiro soddisfatto le braccia.
Nell’ombra, Fritz mi si strofina alle gambe. Impossibile chiedere al gatto un affetto disinteressato. Gli metto un po’ di latte nella ciotola. Resto a guardarlo. Lecca avido – rosa tenue fra le vibrisse – voltando ogni tanto lo sgomento degli occhi. Ed eccomelo al collo, si accuccia e ronfa beato.
La sala vorrebbe avere un’aria rinascimentale, con la tappezzeria stampata a gigli rossi, i bordi d’oro antico ed i mobili scuri. Le finestre sono grandi. Una dà sui viali. Lunghe file di piante aprono, nel cortile interno, una inaspettata zona di verde.
Il pulviscolo della stanza brilla nel sole, un raggio-squama spezza la penombra.
Da un vaso del piano superiore cala, fin su questi vetri, un ramo di vitalba.

1.
Le ancelle vestono Silvana per il matrimonio.
Dal capo, a rappresentare il velo, scende un viluppo di rami di vitalba, che le cade fino alle caviglie. Il volto rimane spalancato e puro, nel verde intrigante.
– Chi vuoi come sposo? – domanda qualcuno. C’è un silenzio sacrale.
– Lui, – indicandomi.
Avanzo come un tacchino, mentre le ancelle mi appiccicano sulla maglia foglie di parietaria.
Una goffa cornice alla bellezza della sposa.
Le erbacce dei campi dietro casa splendono di gloria estiva, mentre ci muoviamo solennemente verso l’ara – un tronco di pioppo – e il prete pagano che, benedicendoci, eternerà il nostro vincolo.
Dall’emozione, inciampo proprio davanti all’altare. E, d’istinto, mi aggrappo a lei.
I testimoni guardano scandalizzati, mentre il velo di vitalbe mi si affloscia fra le dita.
– Sta’ attento, cretino! – sibila, con tutta la rabbia di cui è capace.
Ha le lacrime in pelle.

II

Un suono di campane arriva da Santa Maria Novella, attutito dalla distanza.
La città si scioglie all’ultimo sole. Le rondini trasvolano nel pulviscolo. La placca di luce sul pavimento è ormai una fessura tra cui vagano microbi luminescenti. E la pendola batte il suo moto infinito.
Prendo gli appunti per sistemarli, prima che arrivi la zia. Se no, comincerà col solito: “Lavora bene, fa’ in fretta a finire”… Tutte le sere! “La laurea procura sempre un posto al sole”. Il sudato pezzo di carta mi fornirà una ghiotta fetta di responsabilità sociale. Sarò nel novero degli arrivati.
Trasferito in città, avrei contatti con le famiglie che contano. Con la cultura. Avrei la carriera spianata.
Le diciassette e trenta. Lo scampanio di Santa Maria Novella si perde nella distanza.

2.

La corda vibra e oscilla, sotto la mia pressione. Poi, il primo rintocco scaturisce dal bronzo. Questa volta ce l’ho, una delle quattro funi.
– Va’ a tempo! – mi grida Pierangelo dall’altra parte. Se si perde il ritmo, ci ride dietro tutto
il paese.
La chiesa, così a ridosso della guerra come siamo, non è stata ancora ricostruita del tutto, dopo il bombardamento. Le campane sono sempre legate ai pali; e ogni sabato sera è un privilegio, poterle suonare. Ce le contendiamo.
– Fanno la sassaiola, – mi urla ancora l’amico sacrestano. – Guarda, c’è Sirio, rimpiattato
dietro il cipresso.
– Lo vedo! – gli urlo di rimando, contento di partecipare all’orgia dei rintocchi e d’avere
l’attenzione di uno più grande, che mi trascura o mi dà ordini recisi.
Sono in lotta i ragazzi del Botteghino e delle Palazzine. Fra le spinte della corda li scorgo tutti, acquattati dietro le colonnine, davanti la chiesa.
– Andiamo anche noi, dopo? – mi grida, al di là del frastuono.
Urlerei di gioia, mi trattiene una qualche dignità. Ha voglia di dividere l’esperienza con me,
Pierangelo. E io, di seguirlo in capo al mondo. Solo perché mi sento all’altezza, ora.
Per frenare le campane, ci appendiamo con il corpo alle corde, come invasati.
Il movimento ci solleva per due, tre beatissimi metri.
E vediamo, ai piedi della collina, tutto il paese.

III

La stanza si vela di penombra. Non ci si vede quasi più. Accendere la luce?
I pensieri mi distraggono dagli appunti che vado riordinando. Ci tornerò sopra domani. Sarà una giornata come i primi tempi: biblioteca e panino.
Parlerò con Albarosa. Non mi deve distrarre dalla tesi, che si fa interminabile. Lei è al secondo anno, è ancora così ragazzina! Mi farò valere: sono un uomo, ormai.
Sul tavolo, dal vaso di cristallo un fascio di spighe proietta la sua ombra millepunte.
Parecchie reste spezzate.
Ma alcune rimangono, a sfida.

3.

La trebbiatrice romba, la pula salta nell’aria.
Rigagnoli di grano si arrovesciano dalle lastre metalliche dei bocchettoni di base ai sacchi contenitori.
– Portateli laggiù sull’aia! – ordina il capoccia. – Li carichiamo dopo, sul trattore. –
Si agitano colori rozzi; c’è un che di sana letizia; bestemmie e pacche sulle spalle, da tutte le parti.
– Monta su, dammi il cambio ai covoni! – tuona dall’alto un tanghero di novanta chili.
Salgo; e comincio a inforcare i mannelli spingendoli verso la bocca della trebbiatrice.
Mi sento un leone. Non è solo la peluria sul labbro e sul pube, ad esaltarmi. Fermo contro il cielo, assaporo una beatitudine nuova.
Olga, passando, mi grida dal basso: – Guarda se ci caschi dentro, fringuello! – E io me la rido, contento. Ha trentatré anni, il figlio maggiore quasi della mia età; e so che le piacciono i ragazzi giovani. Qualcuno racconta con voce sgranata certi particolari…
Mi lasciano là tutta la sera, non chiedo di meglio. Il Sole è una frittata di luce sopra di me. Fa caldo da morire.
– Siamo alla fine! – grido.
Gli ultimi mannelli cadono in bocca al drago.

Stasera ci sarà cena all’aperto. E ballo sull’aia. So che hanno ingaggiato anche due fisarmoniche.
Ce lo pagheranno, il lavoro. Avrò qualche soldo per le vacanze, senza chiederne ai miei.
Faccio un salto dalla trebbiatrice e mi trovo steso a terra, con l’odore selvatico della pula nel naso.
Il sole sta calando dietro le colline.

Mentre tutti ballano, girello fra gli alberi.
Mi piace anche da lontano, la festa. I corpi che si muovono, sodi e flessuosi. Mi arriva il languore delle fisarmoniche.
Sdraiato sulla paglia, vedo un’ombra che avanza. Mi si ferma vicina.
– Che fai qui al buio? Non balli? – chiede sorniona.
Olga. Mi ha seguito. E ha come una minima brace, in fondo agli occhi scuri.
Si inginocchia, mi bacia tutta in bocca. Mi morde da morirne la lingua, mi passa la mano sui calzoncini. E, senza impaccio, mi slaccia la cinghia.
L’ombra mi nasconde il viso scarlatto.
Mugola, mentre le do la mia verginità.

IV

È calata interamente la sera. Una vespa è entrata nella stanza: il ronzio astratto, uggioso, da qualche parte.
Fuori, oltre il cortile dei vivai, finestre illuminate. In controluce, una donna si affaccia al terrazzo. Scuote qualcosa nel buio.
La punta della sigaretta, incandescente. Avido, ne aspiro l’aroma azzurrognolo.
Dalla strada, grida giovani. Saluti prima di cena. Forse un appuntamento, per qualche bravata notturna.
Di nuovo il silenzio, tra i lampioni accesi.

4.

– Bazzica! – Ivano butta la carta sul biliardo.
– Basta! Io smetto, non c’è gusto, con te. –
– Sei il solito frocio. È la terza di fila, che fai.
È Bruno, che ha parlato per ultimo. Finge un contegno spavaldo, è il più giovane.
Posiamo tutti la stecche e ci piazziamo con le sedie fuori dal bar, a pettegolare sulle poche ragazze che passano.
– Si va a rubare un cocomero a Beppe, domani? – chiede a un tratto Giulio. – Devono essere belli maturi, ormai. –
– Fanciulli, ricordatevi che c’è da lavorare al campo, – avverte Piero. – Domenica si gioca contro il Ponsacco e don Luciano vuole trovare tutto pronto. L’idea è stata nostra, in fondo. –
È il campetto dell’oratorio. Abbiamo deciso di trasformare in mini-bar un vecchio capanno annesso. Gli introiti andranno a beneficio delle nuove divise bianco-azzurre.
– A proposito, c’è da mettere insieme i soldi per Carlo, – dice Alberto. – Domenica è il suo compleanno. La sera fa la festa. –
– A quello penso io. – È di nuovo Piero. – Domani faccio il giro dei portafogli. E tu, – mi dice, – pensa a comprare il regalo. Magari ci andiamo insieme. Delle bimbe chi viene? – Lo vedo arrossire.
Annuisco, distrattamente. Ama senza speranza.
“Un giorno o l’altro li manderò tutti a farsi fottere”, rimugino, compiaciuto.
– Perché non andiamo a puttane? – fa Bruno di punto in bianco. – Ne ho sempre voglia, ma stasera non ce la faccio più.
Sorrido del suo ardimento. Chissà se proponessi di andare davvero, come reagirebbe?! Accamperebbe scuse?
– Io vado a letto, – dico deciso. Si domanderanno perché così presto. E, domani, saranno anche ironici. Mi alzo e li saluto, sorridendo. – Ci vediamo. –
Mentre mi allontano, mi giunge ancora la voce di Bruno, stridula: – Si creperà di noia, in questo schifo di paese! –

V

Passi per le scale. E un suono di voci. Gli zii che rientrano?
La chiave nella serratura: mi precipito ad accendere la luce. Antichi sensi di colpa, forse.
La stanza cambia all’istante aspetto e significato.
– Francesco, sei lì? – chioccia la voce di zia.

5.

Le ombre si allungano fra le colline. La luna si posa a sfiorare i cipressi, neri neri davanti la chiesa.
Le vie sono quasi deserte. Si prepara la cena. Dagli interni, rumori familiari.
Sull’argine, i fieni sono alti e verdi. E le rane cantano nel rio, sotto la chiarità del cielo.

VI

Tra qualche mese sarò di nuovo laggiù.
Mi aggrappo anche a questo.
La notte di catrame cala sulla città.
E non voglio trascurare nessuna voce, dimenticare niente.
Non voglio morire, mai.

Un po’ se la solo cercata, parte 4949924esima

“Che è successo a Firenze?!”

“Un gran casino. Un uomo ha sparato a due persone, uccidendole, e ne ha ferita una terza.”

“Dio bono. Oh com’è successo?

“Pare sia andato al mercato in piazza Dalmazia e poi a San Lorenzo e abbia ucciso due ambulanti senegalesi.”

“Ah, ok, senegalesi…”

“Sì.”

“Sarà stato un razzista.”

“Eh, pare. Un estremista di destra.”

“Il razzismo è una brutta cosa. Io non sono razzista ma, certo, se loro (gli extracomunitari, ndG) facessero un po’ meno come gli pare qui a casa nostra…”

“(…) E che cazzo c’entra, questo?”

 

(no, non mi sono inventato nulla)