Il gioco del mondo (Cortàzar)

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– Il progresso nell’arte sono stupidaggini arcisapute, – disse Etienne. – Ma nel jazz come in qualsiasi arte c’è un sacco di ricattatori. Una cosa è la musica che può tradursi in commozione e un’altra la commozione che pretende di passare per musica. Dolore paterno in fa diesis, risata sarcastica in giallo, viola e nero. No, caro mio, l’arte comincia al di qua o al di là, non è mai questo.

Nessuno pareva disposto a contraddirlo perché Wong arrivava con il caffè e Ronald, stringendosi nelle spalle, aveva dato avvio ai Waring’s Pennsylvanians e da uno stridore terribile giungeva il tema che piaceva tanto a Oliveira, una tromba anonima e poi il piano, tutto nella fumosità da vecchio fonografo e pessima incisione, da povera orchestra e come anteriore al jazz, in fondo da quei vecchi dischi, dagli show boats e dalle notti di Storyville era nata l’unica musica universale del secolo, qualcosa che avvicinava gli uomini più e meglio che l’esperanto, l’Unesco e le aviolinee, una musica sufficientemente primitiva per giungere all’universalità e sufficientemente bella per creare una storia sua propria, con scismi, ritrattazioni ed eresie, il suo charleston, il suo black bottom, il suo shimmy, il suo foxtrot, il suo stomp, i suoi blues, per ammettere le classificazioni e le definizioni, questo e quello stile, lo swing, il bebop, il cool, e andare e tornare dal romanticismo e dal classicismo, hot e jazz cerebrale, una musica-uomo, una musica con storia distinta dalla stupida musica animale da ballo, la polka, il valzer, la samba, una musica che permetteva di riconoscersi e stimarsi a Copenhagen come a Mendoza o a Città del Capo, che avvicinava gli adolescenti con i loro dischi sotto il braccio, che dava loro nome e melodia quali cifre per riconoscersi e iniziare un colloquio e sentirsi meno soli anche se accerchiati dai capiufficio, famiglie e amori infinitamente amari, una musica che acconsentiva a tutte le immaginazioni e gusti, la serie degli afonici 78 con Freddie Keppard o Bunk Johnson, l’esclusivismo reazionario del Dixieland, la specializzazione accademica di Bix Beiderbecke o il salto nella grande avventura di Thelonious Monk, Horace Silver o Thad Jones, la pacchianeria di Erroll Garner o di Art Tatum, i pentimenti e le abiure, la predilezione per i piccoli complessi, le misteriose incisioni con pseudonimi e denominazioni imposte dalle case discografiche o dai capricci del momento, e tutta quella massoneria del sabato sera nella camera da studente o nella cantina del circolo, con ragazze che preferiscono ballare mentre ascoltano Star Dust o When your man is going to put you down, e odorano lentamente e dolcemente di profumo di pelle, di calore, si lasciano baciare quando è tardi e qualcuno ha messo The blues with a feeling e quasi non si balla, si sta in piedi, fermi, dondolandosi, e tutto è torbido e sporco e canagliesco e ogni uomo vorrebbe strappare quei reggipetto tiepidi mentre le mani accarezzano una schiena e le ragazze stanno a bocca socchiusa e si abbandonano a poco a poco alla paura deliziosa e alla notte, allora s’alza una tromba possedendole per tutti gli uomini, prendendole con una sola frase calda che le lascia cadere come una pianta tagliata fra le braccia dei compagni, e c’è una corsa immobile, un salto nell’aria della notte, sopra la città, finché un piano scrupoloso le restituisce a se stesse, esauste e riconciliate e ancora vergini fino al sabato seguente, tutto questo in una musica che fa paura ai pettoruti di platea, quelli che credono che nulla sia reale se non ci sono programmi stampati e maschere, e così va il mondo e il jazz è come un uccello che migra ed emigra o immigra e trasmigra, saltabarriere, burladogane, una cosa che corre e si diffonde e stanotte a Vienna sta cantando Ella Fitzgerald mentre a Parigi Kenny Clarke inaugura una cave e a Perpignan martellano le dita di Oscar Peterson, e Satchmo ovunque con il dono dell’ubiquità che gli ha concesso il Signore, a Birmingham, a Varsavia, a Milano, a Buenos Aires, a Ginevra, nel mondo intero, è inevitabile, è la pioggia e il pane e il sale, una cosa assolutamente indifferente ai riti nazionali, alle tradizioni inviolabili, alla lingua e al folklore; una nuvola senza frontiere, una spia dell’aria e dell’acqua, una forma archetipica, anteriore, sottostante, che riconcilia messicani e norvegesi e spagnoli e russi, li reincorpora al dimenticato oscuro fuoco centrale, torpidamente e malamente e precariamente li restituisce ad una origine tradita, indica loro che forse potevano esserci altre vie e che quella presa non era né l’unica né la migliore, o che forse potevano esserci altre vie e che quella presa era la migliore, ma che forse ce n’erano altre più dolci da percorrere e che non le presero, o le presero a mezzo, e che un uomo è sempre più di un uomo e sempre meno di un uomo, più di un uomo perché racchiude in sé ciò cui allude il jazz e sottolinea e anche anticipa, e meno di un uomo perché di quella libertà ha fatto un gioco estetico o morale, una scacchiera su cui si riserva di essere alfiere o cavallo, una definizione di libertà che è insegnata nelle scuole, esattamente nelle scuole dove mai si è insegnato e mai si insegnerà ai bambini il primo tempo di un ragtime e la prima frase di un blues, eccetera, eccetera. I could sit right here and think a thousand miles away. I could sit right here and think a thousand miles away. Since I had the blues this bad, I can’t remember the day.

(Cortázar, “Rayuela”, 1969).

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Mentre morivo, di William Faulkner

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Un viaggio folle su un barroccio sgangherato, tra inondazioni e fienili in fiamme, sotto i cerchi sempre più stretti degli avvoltoi che accompagnano speranzosi il grottesco funerale di Addie Bundren. Attorno alla bara, ingobbiti nei loro truci destini, assorti ciascuno nel proprio segreto, il marito e i cinque figli.

Moderno, strutturalmente geniale, Mentre morivo racconta una vicenda con rimandi epici e classici che rappresenta anche un manifesto filosofico. La realtà è il prodotto soggettivo dei nostri sensi e della nostra elaborazione cognitiva. Le realtà soggettive sono necessariamente incongruenti, a tratti. Straordinario, geniale, sì. C’è Joyce, immagino. C’è la Woolf. Flussi di coscienza come se piovesse. Architetture complesse. Colpi di scena. Ci sono passaggi di un’intelligenza sbalorditiva, intuizioni psicologiche da applausi. Padronanza del linguaggio, poi, e fasi comiche, e confusione magistralmente controllata – penso al momento drammatico dell’attraversamento del fiume in piena. Tu, lettore, tirato in ballo fin da subito e costretto a svolgere la tua faticosa – ma soddisfacente – parte di raccordo e completamento. Tu, invitato ciclicamente a intuire, a prefigurare, a esaminare gli indizi di ciò che prima o poi fatalmente si manifesterà. Tu, proprio tu, esatto – Faulkner, al contrario degli autori banali, non ti sottovaluta mai.

Capita spesso di avvertire sensibilità lontane e respingenti in diversi dei Grandi Classici Da Leggere Assolutamente. Qui la situazione è diversa. Mentre morivo appartiene e forse apparterrà al presente, anche se è stato scritto quasi un centinaio d’anni fa.

Ce ne sarebbero troppe da dire.

Americanah, di Chimamanda Ngozi Adichie

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Ifemelu, ragazza nigeriana, espatria negli Stati Uniti in cerca di una vita migliore. Dopo aver conosciuto l’America e gli americani, tanti anni dopo, disillusa, decide di tornare in patria per ritrovare Obinze, il primo amore, che nel frattempo si è sposato e ha messo al mondo una bambina.

Sostenere che Americanah parli solo di questo – cioè di una storia d’amore tormentata – sarebbe comunque (ok, preparatevi, sto per dire riduttivo) riduttivo. Una volta una ragazza italiana di madre africana mi confessò che quand’era piccola provava un doloroso imbarazzo nel guardare un film come Il bisbetico domato per via della figura della governante di Celentano, quella donnona nera dall’accento stereotipato che ingenuamente avevo sempre trovato simpatica o comunque innocua. Ecco: il libro della Adichie ha proprio il grande merito di disvelare tutto un universo di minuscoli razzismi che spesso i bianchi tendono a sottostimare o a ignorare del tutto. Perché Americanah parla di razzismo, ovvero Sindrome da Disorientamento Razziale, parla soprattutto di questo, non del razzismo violento che deflagra nelle cronache, no, parla di quello quotidiano e sfumato, di quello legato ai capelli, di quello delle riviste di moda, dei taxi che tirano dritto, del pietismo, degli accenti, delle differenze tra afroamericano e africano tout court, dell’impegno ipocrita di certi borghesi progressisti. Non un lavoro perfetto. Le prime cento pagine non sono memorabili, per dire, e anche il finale è vagamente stanco, strascicato. Ma ci sono momenti speciali, pure ben scritti, la Adichie è fluida ma non sciatta, che ti vietano di appoggiare il libro sul comodino e hanno il merito di rammentarti ancora una volta quanto possa essere sensazionale e importante la letteratura (ed è qui che in fin dei conti un libro trionfa davvero: quando ti invoglia a prenderne in mano subito un altro). Su tutti, i drammi umani del clandestino Obinze nella classista Londra, dove l’uomo si trasferisce prima di essere espulso e sposarsi in Nigeria con una donna servizievole e noiosa. E l’elezione di Obama (oggi va tanto di moda definirlo sopravvalutato), vissuta all’interno della speranzosa comunità nera americana. E le pagine in cui si fa capire come concetti quali quello di razzismo al contrario siano, anche se diffusi, profondamente stupidi.

Americanah è intelligente, corposo, spesso avvincente: un gran bel romanzo normale.

American Psycho, di Bret Easton Ellis

 

La storia è credo arcinota: Patrick Bateman è uno yuppie di fine anni ’80 che vive a Manhattan, attraente, abbronzato, pieno di soldi e addominali, sempre vestito splendidamente, i capelli perfetti, gusti esemplari in ogni ambito, cocainomane, fan sfegatato di Donald Trump. En passant, Patrick Bateman è anche un sadico omicida.

Facendola breve (ché poi questo post è soprattutto un’imbarazzante scusa per segnalare che sto ascoltando di brutto il disco da cui è tratto il brano sullinkato):

American Psycho sfiora il capolavoro. Privo di vere e proprie fasi di stanca, spiattella ritornelli ossessivi e procede pagina dopo pagina mantenendo una sua leggera programmatica incoerenza. Bateman lavora senza lavorare, prenota ristoranti, preleva, sfotte homeless, considera le donne oggetti da sesso e tortura, noleggia e restituisce videocassette. Ogni suo comportamento è narrativamente lecito. Qualsiasi suo atto si fa follia, viene percepito come tale, anche quello più banale. Nelle arcinote (e due) fasi “Indossa un [sfilza di marche & vestiario ricercato]”, il sistema che Bateman (con Ellis) usa sistematicamente per presentarci i vari personaggi, una volta capito l’andazzo, si tende a leggere senza leggere davvero, si vola un chilometro sopra, si relativizza, si prendono automatiche distanze. Così come si fa quando si parla di cibo ultraraffinato – dialoghi che mi ricordano la vacuità di certe scene del Fascino discreto della borghesia di Bunuel e che riecheggiano in molte discussioni contemporanee, anche in Italia (cibo gourmet e vino – pazzesco quanto la gente cianci quasi sempre di cibo e vino). L’America satirizzata da Ellis è questa: pulitina, frivola, nevrotica, fascistoide come nello sketch di Bill Hicks sui New Kids on the Block. Annoiata e vuota, di giorno si fa bella e di notte dilania – metaforicamente? – corpi umani nel suo lussuosissimo privato. L’assenza di un senso profondo implica, suggerisce Ellis, l’assenza di ogni morale.

Un romanzo a cui per scelta manca tridimensionalità, se escludiamo alcune lucidissime e ottimamente scritte pagine nel finale, lavoro d’accetta (ah ah) più che di bisturi, di cinismo brutale e, se proprio vogliamo dirla tutta, relativamente facile. Ottimo, spettacolare, trascinante: magari non geniale.

Prigionieri della geografia

Le 10 mappe che spiegano il mondo (Prisoners of geography) è un saggio del giornalista inglese Tim Marshall che cerca di spiegare le dinamiche di politica internazionale a partire dall’analisi di elementi di tipo geografico. Perché gli Stati Uniti erano destinati a diventare questa onnipotente nazione. Perché la Russia teme un’invasione dall’Europa Centrale e brama un porto in acque calde. Perché la Cina sta rafforzando la propria marina, perché sta investendo in mezzo mondo, perché sta costruendo un altro canale (tipo Panama) in Nicaragua. Perché il Sudamerica è abitato principalmente lungo le coste. Perché i grandi fiumi navigabili sono fondamentali per lo sviluppo. Perché il colonialismo africano ha fatto danni tutt’ora visibili. Perché sono criminali i confini imposti dall’alto. Perché l’Europa non può essere unita come gli Stati Uniti (e perché, invece, dovrebbe far di tutto per esserlo). Perché Pakistan e India si detestano. Perché Egitto ed Etiopia potrebbero entrare in guerra. Perché il Medio Oriente è così fitto di conflitti. Perché i sunniti e gli sciiti. Perché i curdi. Perché Gaza. Perché l’Afghanistan. Perché la Nord Corea. Eccetera.

Trecento scorrevolissime pagine di geopolitica e (inevitabilmente) di storia che almeno come idea rimandano a quel che aveva fatto Jared Diamond nel suo fondamentale Armi, acciaio e malattie. Anche se qui si parla di altro e il rigore scientifico di Diamond non può essere per forza di cose adottato.

Strumento utilissimo per capire il presente e per immaginare il futuro.