Prigionieri della geografia

Le 10 mappe che spiegano il mondo (Prisoners of geography) è un saggio del giornalista inglese Tim Marshall che cerca di spiegare le dinamiche di politica internazionale a partire dall’analisi di elementi di tipo geografico. Perché gli Stati Uniti erano destinati a diventare questa onnipotente nazione. Perché la Russia teme un’invasione dall’Europa Centrale e brama un porto in acque calde. Perché la Cina sta rafforzando la propria marina, perché sta investendo in mezzo mondo, perché sta costruendo un altro canale (tipo Panama) in Nicaragua. Perché il Sudamerica è abitato principalmente lungo le coste. Perché i grandi fiumi navigabili sono fondamentali per lo sviluppo. Perché il colonialismo africano ha fatto danni tutt’ora visibili. Perché sono criminali i confini imposti dall’alto. Perché l’Europa non può essere unita come gli Stati Uniti (e perché, invece, dovrebbe far di tutto per esserlo). Perché Pakistan e India si detestano. Perché Egitto ed Etiopia potrebbero entrare in guerra. Perché il Medio Oriente è così fitto di conflitti. Perché i sunniti e gli sciiti. Perché i curdi. Perché Gaza. Perché l’Afghanistan. Perché la Nord Corea. Eccetera.

Trecento scorrevolissime pagine di geopolitica e (inevitabilmente) di storia che almeno come idea rimandano a quel che aveva fatto Jared Diamond nel suo fondamentale Armi, acciaio e malattie. Anche se qui si parla di altro e il rigore scientifico di Diamond non può essere per forza di cose adottato.

Strumento utilissimo per capire il presente e per immaginare il futuro.

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Un anno da lettore (2017)

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Con nessun intento esibizionistico (excusatio non petita: sono solo uno che in piena coscienza ha deciso di guardare due/tre serie tv all’anno al massimo* eccetera e poi insomma chi l’ha detto che sono tanti eccetera conosco gente che legge anche di più eccetera), riporto come sempre o quasi sempre, grazie ad Anobii, la lista dei libri letti nel 2017. Quelli in alto sono gli ultimi letti, quelli in basso i primi. Vorrebbe essere la fotografia di un percorso di letture (molto eterogeneo, credo) sulla scia di quel che aveva fatto Hornby in alcuni dei suoi libri di non narrativa.

La miglior cosa letta è senza dubbio alcuno I detective selvaggi di Roberto Bolaño – probabilmente tra i romanzi più potenti e visionari degli ultimi 20 anni. Impressiona la naturalezza nel costruire realtà submitologiche basandosi su strutture a più voci. Ben piazzati Libra di DeLillo, American Gods di Gaiman (pur con le sue ingenuità stilistiche) e Storie della tua vita di Chang.

Come si diventa nazisti di William Sheridan Allen

Bitcoin Revolution, di Capoti, Colacchi, Maggioni

American Gods di Neil Gaiman

La nausea di Jean-Paul Sartre

Le avventure di Gunther Brodolini di Alessandro Gori

Duma Key di Stephen King

La ferocia di Nicola Lagioia

Verso Occidente l’impero dirige il suo corso di David Foster Wallace

Portatile di David Foster Wallace (letto in parte)

Colla di Irvine Welsh

Storia della mia gente di Edoardo Nesi

Dissipatio H.G. di Guido Morselli

Nominazioni di Alessandro Raveggi

Il generale nel suo labirinto di Gabriel Garcia Marquez

Preghiera per Cernobyl’ di Svetlana Aleksievic

Sulla letteratura di Umberto Eco (riletto)

Damasco di Suad Amiry

La bella di Buenos Aires di Manuel Vázquez Montalbán

Mondoviaterra di Eddy Cattaneo

Libra di Don DeLillo

Se fossi fuoco, arderei Firenze di Vanni Santoni

La stanza profonda di Vanni Santoni

I detective selvaggi di Roberto Bolaño

Zero K di Don DeLillo

La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth

L’età dell’oro di Edoardo Nesi

Americana di Don DeLillo

Il mestiere dello scrittore di Haruki Murakami

Selezione naturale di Tricia Sullivan

Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli

Storie della tua vita di Ted Chiang

Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy

Body Art di Don DeLillo

Tondelli, il mestiere di scrittore di Fulvio Panzeri

Stoner di John Williams

Sognare e scrivere di Jorge Luis Borges

Mattatore di Roberto Bosio

Le ragazze di Sanfrediano di Vasco Pratolini

Dieci piccoli indiani di Agatha Christie

 


* Quest’anno sono state Stranger things (prima e seconda stagione) e Il racconto dell’ancella, entrambe ottime, entrambe capaci di rendermi un superpassivo ed appagato schermomane per una decina di ore di fila a stagione o giù di lì.

 

Ultime letture: King, Wallace, Welsh, Nesi, Morselli, Cattaneo, DeLillo

dissipatio

(letture ripescate dalla mia pagina Anobii, by the way, che miracolosamente e anacronisticamente riesco ancora a tenere in vita).

Duma Key di Stephen King. Avvolgente, all’inizio. Mai lasciare solo il lettore. Mai rischiare che possa dimenticarsi di un solo dettaglio. Mai permettergli di lanciarsi in qualche creativa sovrainterpretazione. Quindi: ribadire, rimarcare, spiegare, avvolgere. Viene a mente l’immagine di un commesso fin troppo indiscreto (rompipalle): “Vuole che l’aiuti?”, “Ha bisogno di una mano?”. Qualche bella e onesta intuizione sul processo creativo (dipingere o scrivere: fa differenza?). Qualche ricerca di natura neurologica su arti fantasma, illusioni cognitive e lesioni alle aree del linguaggio. Abuso di mestiere. Il pensiero crescente, pagina dopo pagina, che le isole Keys al largo della Florida siano (uragani esclusi) il miglior posto al mondo dove poter vivere – tramonti, sussurri di conchiglie, arte, vicini di casa rari & discreti ma anche colti & intelligenti. Tutto fila liscio. Tutto avvolge. Pure troppo. Poi, la rovinosa parte finale. Un cervellotico riunirsi di pezzi, una saturazione di sovrannaturale. Un mondo di oggetti vivi in cui tutto significa tutto – una specie di incubo semiotico. La realtà che si piega banalmente e comodamente a tutte le singole esigenze della narrazione. Il romanzo che ti spinge fuori dal romanzo e che, insomma, ti delude un bel po’. Lavoro discreto risolto in maniera poco lucida.

Portatile, di David Foster Wallace. Antologia di Wallace per le scuole superiori? Probabile, almeno questa operazione editoriale acquisterebbe un minimo di senso. (Si tratta di una selezione di brani tratti dalle varie opere di DFW che io, ovviamente, non ho riletto – ho solo sfogliato le poche pagine inedite, la prefazione di Bartezzaghi eccetera).

Verso occidente l’impero dirige il suo corso, di David Foster Wallace. Come fare ironia sul romanzo postmoderno (in questo caso, parodiando La casa stregata di Barth) scrivendo proprio un romanzo (o racconto lungo) postmoderno, per un’operazione che è la Grande Festa del Cliché Postmoderno. Libro di un’intelligenza sovrumana e vertiginosamente sfaccettato ma tutt’altro che piacevole, e viene il sospetto che sia così intelligente da esser stato progettato proprio per risultare scorbutico e mostrare perché l’ironia e la demistificazione postmoderna, una volta svolto il proprio compito all’interno della storia e dell’evoluzione della letteratura, debbano esser sotterrate e superate. Wallace in sostanza prende in giro l’esibizione dell’intelligenza altrui a sua volta facendo incredibile sfoggio di intelligenza. Un sofisticatissimo gioco di specchi ma anche un testo fondamentale, questo, che segna il passaggio dal DWF giovane e spettacolarmente narciso al DFW maturo che comincia a prendersi cura (a modo suo) delle esigenze del lettore.

Colla, di Irvine Welsh. Cosa significava essere ragazzi tutto sommato poveri e nemmeno così brillanti nei sobborghi scozzesi degli anni ’70 e poi ’80 e poi ’90? Vivere alla giornata, non avere sogni a lungo termine, alcool, droghe variegate, sesso (per i più fortunati), spaccarsi programmaticamente di botte allo stadio. Ricordo una melma di situazioni. Un freddo mondo cinico da cui, dopo qualche centinaio di pagine, cominciano a delinearsi delle forme di vita. E un linguaggio volutamente storpiato (quel classico libro che dovresti leggere in originale) e isterico. Ho fatto soprendente fatica – ma alla fine ne è valsa la pena.

Storia della mia gente, di Edoardo Nesi. Accorato e antiretorico grido di dolore di un imprenditore (e scrittore ) pratese che osserva impotente (o quasi) il declino economico della propria città durante la Crisi.

Dissipatio H.G., di Guido Morselli. Considerato un gioiello semisconosciuto della fantascienza italiana, questo libro racconta le vicende di un uomo che, dopo aver subito un incidente, secondo un meccanismo che ho trovato molto dickiano, vede scomparire (come da titolo) improvvisamente ogni essere umano dalla faccia della Terra escluso se stesso. Romanzo piuttosto breve e (è ovvio, no?) desolante, disperato, nichilista, in cui Morselli sciorina anche tutta una serie di conoscenze filosofico-scientifico che ammetto di aver trovato talvolta un po’ forzate all’interno della narrazione. Inquieta il fatto che pochi mesi dopo la realizzazione dell’opera Morselli stesso si sia suicidato – e che Dissipation H.G. nel suo complesso assomigli molto al tentativo di giustificare razionalmente il gesto che avrebbe compiuto di lì a poco.

Mondoviaterra, di Eddy Cattaneo. Cioè partire con l’idea di girare il mondo senza prendere mai, tizianoterzaniamente, un aereo. E raccontare l’avventura giorno per giorno o quasi. Libro leggero e molto piacevole, soprattutto quando non vuole strapparti una risata a ogni costo – in particolare affascinanti (e invidiati) i mesi trascorsi in Sud America.

Libra, di Don Delillo. Argomento, quello dell’assassinio di Kennedy, di cui ormai si è detto di tutto e di più ma su cui DeLillo è arrivato prima di molti altri (così tanto da ispirarli, credo). E’ un DeLillo stilisticamente diverso, questo, che si conforma al tema da trattare e limita al massimo le sue classiche derive visionarie. Eccezionale nel plasmare la materia.