And my doctor’s unable / To cut through the cable that leads to my mind

Porpora è il colore dei lividi freschi.

Qualche anno fa – racconto la storia così come ricordo – il tourbus su cui viaggiavano i membri dei Baroness finì fuori strada e precipitò in un burrone inglese profondo una 30ina di metri. Nessuno ci lasciò le penne, ma i danni fisici (e non) subiti dai ragazzi furono parecchi, come fu lungo il periodo di riabilitazione. Era il tour del magnifico doppio Yellow & Green – arioso e caldo e con (hai detto nulla) Back where I belong. Qualcuno pensò che avrebbero mollato tutto.

Don’t lay me down / Under the rocks where I found / My place in the ground

Oggi i Baroness – non hanno mollato – tornano con Purple e lo fanno con un nuovo bassista e un nuovo batterista (più tecnico), cambiamenti a quanto si legge resi necessari proprio dall’incidente suddetto. Lo fanno con una capacità di sintesi e con un’urgenza – niente è motivante come la vita vera – che ha pochi eguali. Lo fanno con un disco stringato e compatto che riprende le barbarie pre Y&G ma che ha una sua innegabile e melodica polpa. E’ come se i Baroness, come tutti i gruppi davvero bravi, avessero individuato quella parte di Ancora Non Detto e ci fossero tuffati a capofitto sfruttandone appieno tutte le possibilità musicali. Un disco bello, potente e (ancora) caldo, pieno di intuizioni e suonato con classe – certi passaggi rushiani! certe variazioni ritmiche! certi tocchi!

E dire che i primi ascolti non mi avevano sconvolto, lo ammetto. Dopo Y&G… tutto qui? Poi Purple è piombato tutto insieme, gestaltico e devastante. Try to disappear, Shock me e Kerosene sono tre gemme rock dettagliate e roboanti. If I have to wake up (would you stop the rain) è più leggera ma impettita. The iron bell e Desperation burns sono più canoniche (mi pare) tuttavia molto buone. Ma è soprattutto, per chiudere, Chlorine and wine che al decimo ascolto (!) finalmente ti si svela per quel che è: un monumento architettonicamente ben studiato tra Floyd e Thin Lizzy, una summa di saliscendi emozionali, di passaggi memorabili e di conclusiva epicità, con un testo così:

When I called on my nursemaid
Come sit by my side
But she cuts through my ribcage
And pushes the pills deep in my eyes

The taste was much sweeter
Than chlorine and wine
And my doctor’s unable
To cut through cable that leads to my mind

In spite of the winter
There’s ways to keep warm
Whatever you give me
Please know that I’ll ask you for more

The day I stopped swimming
And came out of the tide
I’d never felt so uncomfortably dumb
Here by your side

Black rose on the bed
Turn me to fire
Black rose in the vein
Shine in your eye

Please
Don’t lay me down
Under the rocks where I found
My place in the ground
A home for the fathers and sons

Black rose on the bed
Turn me to fire
Black rose in the vein
Shine in your eye

Please
Don’t lay me down

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Toccata e fuga

Un po’ di cose random che ho visto, letto e sentito negli ultimi, toh, 20 giorni. E relativi superficiali & frettolosi commenti. Ho visto – alla buon’ora – l’ultimo Batman di Nolan. Inferiore agli altri due, e forse neanche di poco. Non il massimo in quanto a fluidità, un minestrone di eventi mai sviluppati a dovere. Ma c’è Anne Hathaway. Ho visto Eva, gradevole film di fantascienza su robotica e confine AI-umani. Ho visto Snowpiercer, altra fantascienza, che in molti m’avevano consigliato: anche qui, niente di davvero sconvolgente, dal momento che il treno qui è ciò che l’astronave è in mille altri film, ma si fa guardare. Ho visto About time, che è una commedia romantica – o giù di lì – con l’elemento viaggi-nel-tempo e con la colonna sonora del grande Paul Buchanan. Niente di cervellotico, anzi: qui il viaggiare nel tempo è solo un espediente per esprimere, diciamo così, un paio di concetti, diciamo così, di filosofia esistenziale a buon mercato. Ma se capita lo rivedo. A proposito di commedie romantiche: ho finito la trilogia di Linklater e guardato Before Midnight (buono), ho visto One day – commedia ma anche no, disperata e che t’incolla allo schermo anche perché (c’è Anne Hathaway) – e I love movies, originale e frizzante, con una Lucy Liu impagabile. Poi ho rivisto Django di Tarantino e, mi dispiace, mi dispiace perché credo che Tarantino sia un grande e possa fare meglio, mi dispiace ma l’ho (ri)trovato un po’ un polpettone (unpounpolpettone). E mi son messo in pari con Perception, forse l’unica serie tv che ho davvero voglia di seguire. Ogni tanto. Ah, Jimi, il film che racconta un anno particolare della vita di Jimi Hendrix, è lavoro evitabilissimo. Insomma, ho visto questi e un sacco di altra roba che sicuramente mi scordo di citare. E ora attendo Interstellar di Nolan (da valutare se vederlo al cinema in mezzo alla gente che chiacchiera o aspettare l’uscita in dvd/blu-ray). E qui, anche qui, c’è Anne Hathaway.

E naturalmente – o questo o altro – non ho letto quasi nulla. Tranne parti di libro in funzione-tesi. E Vita di Galileo di Brecht (per completismo) e (lo sto terminando, mettendoci un’eternità) Rumore Bianco di DeLillo.

Cosa ho ascoltato? Un po’ il nuovo Sanctuary, che è come i Nevermore ma senza quel pathos, quella profondità, quelle atmosfere cupe e disperate e atee. Quasi come i Nevermore, suvvia. Ma non durerà altrettanto. Poi mi è piaciuto molto il disco solista di J Mascis (Dinosaur Jr), Tied to a star. Acustico, freschissimo, da una botta e via. E ho fatto un ripassone pre-autunnale dei Pain of Salvation, discografia tutta, che ci stava da Dio (ora esce Falling Home, live acustico). Rivalutando, sentite un po’, anche diversi pezzi dell’ultrabocciato Be. Sarà la vecchiaia.

E’ solo un altro giro di giostra (attorno al sole)

Evoluzione controllata, manipolata, finalizzata. Focalizzazione, ancora più che in passato, sulle melodie e sulla struttura della canzone. Assoli di quelli scintillanti che ti fanno tornare quattordicenne, l’epoca non si sa come scopristi che le manciate di note suonate più o meno velocemente potevano in fin dei conti avere un qualche senso profondo, e coinvolgerti, e svegliare i bulbi piliferi, e farti urlare che Dio c’è anche se non c’è. Ritornelli di malcelato, terroso, pop. Aggressività, minaccia e dinamismo come non mai. Una visione totale di oscurità e ammassi stellari. E pezzi micidiali come Tread lightly, The Motherload, High Road, Asleep in the Deep (tra Baroness e Blue Oyster Cult), Aunt Lisa e Diamond in the Witch House (tra atmosfere doom e Voivod).

Se non si fosse capito: Once more ‘round the sun dei Mastodon è uscito ed è, non c’è neanche più da stupirsi, una delle migliori cose che il rock ha da offrire al giorno d’oggi. Altro lavoro interessantissimo – forse il più costante e maturo – per il gruppo americano.