Tragedies repeat themselves in perfect circles

Giusto per segnalare che gli Ulver sono tornati, e l’hanno fatto con un dischetto niente niente male.

Che potevano combinare, i cupi norvegesi, dopo le ultime esasperate derive astratte? Che potevano comporre, dopo aver sottratto tutto il sottraibile?

Un disco pop?

Un disco pop. Che si chiama The assassination of Julius Caesar e rilegge ulvericamente alcune sonorità anni ’80 tipo Depeche Mode, Simple Minds eccetera.

Ulvericamente: deprimendole, donando loro profondità, tridimensionalità, colmandole di raffinatezze.

Un disco pop fresco, comunque canticchiabile, di classe. Synth, voce, sezione ritmica ipnotica, qualche strumento a fiato qua e là. Roba come Nemoralia e Southern Gothic, insinuante e irresistibile.

E poi c’è tutto il complesso discorso sui testi, come sottolineano alcune recensioni, e Lady Diana e Charles Manson e il declino dell’impero romano, perché questo è un disco pop che parla di morti e tragedie, dall’antichità a oggi, e ci sono gli immancabili riferimenti classici tipicamente Ulver, quel loro gusto per il dramma cosmico eccetera. Che credevate? Che si parlasse d’amore e hit me baby one more time?

Un disco pop degli Ulver.

Pollice alto.

 

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Max Richter – Three Worlds: Music From Woolf Works

Conobbi Max Richter, compositore britannico attivo anche nel campo delle colonne sonore (Scorsese, Black Mirror, The leftovers etc), un paio d’anni fa, quando fece uscire quel disco meraviglioso chiamato From Sleep, che ottenne recensioni positive un po’ ovunque. Musica evocativa che ho ascoltato decine di volte – mentre leggevo, mentre battevo i tasti del portatile più o meno vanamente.

Adesso il tipo ha fatto uscire Three Worlds: Music From Woolf Works, ispirato come si evince ad alcune opere di Virginia Woolf, la grande scrittrice sperimentale di inizio ‘900 – se non avete letto nulla di lei, recuperate il prima possibile La signora Dalloway (delizioso) e Al faro (impegnativo, ma progetto di rara intelligenza).

Modern classical. Personalmente non saprei parlarne con cognizione di causa. Non è quel genere di musica che ascolto da una vita, non ho in mano gli strumenti necessari per un giudizio che vada oltre il: è abbastanza ganzo -> dategli un ascolto. Quindi mi fermo subito. Mi azzardo solo a dire che si differenzia decisamente dal precedente. Per semplificare direi che From Sleep era più minimalista e mesmerizzante, faceva delle ossessive ripetizioni un punto di forza, mentre questa è un’opera più aperta e corale, con una sua linea narrativa, più malinconica che dolente, che ogni tanto si concede perfino qualche virata sull’elettronica.

Per un’analisi più approfondita e precisa, rimando qui.

Pain of Salvation – In The Passing Light of Day

pos-copertina

Colpa di un batterio. Qualcosa che di punto in bianco comincia a mangiucchiarti la carne della schiena – dal buco dice si scorga la colonna vertebrale – e che ti rinchiude in una corsia ospedaliera per mesi e mesi. E che in certi momenti ti fa persino pensare che insomma – my friend, this is the end. Un batterio, e puoi restarci secco, e salutare moglie e figli, e l’incanto dei laghi ghiacciati svedesi, e la musica, e l’ambizione giovanile (chissà se cessa mai) di mettere in piedi la miglior rock band del pianeta. Un batterio, e tutto finisce.

Per dire che Daniel Gildenlöw, il gentile mastermind dei Pain of Salvation, l’ha scampata bella. Poi la riabilitazione, il fiato corto, la fatica per tornare in forma e – l’altro estremo – il culto del corpo, il modellamento dei muscoli, lo sciorinare baldanzosi pettorali in faccia alla stronza con la falce.

I was born in this building / It was the first Tuesday I’d ever seen / And if I live to see tomorrow / It would be my Tuesday number: 2119

Questo l’incipit letterario di In The Passing Light of Day, il nuovo album dei Pain of Salvation, sulla cui copertina figura il figlio di Daniel intento a dipingere un sole sulla schiena ipertrofica del padre. Guarda caso. Un disco (al solito) concettuale che parla di tutto ciò – del batterio, del dolore, della speranza. Un disco sulla morte, sulla vita, sull’amore. Ma non tratta essenzialmente sempre di questo, l’arte, secondo il noto luogo comune?

Via la rabbia politica di Scarsick (validissimo), ridimensionate le influenze grungy e zeppeliniane dei due Road Salt (altri lavori di gran classe), un riesumare il folle incedere poliritmico dei primi quattro album, un certo lavoro di compattamento e di meshugghizzazione dei suoni, qualche solita inusuale trovata, e una decina di scintillanti canzonied eccovi servito In The Passing Light of Day.

Che inizia con i dieci minuti martellanti di On a Tuesday, squarciata un paio di volte da un piano commovente che svelto innesca il pensiero felice – ci siamo –, e prosegue (tra le altre) con i chiaroscuri sessuomani di Meaningless, col lento stranamente trattenuto ma efficace Silent Gold, con le atmosfere tipo Remedy Lane di Full Throttle Tribe, nove minuti di variazioni e di magistrale cantato, con la sdegnata potenza di Reasons (Are we happy? As if anyone could ever be). E poi, a introdurre una seconda parte meno compressa e furente, arriva Angels of broken things, pezzo delicato su cui si stampa l’unico torrenziale assolo dell’album. Notevole anche If This Is the End, prima sepolcrale e in seguito insospettatamente dinamica e trascinante, quasi RATM. Eccetera eccetera. Discorso a parte merita il quarto d’ora finale della (quasi) title track, dilatata ballad dal cuore spasmodico, melodia già immortale, estremo lancinante dialogo con la compagna di sempre (Do you remember us? / That first January / You had just turned nineteen / I was soon to be twenty / We fed on politics and poetry / Two children fueled by unbroken dreams), col testo che, sarò io, mi rimanda alle pennellate autobiografiche di un Hogarth.

In The Passing Light of Daycioè tempi dispari a rendere le cose un filo sghembe e sfuggenti, mille trasformazioni vocali (comprese quelle perforanti della new entry Ragnar), un avvicendarsi di acustico ed elettrico, di macchina e bucolico, di tensione e rilascio, e l’empatia doverosa, e la cronica tendenza painofsalvationesca a sporcare tutto ciò che potrebbe apparire eccessivamente cristallino e dunque inautentico.

In The Passing Light of Daycioè contemporaneità. Come sempre. Perché è come se ci fosse, nei POS, qualcosa, nella freschezza dei suoni e nella narrazione bipolare, che s’incastra tutte le volte e perfettamente nel qui-e-ora. Contrappuntare il divenire, esplicare l’attimo tramite esatta metafora, impugnare e poi sgretolare angosce e tumulti di un qualsiasi presente. Puntuale catarsi, o qualcosa del genere – che si parli di sodomia o aborto, di guerra o di taxi ungheresi. Se gli dai il tempo necessario funziona sempre.

In The Passing Light of Daycioè un gran disco rock, non metal, non djent, non progressive qualcosa, rock, rock, rock, rock! pensatelo urlato da Bill Hicks.

Perché hai presente, Daniel, quel piccolo fanciullesco sogno di diventare la miglior rock band del pianeta?

Hai presente?

Ebbene, ce l’hai fatta. Per me ci sei riuscito alla grande. E se il pianeta non se n’è ancora accorto, pazienza.

Tanto peggio per il pianeta.