L’uomo di sinistra

narciso

L’uomo di sinistra è mediamente più colto di quello di destra.

L’uomo di sinistra conosce la storia, la storia politica, il diritto pubblico eccetera.

L’uomo di sinistra ha coscienza civica.

L’uomo di sinistra ha opinioni raffinate sulla politica.

L’uomo di sinistra non la pensa mai esattamente come gli altri – lui ha la sua visione precisa delle cose.

L’uomo di sinistra pensa che le posizioni degli altri uomini di sinistra abbiano sempre qualche difettuccio e non riesce a trovare mai un compromesso pragmatico – quelle loro idee politiche sono o troppo o troppo poco qualcosa (ci si muove spesso lungo l’asse DC-Stalin).

L’uomo di sinistra è tendenzialmente un narciso che attende utopisticamente la venuta di un messia-rappresentante le cui idee professate siano del tutto conformi alle proprie, purissime. Se potesse, l’uomo di sinistra voterebbe solo se stesso – perché lui è colto, ha coscienza civica, ha idee politiche complesse, e nessuno potrà mai capirne quanto lui.

L’uomo di sinistra vota spesso ciò che non votano gli altri uomini di sinistra – per differenziarsi in modo netto da chi ancora non ha esattamente compreso quale sia il pensiero che deve avere un vero uomo di sinistra.

L’uomo di sinistra sbandiera ai quattro venti questa sua differenza rispetto agli altri uomini di sinistra. Che è come sbandierare la propria unicità, la propria personalità, la propria visione esclusiva e accurata eccetera.

Gli uomini di sinistra mettono quindi in piedi cento partiti di sinistra – ma lo fanno sbuffando perché cento sono pochi, ovviamente, non rappresentano ancora tutta la straordinaria complessità di pensiero degli uomini di sinistra.

“O si fa esattamente come dico io o tanto vale che vinca la destra!”, sostiene l’uomo di sinistra magari lasciando il campo aperto a pericolosi razzismi, idiozie antiscientifiche e retoriche nazionalistiche.

“Perlomeno io sono coerente”, si vanta l’uomo di sinistra tutto compiaciuto.

Gli uomini di sinistra perdono le elezioni – sconfitta che imputano sempre agli altri uomini di sinistra, rei di non aver aderito completamente alle proprie geniali idee di veri uomini di vera sinistra.

E gli uomini di destra?

A loro basta pochissimo. Si raccolgono attorno a due/tre concetti chiave (perlopiù minchiate bassoventriste) e le elezioni le vincono.

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Vietato sparare agli usignoli

Il buio oltre la siepe (To kill a mockingbird), di Harper Lee. Il romanzo che, per il suo forte messaggio anti-razzista, Obama vorrebbe fosse letto in ogni scuola americana. Polverosa pietra miliare a cui sono giunto con colpevole ritardo. L’Alabama degli anni ’30, i pregiudizi di paese, l’ipocrisia delle signore benvestite. Fotografia color seppia. Strade rosse, terrose. Tramonti pigri sorseggiando limonata. L’eroe colto e assennato – il padre della piccola ribelle Scout, personaggio che rappresenta il punto di vista della scrittrice stessa -, l’ostinata lotta della ragione contro ignoranza e bigottismo. Un povero cristo da salvare. Le lunghe torride estati dell’infanzia, i giochi, i mostri, le poetiche fughe nella notte. Le prese di coscienza, il capire. Il crescere, l’emergere dell’Io tra imposizioni culturali e corse a perdifiato senza guinzagli. Il consolidarsi di un profondo, indiscutibile, senso di giustizia nella testa di una ragazzina. Il suo progressivo diventare adulta.

Un macigno, nella sua leggerezza stilistica. Un solido, schietto, inno al pensiero razionale. Ma anche, se vogliamo, l’ennesimo straordinario romanzo americano sulla nostalgia dell’infanzia.

E sì, ha ragione l’amico Barack. Se avete figli, fate in modo che Il buio oltre la siepe prima o poi capiti sui loro comodini.

L’onda

Agli inizi degli anni ’70 il professore di psicologia Philip Zimbardo condusse un esperimento, poi passato alla storia delle scienze sociali, in cui si voleva indagare quanto le norme e i ruoli imposti dalla società all’individuo finiscano per condizionare i suoi comportamenti e quanto il fatto di far parte di un gruppo ampio (folla) tenda a portare i soggetti alla deindividuazione e a produrre azioni antisociali e non responsabili. L’esperimento, noto come Esperimento Carcerario di Stanford, fu condotto nel seminterrato dell’Istituto di psicologia dell’Università di Stanford, dove venne ricreato in maniera convincente l’ambiente di un carcere.

Cosa comportava il disegno di ricerca e quale fu il metodo adottato? Cito Wikipedia:

Fra i 75 studenti universitari che risposero a un annuncio apparso su un quotidiano che chiedeva volontari per una ricerca, gli sperimentatori ne scelsero 24, maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti; furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie. I prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, un berretto di plastica, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardare loro negli occhi, erano dotate di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine. Tale abbigliamento poneva entrambi i gruppi in una condizione di deindividuazione.

I risultati furono inaspettati e inquietanti:

Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra essi. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude. A fatica le guardie e il direttore del carcere (lo stesso Zimbardo) riuscirono a contrastare un tentativo di evasione di massa da parte dei detenuti. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva compromesso da seri disturbi emotivi, mentre per contro le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico. A questo punto i ricercatori interruppero l’esperimento suscitando da un lato la soddisfazione dei carcerati, ma dall’altro, un certo disappunto da parte delle guardie.

L’esperimento portò a concludere che, generalmente, in una situazione sociale, un soggetto tende a perseguire quei valori previsti dal ruolo che si è scelto o che gli è stato imposto. Inoltre si notò che, quando si trova a dover agire come membro di un (ampio) gruppo, lo stesso soggetto tende a comportarsi in maniera deresponsabilizzata. E’ il processo di deindividuazione. Secondo Wikipedia:

Il processo di deindividuazione induce una perdita di responsabilità personale, ovvero la ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni, indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, così come quelli che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi. La deindividuazione implica perciò una diminuita consapevolezza di sé, e un’aumentata identificazione e sensitività agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo: l’individuo pensa, in altri termini, che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo.

A questa ricerca – alla quale si sono ispirati diversi film, tra i quali il più famoso è probabilmente The Experimentho pensato ieri sera quando ho visto L’onda, pellicola trasmessa da Rai Movie. Ci ho trovato molte similitudini con l’esperimento di Zimbardo. Si tratta di un film, girato e realizzato in Germania nel 2008, nel quale si racconta la storia di un esperimento condotto in una classe di adolescenti da un professore che intende mostrare ai propri (inizialmente scettici) studenti come sia possibile metter in piedi un regime dittatoriale sulla base di pochi essenziali concetti e regole.

Per risparmiare tempo, mi appoggio ancora a Wikipedia:

Durante la settimana a tema, un insegnante di una scuola superiore tedesca, Reiner Wenger, si trova a dover affrontare il tema dell’autocrazia, benché egli avesse preferito quello dell’anarchia, più vicino ai suoi ideali. Gli studenti, inizialmente annoiati dall’argomento, non credono possibile che una nuova dittatura possa essere instaurata nella moderna Germania, poiché la gente ha imparato dagli errori del passato. L’insegnante decide allora di organizzare un esperimento, in modo tale da dimostrare agli allievi come le masse possano essere facilmente manipolate. L’esperimento coinvolge la classe stessa e ha inizio con la scelta di un leader, il quale viene individuato nell’insegnante, e l’imposizione di alcune regole basilari. Wenger per far sì che la classe cominci ad essere più unita, cambia la disposizione dei banchi, in modo tale che i gruppetti di amici vengano stravolti e gli studenti meno bravi possano trovarsi vicino a quelli più preparati, insegnandosi l’un l’altro e migliorando nel complesso i risultati della classe. Infine, quando gli studenti vogliono dire qualcosa ad alta voce, devono alzarsi in piedi e dare risposte brevi e concise. Wenger mostra inoltre ai suoi studenti come l’effetto di marciare all’unisono possa farli sentire un’unica entità. Il passo successivo all’identificazione del gruppo, è quello di dargli un nome, scelto tra varie proposte degli studenti e selezionato tramite votazione. Viene scelto “L’onda” (“Die Welle”). Viene ideato anche un apposito logo. Ogni studente dovrà poi indossare una sorta di divisa, costituita da camicia bianca e jeans, in modo tale da rimuovere le distinzioni individuali e di classe. Inoltre viene inventato un saluto, ovvero la simulazione, fatta con il braccio destro, di un’onda. Due ragazze, Karo e Mona, non accettano le decisioni del gruppo e abbandonano l’esperimento, disgustate da come la classe abbia abbracciato in modo acritico gli ideali dell’Onda. I ragazzi del gruppo iniziano a diffondere nell’intera città il logo dell’Onda per mezzo di adesivi e bombolette spray, verniciando addirittura le impalcature che nascondono il municipio. Iniziano, inoltre, a tenere feste in cui solo i membri del movimento sono autorizzati a partecipare, osteggiando e discriminando tutti gli altri. Un giovane in particolare, Tim, un ragazzo che sin dall’inizio del film si capisce essere insicuro, sottomesso al più forte e anche psicolabile, inizia a identificarsi in modo ossessivo col gruppo, visto che soltanto al suo interno riesce a sentirsi finalmente accettato. Egli si propone perfino di diventare la guardia del corpo di Wenger.

Nel film – che ho trovato stimolante nonostante diverse palesi estremizzazioni – la situazione finisce per sfuggire di mano al professore e la fede cieca nella potenza e nella missione dell’Onda (vedi esperimento di Zimbardo) porterà a tragiche conseguenze, sulle quali non mi soffermo per non rovinare il finale a chi vorrà guardarlo. La visione è ovviamente consigliatissima: ho sempre la speranza (l’illusione) che questi film e che questi esperimenti (e, perché no, certi romanzi di fantascienza), svelando i meccanismi di formazione del pensiero unico, possano fungere da vaccino contro l’emergere – in situazioni di generale insoddisfazione – di figure autoritarie e regimi totalizzanti. Con me tutto ciò ha sempre funzionato: come George Carlin, anche io diffido dei gruppi con un obiettivo comune. Prima o poi indosseranno dei cappelli. Prima o poi canteranno canzoni di guerra.

Peraltro stamattina, cercando commenti e interpretazioni in rete, ho scoperto che L’onda si basa su esperimento sociale concretamente realizzato negli Stati Uniti (1967) e denominato La terza ondaUn po’ me lo aspettavo.

Una delle ultime scene della pellicola, senza dubbio la più forte in assoluto (spoiler a manetta, guardatela a vostro rischio e pericolo):

“Don’t worry dear, he’ll never find the gun”

Ennesima strage negli States tempestata di pallottole, ennesima discussione sul controllo delle armi. E, ancora, inevitabile, l’eterno ritorno dei moralistoni dell’ultim’ora che, punti sul vivo, ricordano al mondo che non è questo il momento, rispettiamo il dolore delle famiglie dei piccoli, e così via. Non è questo il momento, e non lo sarà neanche alla prossima carneficina, ovviamente. E nemmeno a quella dopo. Non sarà mai il momento.

La Richard Dawkins Foundation for Reason and Science (official), che da anni porta avanti la propria battaglia contro la circolazione libera delle armi, risponde alle critiche giunte in questi ultimi giorni:

Is opposition to gun control a religion? Read TEN arguments (based on reason and evidence?) offered against gun control since yesterday’s mass slaughter:

1) Prohibition of alcohol didn’t work — avoiding the fact, based on strong evidence, that restricting guns DOES work in country after country.

2) Cars (used for transportation) are dangerous — therefore there should be unlimited access to machines, the only purpose of which is killing. (This is like saying, since car transport is dangerous, we should allow cigarettes in closed spaces. Huh?)

3) The Oklahoma City bombers didn’t use guns. In other words, “Because handfuls of people sometimes commit terrorist acts, acts that take long-term planning, we want to make sure it’s legal to shower America with guns so that spontanous acts of violence are common and the killing can be done with great efficiency on the spur of the moment.”

4) “a well-regulated militia” means making sure any random person can get semi-automatic weapons.

5) A nut in China injured school children with a knife, therefore in America we want to make sure a similar person can kill — not injure — kill — and kill easily and, if they choose, kill in large numbers, on the spur of the moment, whenever someone flies into a jealous rage or psychotic state.

6) It’s about insanity not guns — this argument is apparently based on the hypothesis that Americans are a lot more insane than the British, Australians, French and the people of many other developed countries where guns are restricted and far fewer people die from guns.

7) Teachers and (some have actually said this!) children should have guns in school — despite the fact that the Connecticut killer’s mother apparently owned the semi-automatics that the killer used to kill…his own mother and so many children — and — the mother worked at the school where the killing occured.

8) Dictators from an earlier time used gun control, therefore the success of gun control in modern democracies should be ignored.

9) Mike Huckabee says it’s because we don’t have prayer in school which is as intellectually strong as arguments 1 through 8.

10) Finally the classic: it is disrespectful to the children who died to discuss methods of preventing similar killings. (Huh?).

Where are the arguments based on logic and reason that address the success of gun laws in major democracies like Germany, France, Spain and Australia? Or is religious gun worship enough until the next time a mass murder occurs. Meanwhile, every week, individuals are killed in some jealous rage in far greater numbers than in other industrialized societies — with the use of machines designed for the efficient and spontaneous killing of humans. If there are non-religious arguments, evidence-based arguments, against gun control, please offer the evidence. That is fair game, but emotional rants and straw men are not reason and science. — Sean Faircloth, Dir. of Strategy & Policy.

Personalmente non ho voglia di portare avanti – ci mancherebbe – la mia crociata. Del resto, mi pare evidente e logico da che parte stia il buon senso e da che parte si trovi, invece, l’ottusità – socialmente radicata e tramandata di generazione in generazione. L’arma è tradizione: guai, grossi guai a chi intende metterla in discussione. Ho poco da aggiungere, se non altre ovvietà.

Potrei dire la mia, d’altra parte, citando qualcuno: Personally, I lose all erotic inclination when the woman’s a member of the National Rifle Association. Si fa per sdrammatizzare. O forse no.

Mi piacciono molte cose degli Stati Uniti, e non ho neanche voglia né motivo per partire con una filippica antiamericana che, in ultima analisi, sarebbe solo una delle tante. Però è doveroso sottolineare come gli States rappresentino anche un’immensa e sottovalutata collezione di casi umani. Avete presente quei tipi in cui correlano, tutti assieme, fattori come nazionalismo, razzismo, machismo, omofobia, bigottismo, maschilismo, xenofobia, viscerale passione per tutto ciò che riguarda le guerre e le armi e malsana, marcia (selettiva) adorazione per alcuni passi della Bibbia? Be’, l’America è quella dei Queensryche e di Carl Sagan, ma è innegabile che sia anche pregna di frustrati di tal genere.

Quando penso a questi, non ci posso far nulla, a me viene subito a mente la faccia da ragazzone non tanto sveglio di Ted Nugent, il tipo che al pub imbarazza gli amici blaterando ad alta voce su come funzionerebbe il mondo se le gente desse retta a quelli come lui. Mi viene a mente il suo cappello da cowboy – ehi, Ted, sappiamo che sei il più duro dei duri. Pino Scotto meets Borghezio. Mi viene a mente il suo voler fare bum bum a destra e a manca. Il suo implicito credo – mi chiedo se sia una patologia – che il mondo reale sia – né più né meno – tale e quale ad un film di Schwarzenegger.  La perfetta sintesi dell’idiozia, sic et simpliciter. Non per niente – guarda caso – il vecchio trombone Ted sembra anche essere un idolo dalle parti di Storm Front. Great minds think alike.

Arretratezza culturale, si diceva. Tutto qui. Sarà dura affrontare qualsiasi discorso sul controllo delle armi finché il pensiero retrogrado di gente come questa verrà ancora preso in considerazione.

Qualche assaggio:

More guns equals less crime. Period.

Ted Nugent, CNN

Anybody that wants to make me unarmed and helpless, people that want to literally create the proven places where more innocents are killed called gun-free zones, we’re going to beat you. We’re going to vote you out of office or suck on my machine gun.

Ted Nugent, CNN

If Barack Obama becomes the president in November, again, I will be either be dead or in jail by this time next year.

Ted Nugent, NRA Convention

Those people hate me because I am — and I don’t mean to brag — I am the No. 1 voice on planet Earth to effectively promote Second Amendment rights.

Ted Nugent

…Yeah they love me (in Japan) – they’re still assholes. These people they don’t know what life is.  I don’t have a following, they need me; they don’t like me they need me…  Foreigners are assholes; foreigners are scum; I don’t like ‘em; I don’t want ‘em in this country; I don’t want ‘em selling me doughnuts; I don’t want ‘em pumpin’ my gas; I don’t want ‘em downwind of my life-OK?  So anyhow-and I’m dead serious…”

(WRIF-FM, Detroit, Ted Nugent as guest D.J.,  November 19, 1992)

She’s coming from the street, she’s coming from the we-the-people rank-and-file. She makes sense when she talks, she says all the right things, she’s sincere, she’s knowledgeable, she’s articulate, she’s damn good-looking, plus she kills moose. How can you go wrong?

Ted Nugent on Sarah Palin

“My being there (South Africa) isn’t going to affect any political structure.  Besides, apartheid isn’t that cut-and-dry.  All men are not created equal.”

Ted Nugent, Detroit Free Press Magazine, July 15, 1990

“The preponderance of South Africa is a different breed of man…They still put bones in their noses, they still walk around naked, they wipe their butts with their hands. And when I kill an antelope for ‘em, their preference is the gut pile. That’s what they fucking want to eat, the intestines. These are different people. You give them toothpaste, they fucking eat it.”

Ted Nugent, Detroit Free Press Magazine, July 15, 1990

(About Haiti) “We should put razor wire around our borders and give the finger to any piece of shit who wants to come here.”

Ted Nugent, Westword Newspaper, Denver, Colorado, July 27, 1994

“…First thing I slayed…I was nine years old.  It was a squirrel, these ladies were feeding it, you know, and I said, ‘excuse me, bam.’  No it wasn’t a pet squirrel.  I had it stuffed and petted it for years after that.”

Ted Nugent, WRIF-FM, Detroit, Ted Nugent as guest D.J.