Vietato sparare agli usignoli

Il buio oltre la siepe (To kill a mockingbird), di Harper Lee. Il romanzo che, per il suo forte messaggio anti-razzista, Obama vorrebbe fosse letto in ogni scuola americana. Polverosa pietra miliare a cui sono giunto con colpevole ritardo. L’Alabama degli anni ’30, i pregiudizi di paese, l’ipocrisia delle signore benvestite. Fotografia color seppia. Strade rosse, terrose. Tramonti pigri sorseggiando limonata. L’eroe colto e assennato – il padre della piccola ribelle Scout, personaggio che rappresenta il punto di vista della scrittrice stessa -, l’ostinata lotta della ragione contro ignoranza e bigottismo. Un povero cristo da salvare. Le lunghe torride estati dell’infanzia, i giochi, i mostri, le poetiche fughe nella notte. Le prese di coscienza, il capire. Il crescere, l’emergere dell’Io tra imposizioni culturali e corse a perdifiato senza guinzagli. Il consolidarsi di un profondo, indiscutibile, senso di giustizia nella testa di una ragazzina. Il suo progressivo diventare adulta.

Un macigno, nella sua leggerezza stilistica. Un solido, schietto, inno al pensiero razionale. Ma anche, se vogliamo, l’ennesimo straordinario romanzo americano sulla nostalgia dell’infanzia.

E sì, ha ragione l’amico Barack. Se avete figli, fate in modo che Il buio oltre la siepe prima o poi capiti sui loro comodini.

L’onda

Agli inizi degli anni ’70 il professore di psicologia Philip Zimbardo condusse un esperimento, poi passato alla storia delle scienze sociali, in cui si voleva indagare quanto le norme e i ruoli imposti dalla società all’individuo finiscano per condizionare i suoi comportamenti e quanto il fatto di far parte di un gruppo ampio (folla) tenda a portare i soggetti alla deindividuazione e a produrre azioni antisociali e non responsabili. L’esperimento, noto come Esperimento Carcerario di Stanford, fu condotto nel seminterrato dell’Istituto di psicologia dell’Università di Stanford, dove venne ricreato in maniera convincente l’ambiente di un carcere.

Cosa comportava il disegno di ricerca e quale fu il metodo adottato? Cito Wikipedia:

Fra i 75 studenti universitari che risposero a un annuncio apparso su un quotidiano che chiedeva volontari per una ricerca, gli sperimentatori ne scelsero 24, maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti; furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie. I prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, un berretto di plastica, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardare loro negli occhi, erano dotate di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine. Tale abbigliamento poneva entrambi i gruppi in una condizione di deindividuazione.

I risultati furono inaspettati e inquietanti:

Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra essi. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude. A fatica le guardie e il direttore del carcere (lo stesso Zimbardo) riuscirono a contrastare un tentativo di evasione di massa da parte dei detenuti. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva compromesso da seri disturbi emotivi, mentre per contro le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico. A questo punto i ricercatori interruppero l’esperimento suscitando da un lato la soddisfazione dei carcerati, ma dall’altro, un certo disappunto da parte delle guardie.

L’esperimento portò a concludere che, generalmente, in una situazione sociale, un soggetto tende a perseguire quei valori previsti dal ruolo che si è scelto o che gli è stato imposto. Inoltre si notò che, quando si trova a dover agire come membro di un (ampio) gruppo, lo stesso soggetto tende a comportarsi in maniera deresponsabilizzata. E’ il processo di deindividuazione. Secondo Wikipedia:

Il processo di deindividuazione induce una perdita di responsabilità personale, ovvero la ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni, indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, così come quelli che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi. La deindividuazione implica perciò una diminuita consapevolezza di sé, e un’aumentata identificazione e sensitività agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo: l’individuo pensa, in altri termini, che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo.

A questa ricerca – alla quale si sono ispirati diversi film, tra i quali il più famoso è probabilmente The Experimentho pensato ieri sera quando ho visto L’onda, pellicola trasmessa da Rai Movie. Ci ho trovato molte similitudini con l’esperimento di Zimbardo. Si tratta di un film, girato e realizzato in Germania nel 2008, nel quale si racconta la storia di un esperimento condotto in una classe di adolescenti da un professore che intende mostrare ai propri (inizialmente scettici) studenti come sia possibile metter in piedi un regime dittatoriale sulla base di pochi essenziali concetti e regole.

Per risparmiare tempo, mi appoggio ancora a Wikipedia:

Durante la settimana a tema, un insegnante di una scuola superiore tedesca, Reiner Wenger, si trova a dover affrontare il tema dell’autocrazia, benché egli avesse preferito quello dell’anarchia, più vicino ai suoi ideali. Gli studenti, inizialmente annoiati dall’argomento, non credono possibile che una nuova dittatura possa essere instaurata nella moderna Germania, poiché la gente ha imparato dagli errori del passato. L’insegnante decide allora di organizzare un esperimento, in modo tale da dimostrare agli allievi come le masse possano essere facilmente manipolate. L’esperimento coinvolge la classe stessa e ha inizio con la scelta di un leader, il quale viene individuato nell’insegnante, e l’imposizione di alcune regole basilari. Wenger per far sì che la classe cominci ad essere più unita, cambia la disposizione dei banchi, in modo tale che i gruppetti di amici vengano stravolti e gli studenti meno bravi possano trovarsi vicino a quelli più preparati, insegnandosi l’un l’altro e migliorando nel complesso i risultati della classe. Infine, quando gli studenti vogliono dire qualcosa ad alta voce, devono alzarsi in piedi e dare risposte brevi e concise. Wenger mostra inoltre ai suoi studenti come l’effetto di marciare all’unisono possa farli sentire un’unica entità. Il passo successivo all’identificazione del gruppo, è quello di dargli un nome, scelto tra varie proposte degli studenti e selezionato tramite votazione. Viene scelto “L’onda” (“Die Welle”). Viene ideato anche un apposito logo. Ogni studente dovrà poi indossare una sorta di divisa, costituita da camicia bianca e jeans, in modo tale da rimuovere le distinzioni individuali e di classe. Inoltre viene inventato un saluto, ovvero la simulazione, fatta con il braccio destro, di un’onda. Due ragazze, Karo e Mona, non accettano le decisioni del gruppo e abbandonano l’esperimento, disgustate da come la classe abbia abbracciato in modo acritico gli ideali dell’Onda. I ragazzi del gruppo iniziano a diffondere nell’intera città il logo dell’Onda per mezzo di adesivi e bombolette spray, verniciando addirittura le impalcature che nascondono il municipio. Iniziano, inoltre, a tenere feste in cui solo i membri del movimento sono autorizzati a partecipare, osteggiando e discriminando tutti gli altri. Un giovane in particolare, Tim, un ragazzo che sin dall’inizio del film si capisce essere insicuro, sottomesso al più forte e anche psicolabile, inizia a identificarsi in modo ossessivo col gruppo, visto che soltanto al suo interno riesce a sentirsi finalmente accettato. Egli si propone perfino di diventare la guardia del corpo di Wenger.

Nel film – che ho trovato stimolante nonostante diverse palesi estremizzazioni – la situazione finisce per sfuggire di mano al professore e la fede cieca nella potenza e nella missione dell’Onda (vedi esperimento di Zimbardo) porterà a tragiche conseguenze, sulle quali non mi soffermo per non rovinare il finale a chi vorrà guardarlo. La visione è ovviamente consigliatissima: ho sempre la speranza (l’illusione) che questi film e che questi esperimenti (e, perché no, certi romanzi di fantascienza), svelando i meccanismi di formazione del pensiero unico, possano fungere da vaccino contro l’emergere – in situazioni di generale insoddisfazione – di figure autoritarie e regimi totalizzanti. Con me tutto ciò ha sempre funzionato: come George Carlin, anche io diffido dei gruppi con un obiettivo comune. Prima o poi indosseranno dei cappelli. Prima o poi canteranno canzoni di guerra.

Peraltro stamattina, cercando commenti e interpretazioni in rete, ho scoperto che L’onda si basa su esperimento sociale concretamente realizzato negli Stati Uniti (1967) e denominato La terza ondaUn po’ me lo aspettavo.

Una delle ultime scene della pellicola, senza dubbio la più forte in assoluto (spoiler a manetta, guardatela a vostro rischio e pericolo):