Il sospetto, di Thomas Vinterberg

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I bambini dicono sempre la verità. Affermazione che forse avrebbe una sua ragion d’essere, questa, se non fosse che i bambini hanno come gli adulti – ma ancora più indifeso – un cervello soggetto a bias cognitivi d’ogni genere che stabilisce un’ineluttabile discrasia tra la realtà oggettiva e la rappresentazione mentale della stessa.

I bambini dicono sempre la loro verità: ecco, questa suona più ragionevole. Basta tener conto che la loro verità è automanipolata (e spesso anche etero-) e che non deve esser mai presa aprioristicamente per buona. Perché il bambino è un essere umano. E gli esseri umani non si fanno fotografie della realtà. Ne elaborano distorte versioni.

Di questo sostanzialmente parla Il sospetto, film danese uscito una manciata di anni fa la cui trama è (Wikipedia):

Lucas è un papà separato che, mentre cerca di difendere il figlio da una madre alienante, trova conforto nel suo lavoro di bidello di asilo. Ammirato e benvoluto, vive da solo col suo cane Fanny, ha un gruppo di amici al quale è molto affezionato ed a lavoro è il più adorato dai bambini. Nel corso del film, Lucas si troverà ripetutamente a doversi prendere cura della bambina Klara, figlia del suo migliore amico Theo, il quale spesso non le dedica le dovute attenzioni. Quando, però, Lucas riceve un regalo da parte di Klara e la rimprovera, la bambina ne è risentita e comincia a parlare con la direttrice, accusando Lucas di atti di pedofilia.

Regia sobria & funzionale, attori di qualità (il protagonista, ma anche la bambina), atmosfere nordiche e nevose, qualche colpo di scena ben valorizzato, un sottotesto simbolico interessante – disvelato nei fotogrammi finali, l’edificazione verosimile di una comunità isolata, compatta e ignorante – il paese è una sorta di belligerante organismo che fa di tutto per debellare un’infezione. Eccetera. Il film è buonissimo per tutto questo, per come sa mantenere sempre viva la tensione, per come sa trasmettere la sensazione che Lucas sia stato infilato in un labirinto da cui non riuscirà più a uscire.

Tuttavia è soprattutto la fedeltà psicologica a rendere questo lavoro speciale e da vedere.

E’ speciale e profondamente vero il modo in cui Klara – facendo una maldestra e pericolosa sintesi di elementi eterogenei capitati tutti assieme nella sua testa in un momento di informe frustrazione – produce la frase che lancia i primi sospetti verso l’operato di Lucas. Ed è profondamente vera la scena nella quale l’uomo pseudo-professionale chiamato a parlare con la bambina per accertarsi che dica (eccoci) la verità vera finisce invece per infilare nelle meningi dell’infante una verità posticcia che altro non è che un mero prodotto dell’atteggiamento pregiudiziale dell’uomo stesso – in cuor suo lui ha già deciso, deve solo ottenere conferme. Con un comportamento che si situa nel limbo tra il cosciente e l’incosciente l’uomo-dialogatore  finisce così per manipolare la mente della bambina affinché lei gli fornisca le prove a sostegno della propria tesi: Lucas è colpevole.

E’ anche interessante come sia una strada senza uscita, e come certa sorpassata psicologia – qui incarnata da questo omaccione dall’atteggiamento bonario e terribile – non mostri mai il fianco per esser smentita dai fatti. Lo sosteneva peraltro Popper. Se la bambina dice o meglio insinua di aver visto il pisello di Lucas, chi ha già deciso che Lucas è un pervertito prenderà queste parole come prove del fatto che l’abuso è effettivamente successo. Se la bambina – come fa spesso e volentieri – ritratta e racconta invece di aver detto delle cose stupide o che non ricorda cosa sia successo, questo ritrarsi verrà letto come meccanismo di difesa in senso freudiano: cioè: la bambina ha certamente visto e provato qualcosa di orribile e cerca di negarlo, di prenderne le distanze, di dissociarsi eccetera. Non se ne esce (1). Sembra che la piccola non possa più dire qualcosa che scagioni Lucas, sembra che la teoria Klara-sa-di-esser-stata-molestata non possa essere mai falsificata. Ogni titubanza, ogni parola vaga e incoerente – Klara adesso sta sopportando delle pressioni incredibili, le pressioni di un paese intero – viene interpretata solo in un certo modo (bias della conferma). Ancora: Lucas è colpevole.

E’ il trionfo della fallacia. A corollario di tutto sorge il sospetto che Lucas all’asilo possa aver molestato qualcun altro. I genitori degli altri bambini, logicamente preoccupati, vengono istruiti a notare se i loro figli abbiano cominciato a comportarsi nell’ultimo periodo in maniera anomala. Ci sarebbero dei sintomi ben specifici da individuare. E ovviamente salta fuori che le cose stanno davvero così. Si accorgono (si convincono di accorgersi) che i loro pargoli sono un po’ cambiati. Non dormono. Piangono. Non mangiano. Pazzesco. E i bambini? Cosa dicono i bambini? Be’: vivono una condizione di improvvisa pressione, sono cervelli confusi nelle mani tendenziose degli adulti. Quando interpellati forniscono le risposte – ovviamente ancora vaghe e manipolate dall’interlocutore adulto – che si vuole forniscano. Non deve sorprendere: emerge che quasi tutti hanno subito abusi. (2)

Il film – che è anche una bella storia d’amicizia: Lucas e il padre di Klara sono amici di lunga data, il che va da sé complica ancor di più la situazione – risolve il tutto in maniera elegante, intelligente e coerente. Non si può dire di più, se non che merita davvero d’esser visto. Tra le altre cose sta lì a ricordarci perché è importante essere consapevoli del modo in cui ci formiamo le nostre opinioni sul mondo.

(1) Viene a mente il vecchio sketch di Bill Hicks sul marketing. O l’invulnerabilità alle critiche e all’ironia che David Wallace (vedi saggio: E Unibus Pluram, ma non solo lì) osserva nel famelico fenomeno televisione. L’apparato è così pervasivo e radicato che non solo ingloba le contraddizioni e le debolezze, ma le trasforma in punti di forza.

(2) Funziona così anche quando intere comunità sostengono di aver visto alieni o madonne, o quando genitori disperati affermano di aver notato impercettibili miglioramenti nel figlio gravemente malato dopo che hanno somministrato loro robaccia tipo Stamina.

Balotelli, razzismi, vittimismi e (non)libero volere

Photo Credit: Shutterstock.com/ollyy

Tempo di mondiali. Parliamo di calcio. O meglio: sfruttiamo il calcio per parlare di altro. Liquidiamo dunque subito l’aspetto tecnico. Da persona piuttosto competente in materia (credo), in linea con tutti gli allenatori che lo hanno allenato, ho sempre visto in Mario Balotelli, il bizzoso centravanti della Nazionale italiana di calcio, un grande talento e delle qualità fisico-tecniche notevoli ma largamente inespresse. Sulla scia di quanto aveva fatto negli anni passati con la maglia azzurra, pensavo e speravo che avrebbe giocato un buon mondiale. E invece ha sbagliato, assieme a molti compagni, almeno due partite su tre: e in competizioni del genere, toppare un paio di gare – se non, a volte, una sola – significa tornare a casa. E così è stato. Delusione totale. Offese. Ortaggi. E tutti gli italiani CT a ricordare che con la loro formazione avremmo vinto tutto e di più. Scene già viste.

La retorica vorrebbe che nello sport, come si dice, si vince e si perde. E quando si perde si può riflettere sugli errori tecnici commessi, si fanno i bilanci, si possono rimettere in discussione alcune scelte, eccetera. Giusto così.

Quello che è assurdo e ingiustificabile è invece l’accanirsi verso un singolo giocatore. E’ successo in passato, certo, verso calciatori che avevano fallito in una competizione con la Nazionale e che vestivano la maglia di certi club, nei soliti pallosi campanilismi tutti italici. Ma in questo caso mi pare che la bava alla bocca degli italiani – e la malcelata soddisfazione per l’eliminazione le insufficienti prove di Balotelli – abbia superato abbondantemente la soglia.

Il motivo è così semplice, così lineare, che spesso paradossalmente tendiamo a non tenerlo nella giusta considerazione o a ritenerla demagogia da quattro soldi. Balotelli è un italiano nero. In più, oddio, famoso. E questo – leggete i commenti alle notizie relative alla Nazionale uscite in questi giorni per farvene un’idea – non è accettato più o meno esplicitamente – stiamo bassi – da almeno il 50% della popolazione. Si possono fare mille discorsi da bar. Sul suo uso di Twitter (come usano tutti), sui soldi, sul caratteraccio. Moralismi vari. Di tutto e di più. Eppure il succo del discorso – il vero capo d’imputazione nei suoi confronti – è un altro: lo confermano in maniera indiretta quelli che, credendo di non lanciarsi in un ragionamento di tipo razzista, ci ricordano di continuo che se fosse bianco non sarebbe in Nazionale. Insomma: la Federazione Italiana Gioco Calcio fa, secondo loro, la carità al povero negro. 

Ora, Balotelli ha effettivamente un carattere decisamente insopportabile. Così appare, mediato dalle telecamere. E’ supponente e, soprattutto, vittimista. O meglio: è vittimista e dunque supponente. Crede che tutto il mondo sia contro di lui e, dunque, lo sfida di continuo. Ce l’avete con me? Credete di potermi buttar giù? E io (come un bambino, ndG) mi tingo i capelli di giallo: del vostro pensiero me ne frego, non mi sfiora, io vado avanti per la mia strada. 

Leggere – tra gli altri – Sam Harris ti aiuta a ponderare certe questioni col necessario distacco. A risparmiare bava. Ad essere, se vogliamo, serenamente fatalista. E a capire che se un carattere è tale, lo è per tutta una serie di concause che si trovano a monte e che sono spesso se non sempre al di fuori del nostro controllo. Che non è giustificare l’ingiustificabile, come si direbbe banalmente al Bar dello Sport. Non è trovare scuse. Ma è l’unico modo serio di guardare alla questione – e qui chiaramente si va oltre il semplice affare-Balotelli.

La storia del centravanti della Nazionale è la seguente (mi fido di wikipedia). Balotelli non solo è stato abbandonato – come dice lui – dai suoi familiari biologici ghanesi (immigrati poveri e forse – non ne so abbastanza – non colpevoli di nulla, ma si può immagire cosa significhi la cosa per un bambino) in tenerissima età, per essere affidato ad una famiglia di origine italiana, non solo ha dovuto trascorrere i primi tre anni della sua vita passando da un ospedale all’altro perché venissero curati i suoi problemi all’intestino, non solo ha dovuto crescere – è nato nel ’90 – nella Padania più estrema e intollerante (erano gli esordi celtici della Lega Nord), non solo ha dovuto aspettare i 18 anni per essere riconosciuto ufficialmente come italiano – e posso garantire che questo conta tantissimo per un bambino (1)… Oltre a tutto questo, Balotelli è, ad oggi, l’unico italiano nero famoso. Cosa che a molti, anche tanti che non lo ammetteranno mai, non va giù.

Possiamo solo immaginare tutto ciò che un ragazzo del genere – probabilmente il primo bambino nero nel suo paesino bresciano (2) – possa aver passato. Aneddoti, offese, battutine, emarginazioni, autoemarginazioni. Letture distorte di situazioni sociali. Possiamo solo intuire come certe vicissitudini, che vanno a modellare una personalità per certi versi fin dall’inizio fragile (sull’importanza delle cure parentali per il bambino nei primissimi giorni post-nascita e sul legame che esse hanno col modo in cui l’adulto tollererà lo stress si vedano per esempio gli ultimi capitoli di Psicobiologia dello sviluppo di Berardi e Pizzorusso), possano aver inciso in maniera perentoria sul suo carattere.

Balotelli è certamente vittimista (3). E’ evidente. E lo è, non potrebbe essere altrimenti, per tutto quello che c’è a monte – che non è dipeso da lui. E lo è perché – lo vediamo in questi giorni – l’Italia era ed è ancora un paese più o meno tacitamente razzista. E più lui farà il vittimista, più l’Italia – non tutta, chiaramente – manifesterà il suo disprezzo per il famoso ragazzo nero italiano. E come replicherà, lui? Facendo ancor di più la vittima: perché, probabilmente, la condizione di lui-contro-tutti è quella in cui si è trovato più spesso nei suoi 24 anni di vita. E quella in cui si trova più a suo agio. Ed è quella che, forse, non gli permetterà di esprimere al 100% le sue potenzialità tecniche.

Perché non decide di uscire da questo circolo vizioso, che peraltro gli impedisce di diventare davvero un numero uno? Perché non capisce che se continua con quest’atteggiamento continua a fare il gioco degli italiani razzisti, che non aspettano altro per dimostrare che il nero è incivile e non si può integrare col bianco? Tutte belle domande. Che presuppongono, ingenuamente, che la volontà sia un qualcosa di astratto libero, e non semplicemente parte di un cervello formatosi in anni di incontrollabili e talvolta traumatiche interazioni con l’ambiente. E invece, come diceva Hofstadter in Anelli nell’Io, il libero volere non solo non esiste, ma è un’assurdità concettuale. Il volere è, infatti, necessariamente vincolato a ciò che siamo noi. Collezioni di esperienze (stimoli) e ricordi che di volta in volta ci indicano, loro, verso che direzione compiere il passo successivo. E, per quanto ci piaccia pensarla in maniera diversa, “noi” possiamo solo stare alla finestra e adeguarci. Come romanzi che qualcun altro scrive al posto nostro. Come direbbe il già citato Sam Harris: you’re not controlling the storm. You are the storm.

La verità, per concludere, è che il fardello di essere il primo italiano nero famoso è probabilmente troppo pesante per le spalle di questo ragazzo. Ma lo sarebbe stato per chiunque altro fosse passato attraverso le medesime vicissitudini. E’ uno che ha successo, è ricco, ha belle donne, non dovrebbe lamentarsi, dice Pippo Gualtiero Giubbolini al bar all’angolo, tra uno spritz e l’altro. Ma la notorietà, in questo caso, ha i suoi pro e i suoi contro. E lui – inconsapevolmente – sta portando avanti una battaglia che agevolerà il compito di quelli che verranno dopo (4). Probabilmente, date tutte le condizioni, non può farlo meglio di così. Con gli eccessi, con i vittimismi bambineschi. Con le repliche stizzite – è successo giusto ieri – verso gli italiani che non lo considerano un vero italiano. Ed è comunque interessante come la sua risposta inopportuna ad un singolo razzista – un minus habens che aveva postato un video in cui dopo il fallimento mondiale gli ricordava la sua non italianità – venga trasformata da certa stampa in una sorta di diretto attacco alla dignità – qualunque cosa voglia dire – della Nazione. Il ragazzo famoso nero e viziato offende agl’itagliani. Cinque minuti d’odio aggiuntivi per lui.

(1) Ricorderò sempre l’entusiasmo con cui un bambino di origine albanese che allenavo venne a riferirmi che a scuola il sindaco lo aveva proclamato (non ufficialmente – non è legale fino ai 18 anni – ma non pareva non importargli) italiano, annullando in un colpo solo la distanza che lui percepiva – e che gli veniva fatta percepire – dagli altri bambini.

(2) Chiaramente non insinuo che tutti gli abitanti del suo paese siano razzisti. Anzi. Peraltro il suo legame con la famiglia a cui è stato affidato sembra saldissimo.

(3) Non fa statistica, ovviamente, né ha validità scientifica, ma tra le persone che conosco noto una certa correlazione tra problematiche infantili legate alle relazioni con i genitori e atteggiamento vittimista e pseudoparanoide da adulti.

(4) Non è un caso che diversi bambini di origine africana che conosco – come istruttore di calcio – facciano un tifo addirittura parossistico per lui. Non è questione di semplice fratellanza cromoepidermica: è il rendersi conto, implicitamente, che se viene accettato lui vengono accettati anche loro. Lui è il loro ariete: si prende soldi e notorietà, ma anche i colpi più dolorosi.

Discorsi sull’intelligenza

Sto leggendo I miti del nostro tempo di Umberto Galimberti. Lettura non banale. Nel capitolo che riguarda il mito dell’intelligenza, in particolare, ho trovato almeno un paio di paragrafi che mi son piaciuti parecchio. Il primo, La mimetizzazione dell’intelligenza, riguarda il concetto di intelligenza come capacità dell’intelligenza stessa di manifestarsi pubblicamente o meno a seconda di ciò che viene richiesto da una certa situazione sociale (questa di Galimberti è un’idea che ho maturato da anni: interessanti le connessioni che lui produce tra tale concetto e le caratteristiche della personalità narcisistica). Il secondo accenna al rapporto tra giustizia e tutto ciò che sappiamo e scopriamo, anno dopo anno, sul funzionamento dello psiche, con gli strumenti del diritto che sono sempre più grossolani quando si trovano a maneggiare i più radicali progressi scientifici.

Incollo qui alcune parti, quelle che ritengo più significative, tratte dai due paragrafi:

2. La mimetizzazione dell’intelligenza
Se siamo tutti intelligenti, ognuno a suo modo, sarà tendenza di ciascuno mostrare, ogni volta che se ne presenta l’occasione, la specificità della propria intelligenza. Il risultato di solito è: o la mortificazione di quanti sono costretti ad assistere all’esibizione dell’altrui abilità mentale, o l’invidia che, opportunamente mascherata, trova sfogo nella maldicenza intorno ad altri aspetti della personalità di chi fa sfoggio della propria intelligenza, o infine il disinteresse per ciò che la persona intelligente va dicendo, creando un vuoto intorno al suo discorso che ricade su se stesso senza i riscontri attesi. A parità di capacità intellettuali è allora più intelligente non tanto chi eccelle in una determinata abilità mentale, ma chi è in grado di percepire in anticipo l’effetto che un’eventuale esibizione di intelligenza può produrre in chi ascolta. E siccome l’effetto è quasi sempre deprimente, più intelligente sarà chi è capace di mimetizzare la propria intelligenza. “Mimetizzazione” è una parola solitamente impiegata a proposito di quegli animali che sanno confondersi con l’ambiente in modo da non essere individuati da possibili aggressori, così come “mimetico” si chiama l’abbigliamento che in battaglia indossano i militari, sempre allo scopo di non essere individuati e quindi di poter sorprendere il nemico a sua insaputa. Mimetizzare la propria intelligenza significa allora saperne modulare l’espressione a seconda del contesto in cui ci si trova, percependo in anticipo il livello di comprensione di coloro che ci ascoltano e le possibili reazioni che l’intervento può produrre. Questa capacità anticipatoria, che evita le reazioni negative, è tipica di quelle intelligenze non narcisistiche, capaci di “mettersi nei panni degli altri” e calibrare perfettamente come un certo discorso, per intelligente che sia, può essere percepito dall’altro e davvero compreso.

Gli antichi filosofi, a differenza dei sapienti che ritenevano di possedere la verità, sapevano che un conto è la verità, un conto è la comprensione della verità. E alla comprensione della verità hanno dedicato la loro massima cura, istituendo, a partire da Socrate, le scuole, persuasi com’erano che una verità non compresa non serve a niente. A condizionare la comprensione non sono solo fattori culturali, ma soprattutto ed eminentemente fattori emotivi, per cui, ad esempio, se una classe di studenti si sente amata dal suo professore l’apprendimento sarà facilitato, se un messaggio viene veicolato da un testimonial apprezzato dal pubblico, sarà più facilmente recepito.

Ciò significa che un’intelligenza che si accompagna a una competenza emotiva sa che cosa, di quanto esprime, può essere recepito o rifiutato. E, se le interessa che il messaggio passi, questa intelligenza sa anche rinunciare a dire tutto quello di cui è competente, per limitarsi a enunciare solo ciò che può essere compreso. Riduce quindi le sue possibilità enunciative a favore della trasmissibilità dei messaggi. In una parola, mimetizza la sua intelligenza a misura della recettività di chi ascolta, per favorire l’acquisizione delle informazioni.

La mimetizzazione dell’intelligenza è quindi una grande virtù: la virtù degli insegnanti che non sfoggiano tutto il loro sapere, ma solo quello che può essere recepito e nelle forme in cui può essere recepito; la virtù degli psicoanalisti che, pur individuando dopo due sedute di che cosa soffre il paziente, attendono molte sedute affinché il paziente pervenga da sé alla sua verità; la virtù dei genitori che, pur avendo presenti le capacità che i figli potrebbero tradurre in professioni, attendono che i figli le riconoscano da soli, sorreggendo i loro percorsi con piccoli accenni quando i figli sono nella condizione di recepirli; la virtù dei politici che hanno il polso del paese reale e non solo degli obiettivi che vogliono perseguire, indipendentemente dal consenso o dal dissenso opportunamente valutato; ma direi anche la virtù delle veline, alcune delle quali hanno senz’altro significative capacità intellettuali, che però, dato il contesto, non è il caso di esibire in un concorso di bellezza, dove l’attenzione è tutta concentrata sulle misure e le forme del corpo.

La mimetizzazione dell’intelligenza è la virtù delle persone veramente intelligenti, che sanno coniugare la verità con la comprensione della verità, per la quale sono disposti a rinunciare all’esibizione di sé per la cura dell’altro e la comprensione delle modalità con cui l’altro può capire quanto si va dicendo. All’intelligenza che sa mimetizzarsi compete quella virtù che possiamo chiamare altruismo, qui inteso non come “buonismo”, ma come percezione di ciò che è altro da me, perché consapevole che gli altri, con le loro obiezioni anche grossolane, possono costituire uno stimolo a un ulteriore ricercare e intendere e trovare.

Dimensioni, queste, tutte impedite alle intelligenze narcisistiche che, non percependo nulla dell’altro, del suo livello di comprensione e del valore delle sue obiezioni (che i narcisisti scambiano per attacchi), irrigidiscono la loro intelligenza, facendola diventare sempre più dogmatica, e alla fine arida e fossilizzata, perché non dialogica e non recettiva di quanto gli altri e il mondo hanno ancora da insegnare.

[…]

4. La capacità di “intendere e volere”
Che rapporto c’è tra intelligenza e follia? Come spiegare la lucidità mentale con cui si difendono i colpevoli e gli indiziati di orrendi delitti che così di frequente ricorrono nelle cronache quotidiane? Mi riferisco a quelle storie truci che raccontano, in forma drammatica e crudele, quel che può contorcere l’animo umano, fino a spingerlo a compiere azioni a tal punto aberranti da rasentare l’incredibile. Si tratta di padri o di madri che uccidono i figli, di figli che sterminano la loro famiglia. Che tipi umani sono i protagonisti di queste storie? E in che stato si trova la loro intelligenza? I tribunali infliggono l’ergastolo a chi non è folle o, come dice la legge, a “chi è in grado di intendere e volere”. Ma che significato hanno queste due categorie “intendere” e “volere” in uso nell’Ottocento quando si pensava che le sofferenze psichiche fossero degenerazioni cerebrali che portavano alla demenza, “senile” se si era vecchi, “precoce” se si era giovani? Cento anni di psichiatria hanno dimostrato che tutti i cosiddetti “malati di mente” – siano essi schizofrenici, paranoici, maniaci – sono in grado di “intendere” e “volere”, salvo quando la loro mente è obnubilata da una crisi che può durare un attimo, alcuni giorni, alcuni mesi.

Se infliggono la pena, i giudici escludono senza ombra di dubbio che i responsabili di questi delitti o di queste stragi, quando compiono il loro gesto senza alcun movente o per futili motivi, al momento del delitto fossero in preda a una crisi di follia. Ma allora delle due l’una: o erano perfettamente “normali”, cioè in possesso delle loro facoltà mentali, e allora abituiamoci a considerare nella “norma” qualsiasi persona che, senza movente, ne uccide un’altra. Oppure un comportamento del genere ha tutte le caratteristiche della follia, e allora chi compie questi delitti non deve essere rinchiuso in un carcere, ma affidato al servizio sanitario.

Questa alternativa, così evidente, non è più evidente in un’aula di tribunale, perché gli strumenti di cui la legge dispone per interpretare la “malattia mentale” sono così obsoleti da non cogliere nessuna delle sindromi che offuscano la mente. Che cosa vuol dire infatti “infermità mentale” o addirittura “seminfermità mentale”, che si è soliti addurre per evitare l’ergastolo? Nulla, proprio nulla. Perché “infermo” o “seminfermo” sono categorie che non appartengono neppure al repertorio medico, ma al linguaggio popolare in riferimento a chi ha problemi motori. L’ordine giudiziario si trova a formulare giudizi, utilizzando parole e concetti a cui non corrisponde nulla di scientifico che possa dare un minimo di competenza e plausibilità al giudizio che formula. E che dignità ha l’ordine psichiatrico, quando non reagisce a sentenze che esprimono giudizi di competenza psichiatrica, con un linguaggio che, se fosse usato da uno specializzando in psichiatria, costui si sentirebbe invitato a cambiare immediatamente ordine di studi?

Gli psichiatri hanno dimenticato che la loro scienza è nata quando nel 1793, in Francia, Philippe Pinel liberò i folli dalle prigioni, dimostrando che i folli erano appunto “folli” e non “delinquenti”, anche se poi li rinchiuse in un’altra prigione che si chiama manicomio? E oggi che abbiamo chiuso anche i manicomi cosa facciamo? Torniamo a rinchiudere i folli in prigione, per aver derubricato “l’agire senza movente” dai sintomi della follia, quando invece è il primo segno del deragliamento della ragione, la cui procedura è leggibile nella rigorosa consequenzialità del rapporto causa-effetto, azione-motivazione?

Se concediamo, come ci insegna Eugenio Borgna, che la “malattia mentale” non è una condizione stabile e definitiva che interdice perennemente la mente, impedendo alla persona di “intendere” e “volere”, allora dobbiamo ammettere che persino gli esecutori dei più efferati delitti “senza movente” dispongono della loro mente e della loro volontà, anche se in occasione del delitto non ne dispongono liberamente per l’influsso di passioni che, come ci insegna Platone “ottundono la mente”.

[…]

Questo problema la psichiatria francese lo dibatte dal 1835, quando un giovane contadino normanno, Pierre Rivière, sgozza una sorella, un fratello e la madre per “liberare” il padre dalla persecuzione della moglie. Arrestato dopo un mese di latitanza, Rivière stende una “memoria” in cui racconta la storia della sua famiglia e i moventi del suo gesto.

Questo straordinario documento, di una lucidità sorprendente, pone i giudici, che si interrogano, davanti alla domanda:  che cos’è veramente la follia? È possibile che un criminale perda la sua ragione per un istante e la recuperi in seguito? È possibile delirare anche per mesi, anche in due (folie à deux), su un solo oggetto o un solo tema (idea fissa) e conservare intatte tutte le proprie percezioni e ideazioni? Sì, è possibile. Ben presto il caso Rivière supera i limiti del fatto di sangue per diventare un momento significativo di discussione tra il potere politico, quello giudiziario, quello medico e quello giornalistico. Michel Foucault e i suoi allievi del Collège de France hanno discusso e raccolto in un volume tutta la documentazione apparsa sulla vicenda: le perizie medico-legali, le dichiarazioni dei testimoni, gli articoli dei giornali, la “memoria” di Rivière, e dopo centocinquant’anni da quell’episodio in Francia si tornò a discutere non più del fatto ovviamente, ma dei problemi che quel fatto aveva sollevato in ordine alla possibilità di una migliore acquisizione, da parte del potere giudiziario, delle conoscenze guadagnate dal sapere psichiatrico.

Una giustizia, infatti, che non fa tesoro delle competenze scientifiche è una giustizia che finisce con l’essere “primitiva”, perché si limita a soddisfare i sentimenti di vendetta o di risarcimento, prescindendo dalle competenze che una scienza, la psichiatria, ha faticosamente guadagnato in due secoli di storia, facendo fare alla nostra civiltà quel progresso che ha consentito di portare i folli prima fuori dalle prigioni, perché non sono accomunabili ai delinquenti, e poi fuori da quelle prigioni che sono i manicomi, perché la follia non è uno stato permanente che impedisce di “intendere” e “volere”, ma, come scrive Franco Basaglia, “uno stato temporaneo di crisi”.

In gioco qui non è l’esser “giustificazionisti” o “giustizialisti”, ma la disponibilità dell’ordine giudiziario ad aprirsi a competenze e quindi a disporre di strumenti adeguati e non arretrati per giudicare. Del resto le sentenze giudicano i fatti, ma ci sono alcuni fatti che aprono problemi, che non possono essere chiusi come si chiudono le tombe o le porte delle carceri, altrimenti la giustizia resta troppo elementare e finisce col non essere mai all’altezza del progresso scientifico e dell’evoluzione sociale. […]