L’ateismo non è un hobby

Giorni in cui si è assaliti – e sfiancati – dalle opinioni, dal fiorire esponenziale di opinioni su opinioni dalle quali non ci si può sottrarre, giorni in cui le discussioni vertono, inevitabilmente, sempre sui fatti di Parigi e, inesorabilmente, sulla millenaria questione-religione. E va bene tutto. Normalissimo. Cerco, per quanto mi riesce, e mai mi riesce quanto vorrei, di osservare e ascoltare le discussioni tra credenti e non credenti con un certo distacco. Ché tanto non si giunge mai a nulla. Eppure, ancora oggi, dopo anni, quando mi capita di leggere o sentire lo stantìo slogan secondo cui ‘anche l’ateismo è una religione’, sorta di non meditata e preconfezionata risposta da buttare lì quando non si ha niente da dire, mi va il sangue al cervello. Ma devo stare calmo. Calmo. Calmissimo. E far parlare Bill Maher:

Annunci

Estremismo religioso

Sempre detto che la religione rivelata e organizzata, per avere ragione di esistere, per mantenere una sua logica interna, deve essere estremista. Aspira ad esserlo. Se non lo diviene, piano piano si smonta. La realtà progressivamente la sbriciola. E’ per questo che deve essere superata: perché può facilmente diventare pericolosa, e tende intrinsecamente ad esserlo. Quando penso all’estremismo religioso e alla sua pericolosità, spesso la mia mente va a questo video tratto da una serie di trasmissioni di Richard Dawkins (vado a memoria: The root of all evil?):

I metacreatori

(sciocchezzuola rispescata dall’hard disk)

I metacreatori

“A parità di fattori la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta”

(William of Ockham)

È finita. È finita. È finita. Triplice fischio. Prima o poi sapevo che sarebbe successo: ma non immaginavo che il mio momento sarebbe arrivato così presto. Non posso che andarmene, non ho che da morire. Non posso che lentamente scomparire, dunque, non posso che dissolvermi, annientarmi. Un viaggio finisce, un viaggio comincia. È ciò che mi piace credere. Mentre scompaio, mentre la mia sostanza a poco a poco si rende nulla, ricordo d’improvviso tutto. Scorre via veloce davanti agli occhi, fotogramma dopo fotogramma, il Tutto. Verso i titoli di coda.

Ricordo la metaforica esplosione iniziale e come le diedi il via. Schioccai le dita e fu il principio. Deflagrante e maestoso. Fu uno scoppio d’atomi, fulmineo e folle, con la materia che cercava una sua ricollocazione secondo leggi appena sorte, come dotata di una coscienza che ovviamente non possedeva. Era materia, né anima né intenzione, ma il suo eroico assemblarsi mi regalava inattesi brividi. La mia cosa funzionava. Mi concentrai, attimi successivi, su uno, uno solo degli infiniti pianeti che si erano andati a formare. Osservai come vi fosse diffusa dell’acqua e come da quell’acqua sorgesse, e giuro che non me lo sarei mai aspettato, qualcosa di vagamente più complesso e strutturato. Un codice, istruzioni, dati: informazioni che inconsapevolmente cercavano di replicarsi. Cominciò così la cieca camminata, senza scopi o volontà: il processo di copiatura fu facilitato nei sistemi che, mutati a causa di casuali errori di replicazione, meglio si adattavano alle diverse condizioni ambientali. Questi macchine per la conservazione e la diffusione dei dati divennero organismi sempre più articolati: la complessità non casuale che ne risultava li aiutava a sopravvivere più a lungo e a replicarsi con maggior successo. Chi meglio sapeva interagire con l’ambiente, più si diffondeva. Fu uno strabiliante fiorire di forme e colori. Furono così le piante e gli alberi, furono gli esseri privi di vertebre, mollicci ed eleganti, poi si giunse ai pesci, infine, in quelli che qui sembrano trascurabili istanti, furono i mammiferi, fu l’illusione della coscienza, fu l’Uomo. Dalla materia, priva di ogni finalità, si approdò all’autoconsapevolezza, o a quella che parve tale. La mia cosa aveva preso un’imprevista direzione. Ma era splendida. Il codice aveva scovato una maniera davvero efficiente di replicarsi. Dominare il pianeta: l’uomo, nato in un singolo punto, si diffuse e si organizzò in comunità multiformi. L’uomo, mio accidentale risultato, mi pensò, mi ipotizzò, giunse persino a negarmi. Sì, per alcuni io non sono stato altro che un’illogica complicazione.

Ho visto tutto e seguito tante storie, senza mai interferire. Ho lasciato che di volta in volta gli equilibri si autogenerassero.

È passato così poco tempo dalla nascita di Maria, una delle tante, una e solo una delle infinite possibilità concretizzabili a partire dall’inizio, dall’esplosione, dallo schiocco di dita, così poco tempo dal suo volto scaltro e dalle sue guance rosse, e già la vedo adulta, pronta, conscia. La vedo sorridere schiva a quindici anni, la vedo pulire la cucina perché gliel’ha chiesto la madre, la vedo far l’amore con un ragazzo in una notte di nebbia e gelo e disegni con le dita sui vetri appannati dell’auto. So che l’ama e, suppongo, sono l’unico che può saperlo. Nasce il figlio, e il figlio fa figli, e i figli fanno figli, nei secoli dei secoli che qui son secondi, nelle pene, anche quelle più atroci, che qui son solo formicolii non ben localizzati.

Piccole storie. Da Maria, tramite il caso e la coscienza, si giunge ad Adamo. Si giunge alla fine. La mia, la nostra. Adamo è roba di istanti fa, Adamo è così recente che ne vedo ancora l’odore rosso sangue, ne sento gli occhi azzurri e vispi e tutta la splendida attrezzatura che le informazioni site in ogni sua cellula hanno messo in piedi per spingerlo a riprodursi, a moltiplicarsi, a diffondere dati. Adamo è un piccolo di uomo che va a scuola. Ha un faccino che, lui non lo sa, assomiglia di qualche grado a quello della sua distante progenitrice Maria. Adamo va a scuola, in una per lui limpida mattina di fine ottobre. Fa freddo. E’ rannicchiato nel pesante giaccone con cui la mamma lo ha coperto prima che mettesse il piede fuori dalla porta di casa. Un bacio e via, verso la morte. Verso l’estinzione. Mentre attraversa la strada – dall’altra parte, di fronte al cancello dell’edificio scolastico, i compagni ne stanno gridando il nome con ingiustificato entusiasmo – un’auto si schianta a folle velocità contro quel suo minuscolo corpo. Adamo riesce appena a sentire il rumore, per lui insolito, delle ossa che si spezzano, e cade a terra. Vivo e stupito. Gli occhi incollati sull’asfalto. Ecco una moto, pesante e fatale, che non sa frenare in tempo. Ecco il collo del bambino tranciato di netto. La testa, con la sua delirante coda di sangue, rotola svelta fino ai margini della strada. Urta contro il marciapiede e si ferma, di fronte al cancello. I bambini urlano. E urlano. E urlano ancora.

È tutto successo ora, in incommensurabile fretta. Neanche il tempo di rifletterci su. Un attimo fa ho dato il via. Istanti dopo sono al capolinea, al sipario, a quelle parole perentorie che, adesso, si fanno strada nella mia mente: esperimento fallito. Mentre già rimpiango la mia cosa, mentre già mi manca, in qualche dubbio mondo loro mi chiamano a sé.

Come un’illogica complicazione, svanisco.

(e ora, nell’ultimo sentire, l’eco di uno schiocco di dita. Vi prego di credermi, stavolta non è il mio)