Il rapporto massa/volume di un soliloquio*

Un uomo tramesta dentro un panino alla porchetta con dita grosse e unte. Un uomo siede con la schiena incollata a un pino. Un uomo dalla casacca arancio e le gambe a stecco corre sorpassandomi a destra. Un bambino tira un calcio a una sfera di gommapiuma, i rimbalzi muti, sbagliati. Una mamma urla. Una mamma in canottiera tricolore allatta sguainando una tetta supersize. Una mamma sghignazza agitando le braccia larghe su e giù come un rapace in decollo. Un bambino rimane fregato dall’attrito a metà dello scivolo e, allibito dall’ingiustizia, comincia a frignare. Una bambina intona una filastrocca. Un bambino la fissa immobile. Un bambino di tre o quattro anni sillaba la parola apocalisse. Un cane spisciacchia su una busta della spesa abbandonata in un angolo emettendo un umido, caldo, vibrato. Un sessantenne dal pizzetto da moschettiere sfoglia una rivista di gossip su una panchina e si guarda attorno in maniera penalmente sospetta.
Tanti anni fa ho ucciso un gatto.
Ho parcheggiato qualche centinaio di metri più addietro. Lungarno Santa Rosa. Prima di chetare Cornell e scendere l’ho tolta dalla bustina di nylon e l’ho maneggiata un paio di minuti. Ultimi dubbi. Oggetto semplice, minuto e rotondo. Riepilogo repentino degli effetti favoleggiati. Buttata giù quando ho visto che si andava sfarinando – leccarsi i polpastrelli, condizionamento culturale?
Procedo nel burro delle mura, nel traffico fiacco, il sole che s’affloscia dietro le spalle come un frutto marcio. Al circolo Rondinella ordino una Beck’s. Il gigante di là dal bancone la toglie dal frigo mentre racconta alle facce cotte dei clienti di un certo contenzioso con una certa malfidata assicurazione. Ha una barba rossiccia, verminosa, che gli si arrampica fino alla depressione delle occhiaie e dispone di un ristretto set di parole che combina assieme con sbalorditiva efficacia.
Pensano solo a come incularti.
Verissimo.
A come incularti.
Una manciata di tavolini occupati fuori dal bar, nell’aria che non raffresca. Ora di aperitivo. Birre e succhi di frutta in bottiglie verdi, salse rosa, noccioline, pacchetti di sigarette. Borse da donna pendono dagli schienali di brutte sedie di plastica. Ci si lamenta oziosamente dei politici e delle zanzare. Qualcuno dice qualcosa a voce alta, una battuta, una frase pretenziosa.
Cammino mentre bevo, senza fretta.
Sotto il ponte dell’omicidio dei ragazzi con degli zaini si sono radunati sul cemento attorno a una chitarra. Gli accordi di Northern Sky, quelli, salgono a folate assieme a elementi vocali in delay. Droghe leggere, tentativi d’occhi, serate sperimentali. Crescere: assommare punti di vista. Crescere: distanziarsi gradualmente dalla cosa in sé. Sosto un attimo, dalla sommità del muretto assorbo la loro pace effimera, il fiume innervato di luce orizzontale, il mormorio estivo della pescaia che viene da destra.
Al ponte sterzo verso San Frediano, via dall’Arno, e appoggio la birra sul davanzale di una finestra. Divampano le ombre. Un vecchio ritto su uno scaleo martella l’insegna spenta di un negozio di scarpe con la serranda semiabbassata. In uno dei suoi slanci accademici Marta una volta mi disse che c’è una certa area dell’emisfero sinistro dei destrimani che s’attiva indistintamente sia quando impugno uno strumento sia quando mi soffermo sul mero concetto dello strumento stesso.
L’ho ucciso perché mi avevano detto di provare, prova, vedrai, è divertente.
Mangio una pizza in una pizzeria con foto incorniciate su tutti i muri (Firenze vecchia, struccata), la riduco in mille pezzetti e la faccio sparire dal piatto in una quindicina di minuti. Mi incanto sul portasale a forma di cactus. Sulle decostruzioni picassiane della tovaglia. Dopo il caffè, sfilo la bustina dalla tasca dei jeans, esprimo disinvoltura, normalità, estraggo la seconda, la inghiotto con un sorso di limoncello.
Sono sulla strada. Esattamente via San Frediano, fervida, brulicante di corpi. Il corpo umano è buffo: la testa è buffa, le gambe sono buffe, le orecchie sono buffe, sono buffe tutte le estremità penzolanti. Sono sulla strada, avanzo a passo incostante sotto lumi artificiali appena accesi, fa caldo, sudo.
Il sudore è composto per il 99% da acqua, poi da urea, creatinina, acido urico e ammoniaca, avrebbe detto Marta, la mia Marta, temporanea sospensione del regime del caos, Marta che sa tutto, scappata a Londra tre anni fa, dopo il congelamento ad aeternum del progetto Sabrina, dopo il cesareo vano, dopo mesi di pianto e silenzio.
Sono sulla strada.
Ecco la notte che c’inghiotte, ecco il fato, folle progetto di un dio malato.
Costeggio locali, trattorie, antri arabi. Canticchio i Soundgarden. Penso a Oliver Sacks, ai tormentoni musicali, a suo padre che girava per la città con gli spartiti in tasca. Una birra dal pachistano, fresca, due euro. È un ragazzo deluso, avrà sì e no vent’anni. Baffi ad arco ogivale. Il naso butterato. Gli incisivi incrociati, giallo pesca.
Mi ferma una tipa davanti alla Cité.
Ho ucciso un gatto, una volta, un pomeriggio estivo, sono dietro casa di Pietro, abbiamo dieci anni e lui mi suggerisce di provare.
Mi indica la direzione col dito.
Proseguo dritto?
Sì, mi risponde la ragazza in un boato di sorriso. Dritto e poi subito a destra, precisa. La guardo. Iridi di un verde Ferrarelle, fianchi maneggevoli, pelle giovane. Intravedevo questa specifica qualità di pelle regolarmente nelle tenebre lontane di anfratti studenteschi (oggi la coinquilina non c’è, sorriso) che sanno sempre di calzini e oli essenziali, la annusavo, la stringevo, la penetravo finché potevo – il giorno entra a righe parallele, dopo, nella superflua investigazione dei perché.
La guardo, lei mi guarda. Poi l’attenzione schizza via. Tutti hanno in mano calici di vino rosso o bicchieri di spritz, tutti, radunati a gruppetti, colori tenui, grigiastri, mocassini, pantaloni corti, penuria di peli e polpacci. C’è la necessità di una svolta, proclama lo stempiato alla mia sinistra – un insetto, un minuscolo svelto insetto a troppe zampe, esce dalla ridotta boscaglia di capelli sopra l’orecchio sinistro, attraversa il deserto della pelata, e s’infratta in quella sull’altro lato. C’è proprio la necessità di un salto qualitativo, aggiunge.
All my friends are brown and red.
Scomparsa la ragazza, io avanzo. La scritta anarchica sul muro in stampatello acuminato – tanto va lo schiavo all’urne che si sente cittadino. Due americane in infradito appollaiate sul marciapiede che si passano frequentemente una bottiglia di Averna e mi ridono addosso.
Sabrina è con lei e parla brandelli d’inglese.
Dice good morning, dice I hate vegetables.
Dice my dad’s name is.
Immaginaria sofficità di frequenze.
Ho ucciso un gatto in un giorno interrato di tantissimi anni fa, dieci anni appena compiuti e totale ignoranza dei letali principi della causazione, l’ho fatto nel giardinetto dietro la casa di Pietro, sotto un ciliegio di ciliegie bacate, Pietro che scoperchia una scatola da scarpe e tra le palle di carta di giornale sgambetta un cucciolo cenere, poche settimane di mondo, testa e occhi sovradimensionati.
Imbocco via dei Serragli. Ripasso mentalmente una poesia triste. Accarezzo l’intonaco irregolare dei palazzi con la mano destra, braille e cecità, piroetto un paio di volte, stupido spasmo di gioia areferenziale. Tra i pochi passanti, qualcuno mi guarda strano. Non arrivo mai, questo intuisco. Non arrivo mai, la strada è infinita, le finestre si ripetono ciclicamente, incontro sempre le stesse facce peculiari. Quello che assomiglia a Giovanni Spadolini. Quello che assomiglia a Lenny Bruce. Quella che assomiglia a Florence Welch. Non arrivo mai.
Piazza Santo Spirito scoppia di animali. Prima vedo le giraffe, i loro minuti capi svettanti. Le giraffe belano alla luna. Poi scorgo gli elefanti, grassi e paciocconi, le zampe solide come tronchi di cipresso. Le antilopi in gonnella. Le viscide marmotte. I musi ficcanti dei formichieri. Latrare di civette. Sculettare di lepri. Grossi felini a macchie che si aggirano ai margini dei branchi, pronti all’attacco, le code in tensione, le zanne esposte, la mousse di bava a corollario delle bocche. Più siamo deboli più siamo penosi. Sul selciato scivolano silenti grappoli di serpenti neri.
Marta amava la parola ecosistema.
Dobbiamo difendere l’ecosistema.
Il nostro ecosistema sta morendo.
Non posso tirarmi indietro. Attraverso la piazza molto lentamente, quasi sulle punte, cercando di passare inosservato. Vetri si schiantano a terra. In traiettorie storte svolazzano pipistrelli solitari.
Ho ucciso un gatto in un pomeriggio estivo di una vita fa, indosso una maglietta con su scritto Italia 90 appena scucita sotto l’ascella destra, lo prendo dalle mani di Pietro e lo sento pulsare mentre lo stringo per non farlo scappare, prova, prova, prova.
Prova.
La chiesa è un ritaglio di cartone rosa appiccicato al cielo nero oltretomba. La porta spalancata vomita rettili, e anellidi terrosi, e piattole consistenti come biscotti. Salgo le scale, atterro sul sagrato. Sono invisibile. Sono irreale. I muri e il pavimento marmoreo bruciano del giorno andato, rilasciano un vapore stanco. Gli occhi salati di sudore, la vista appannata – gli oggetti del mondo rivestiti di una sottile pellicola biancastra per un secondo o due.
They beat the rhythm with their bones. Mi volto verso la piazza sottostante, scruto come meglio posso l’interazione multiforme e babelica delle bestie.
Se a un certo profondo livello di decodifica cerebrale non c’è alcuna differenza tra percezione e immagine mentale, diceva la madre del fantasma di mia figlia quand’era alticcia, cos’è mai la realtà oggettiva?
L’attimo in cui tutti assieme smettono di cianciare e si girano verso di me. Quell’attimo inaspettato. Quell’attimo di centinaia di globi ardenti, diversi per grandezza e forma, tutti puntati sulla mia sagoma curva. Quell’attimo di cognizione, di colpevolezza svelata. Quell’attimo di silenzio scioccante in cui gli animali diventano uomini – ragazzi in giacchetta che girano le cannucce pastello nei bicchieri, e barattano sorrisi, ed esigono proprie disperate deroghe al caos – e poi animali ancora, siamo tutti animali, siamo tutti cuore e amigdala, spietate bestie accusatrici, giudici e boia, quell’attimo di impercettibile sfarfallio in cui vacilla l’ultima certezza, quell’attimo in cui collimo con ogni singola mente, quell’attimo di crocifissione, di risoluzione estrema.
Muoia Gesù.
Muoia Barabba.
L’ho ucciso con una siringa di benzina, l’ha preparata Pietro, lui sa come funziona e vuole che impari anche io, che scopra i passaggi, che assapori l’interezza del processo, prova, prova, prova, è divertente.
Tutto questo sta succedendo. La chiesa alle spalle, gli sguardi spietati della folla dinnanzi. Nugoli di vespe addensati sopra la fontana centrale. Una serpe che mi striscia sul collo del piede facendomi urlare. Prendo l’ultima dalla busta, contravvengo alla prassi e la mastico prima d’inghiottirla, poi salto giù dalla scalinata e scappo sulla sinistra.
C’è ancora qualcosa di biblico nel modo in cui tutti si aprono al mio passaggio, suggerendomi implicitamente la rotta. Corro, arranco, il fiato corto, i pantaloni tutt’uno con le gambe, corro veloce per sfuggir loro e me stesso, corro su cupe stradine che si deformano al mio passaggio come vecchi tappeti elastici, inciampo in sampietrini vacanti, aggiro ostacoli, corro più forte che posso.
È Einstein, direbbe Marta. È la gravità che piega lo spaziotempo, direbbe.
Ho ucciso un gatto infilzandogli un ago sottile come un capello nella pancia, il cucciolo tenta di avanzare nell’erba bassa del giardino e sbanda, trema, produce scatti immotivati e un miagolio che è un delirio stonato, poi d’un tratto s’irrigidisce e frana giù stecchito. Annoiato pomeriggio d’estate di un passato felice, manca poco alla merenda, misticismo di cicale, il sole titanico a picco sulle nostre teste elementari.
È finita la benzina, ride Pietro.
È finita la benzina.
Rido.
Sul lungarno incontro la ragazza di prima. Siamo soli. Punto quasi buio, sconosciuto, da una parte la tempera gialla del Ponte Vecchio, sfocato, dall’altra una moribonda galassia di lucine sparse, l’Arno taciturno oltre il muretto che fa da argine. Lo sguardo suo spiccicato a quello dell’angelo di Cabanel. Davvero la prima volta che la vedo? Davvero non ne conosco il nome? Percepisco pelle di colpo più invecchiata, la traslucidità della struttura tutta – figura di consistenza ontologica meno certa. Non sorride, stavolta. Addita freddamente la botola sotto le mie Nike. Mi accuccio e apro. La ragazza di nuovo svanita nel nulla. A chi somigliava? Voci evanescenti che riecheggiano oltre l’aria, oltre i mattoni. Comincio la discesa approssimandomi consapevolmente alla fine. Scalette verticali di metallo in un cilindro cavo di pietra grezza, vago odor di decomposizione in blanda risalita. Umidità. Gocciolii remoti. Vado giù. Affondo senza vista e respiro, per metri, per decine, centinaia di metri. Affondo sotto Firenze, nel suo dimenticato ventre putrescente, sotto il Duomo, sotto Gucci, sotto piazza della Signoria, sotto il suo sabato sera fragoroso, sotto i misteri archeologici, le fogne, il letto melmoso del fiume. Affondo piolo dopo piolo, le mani salde, i piedi incerti. Ultimi garbugli di pensieri su Marta, sulle quattro fasi di cui senza dubbio mi istruirebbe (sorpresa, resistenza, apnoica, terminale), come ti chiami, non fare l’idiota, davvero lo pensi, il giorno solare delle nozze in un’intima cappella oltre Fiesole, scatola di Clearblue su comodino, l’attesa come eccesso di immaginazione, disinfettante, odore di, piccola dura cotenna d’ebano su telo ospedaliero alla vigilia di un bianchissimo Natale, thoughts, memories, il gelo assassino, l’oblio perpetuo.
Un piolo, un altro, un altro ancora.
Così giustamente m’annulla ciò che mi riempie.


* Racconto finalista della prima edizione del concorso Urbanità Tentacolare (Firenze, 2018)

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Vanagloria, e attentato al Papa

Niente. Il racconto E’ tutto bianco mi ha fatto vincere l’edizione IV del Concorso Letterario “Rosso d’inverno” di Dosson di Casier (TV). Giorni veneti di bei fiumi silenziosi, di persone gentili, di playlist, di maschere, di mamme straniere che (a Venezia) dicono al pargoletto piangente “Crazy! You’re in the most beautiful place in the world and you want to go home!”, di stradine strette appiccicate all’Adige per chilometri e chilometri.

E poi quel racconto che hanno letto. Scritto da una ragazza di Livorno. Che parla del nonno che non ha mai conosciuto, il nonno fotografo che il 13 maggio 1981 era in Piazza San Pietro e che ha scattato la foto di Wojtyła appena colpito dalla pallottola di Ali Ağca – forse la foto più diffusa in assoluto relativa all’attentato. Il nonno che non ha accettato compensi e che l’ha regalata alla stampa – rinunciando verosimilmente a una mezza fortuna. Quel racconto, in cui la ragazza immaginava cosa avesse potuto provare il nonno quel giorno. Quel racconto, supporre l’inconoscibile. Quel racconto. E il padre di lei, probabilmente il figlio del fotografo, in platea, che durante la lettura si strusciava a più riprese il fazzoletto sugli occhi. Più DeLillo di DeLillo, perlomeno come concetto.

 

Il mezzo è il messaggio, no?

L’estenuante tartassamento felino, l’arte minimalista sui cappuccini, il caffè, il buongiorno glitterato, le persone false, quelle ipocrite, quelle buoniste, quelle false buoniste, le persone che-parlano-dietro-le-spalle, i quotidiani oggi voglio proprio mandare a fanculo qualcuno, oggi non mi fate incazzare, oggi ammazzo il primo che capita, gli stronzi li trovo tutti io, come odio il lunedì, i primi piani ultrasimbolici degli occhi, i primi piani in generale, la bellezza sta nelle piccole cose, gli spasmi verbali, le distorsioni, le bufale, gli smiley che fanno l’occhiolino, i terremoti telecomandati, autismo & vaccini, non mi fregano, gli sveglia isterici, è successo qualcosa di incredibile, clicca subito, fai girare, condividi se sei indignato, tutti a casa, mandiamoli tutti a casa, i falsi falsi buonisti, gli animali sono meglio delle persone, niente è peggio di un buono che s’incazza, quanto odio Natale, da oggi divento stronzo anch’io, ci vorrebbe la leva obbligatoria, ah quando c’era lui, gli oggi così, gli e niente, gli e poi, il parossismo di kappa, i selfie, renzie, brexit, metti mi piace se sei d’accordo, scrivi amen se vuoi salvarla, gli winter is coming, i #relax a rimpolpare semanticamente le foto-vacanza (cioè: invidiatemi), le foto del papa sorridente, quant’è straordinario ragazzi, le foto di padre pio, le foto di padre pio stecchito preghiamo per lui, la bontà di quella santa della Calcutta, le frasi di Crepet, la Lucarelli dice sempre quel che pensa, i Povia, i Fusaro, i Francesco Sole, i Putin mussolinizzati, e che palle il GF, e che palle Sanremo, e che palle il campionato, e che palle, i falsi falsi falsi buonisti, le pagine amo la psicologia, le pagine amo l’arte, le pagine amo leggere, le pagine madonna quanto amo i libri e leggere, le pagine non potrei vivere senza leggere è veramente un dramma spero capiate quanto io sia speciale, i mandiamoli a casa, i mandiamoli a casa loro, i trentacinque euro al giorno, gli hotel con le piscine e l’idromassaggio e le bianche discinte e disponibili, vergogna, le gare di sarcasmo sul defunto di turno, questa è già stata detta?, i falsi falsi falsi falsi buonisti, il tracimare dell’ego, il test che animale sei, il test che colore sei, il test che aggettivo sei, il test che scarpa sei, il test che opera d’arte sei, il test che libro sei, il test che disco sei, il test che film sei, il test che personaggio di Beverly Hills sei, il test che test sei, l’esondare impressionante dell’ego, l’oroscopo di Internazionale sai ci prende spesso, io sono questo, io sono quello, io sono meglio di voi, la tigre non a caso è il mio animale-guida, non a caso, le autodefinizioni, l’autostima come si dice ipertrofica, le citazioni einsteniane, io la penso uguale oh quanto sarò creativo/ganzo, la creatività sbandierata, stasera mi metto a scrivere, stasera c’ho da comporre, io sono così, io sono mezzo matto, io non sono mica normale (occhiolino), le persone rettile, le auto alimentate ad acqua, i pomodori killer, la biowash, l’aids non esiste, i Radiohead geniali, i non se ne può più, la gente è stanca, non se ne può davvero più, i Radiohead vaffanculo, le rosse stilizzazioni cardiache, le foto di unghie, le foto di unghie, le foto di unghie, le matite, il referendum, le foto di tatuaggetti, che bello quello nuovo che meraviglia!, i meraviglia!, i quanto è vero, i non ci fanno votare, i da leggere da ascoltare da vedere, il patto del nazareno, gli juve merda, i basta col calcio non se ne può più, i bellizzimo, i ti lovvo, gli spacchiamoci a merda, i pezzi che spaccano di brutto, le immancabili due pregnanti bottiglie di corona stappate sul tavolino di plastica in riva al mare cobalto con tanto di sanguinante tramonto sullo sfondo e minuta vela bianca che solca il tremulo orizzonte ed è subito #relax, gli aperitivi delle sette, i mi interessa indolenti, i vernissage, i ciaone, i cani (il gruppo), lo stato sociale (il gruppo), gli euforici si vive una volta sola, i domani vi scrivo qualcosa al proposito, gli stay tuned, i falsi falsi falsi falsi falsi buonisti, i da oggi smetto di rincorrere, i da oggi mi cercherà lui/lei, vedrete, i vado pazzo per il sushi, gli ora basta mi dispiace ma è arrivato il momento di fare un po’ di pulizia contatti addio, gli addio, i da oggi cambio vita.

Di conseguenza:

  1. Facebook è un mezzo irrimediabilmente inquinato e quindi distorcente.
  2. Per quanto possiate sforzarvi, non scriverete mai niente di minimamente intelligente.

Post vagamente egotico

Nulla, c’è che mi son piazzato secondo alla VII edizione del concorso letterario “Città di Chioggia“, organizzato (alla grande) dalla Proloco della cittadina veneta. Ho partecipato con un racconto che avevo scritto un anno fa e al quale ho dato una rinfrescatina in ottobre, un racconto di cui non sono (come sempre) davvero soddisfatto centopercento. Ma è piaciuto e ne sono stati apprezzati degli elementi (vedi motivazioni della giuria): bene così. Storiella tragica, So it goes, con qualche buon sentimento (lui e lei che s’incontrano per la prima volta in una Firenze natalizia eccetera eccetera), con Pearl Jam e A Perfect Circle, con montaggio arzigogolato e un discreto (ma non perfetto, lo so) lavoro sul linguaggio – variazioni stilistiche, velleità sperimentali, disinvolto utilizzo della punteggiatura. Sul tutto aleggiano (spero) alcuni elementi vonneguttiani, fin dal titolo, un certo (non solo) suo punto di vista sull’esistere e le sue complicazioni. Kurt guarda il tutto dall’alto, come gli si conviene: stilisticamente si viaggia altrove. Non è un racconto di fantascienza, per nulla, ma… nello scriverlo avevo in mente il clima sintetico di cose come: Se mi lasci ti cancello, Another earth e Source Code. E forse indirettamente le canzoni degli Epic45. E, me ne son accorto solo venendo via da Chioggia di notte in mezzo alla nebbia spettrale degli horror di Pupi Avati mentre cercavo di trovare l’introvabile autostrada, per strambo associare inconscio, quel gran pezzo di letteratura americana che è (la canzone) The river di Springsteen.

 (ecco il il racconto)

Il professore con la Fuego bianca

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Sgoccioli di anni ottanta. I Ragazzi della Terza C. Lorella Cuccarini. Fiato in gola. Il Commodore 16. I corridoi scolastici che sanno di spirito. I corridoi che sanno d’ospedale. Lui allampanato e scorbutico e snodabile. Giovanile. Divorziato. Brusco. Personalità pervasiva. Le Timberland gialle. La voce catarrosa. La voce autoritaria. La strafottenza. L’irriverenza. La ferocia. Il volto straziato da qualche incidente d’auto. Le mille sigarette. I jeans e i maglioni di lana a collo alto. Gli occhiali da sole. La parola “ganzo”. I capelli pettinati così come veniva. Un libro di poesie regalato. La stima. La dedica a un bambino che – era un bambino – non poteva capire.

Francesco Paciscopi è stato mio professore d’Italiano (e forse Storia, e forse qualcos’altro) in prima media. Fa impressione ritrovarsi a pensare a lui dopo tutti questi anni. Lui eccentrico e intrattabile, lui duro e per certi versi spaventoso. Lui – con gli occhi di oggi – profondo, insaziabile, ansioso, disturbato e forse triste. Lui spezzato in due da una vita di cui avrebbe voluto godersi ogni briciola. Lui scomparso una decina d’anni fa dopo aver – credo/suppongo/intravedo/so – fatto diverse passeggiatine mica da ridere giù negli Inferi.

Trilaureato, insegnante. Autore di articoli di critica (letteratura-teatro-cinema) apparsi su La Nazione (anni ’70), è stato vicepresidente e poi membro del direttivo dell’A.I.C.C. (Associazione Italiana di Cultura Classica) di Pontedera fino al 1992. È stato redattore della rivista Schermo Bianco negli anni ’70 e della rivista letteraria Ghibli fino al 1994; fino al 1998 redattore-capo della rivista di Lettere ed Arti Ponte di mezzo; collaboratore alle riviste Poesia, Semicerchio, Il Grandevetro, Erba d’Arno, La Nuova Tribuna Letteraria, Alla Bottega, Ghibli, Ponte di mezzo, La ballata, Pianeta uomo, Images-Art & Life, L’apostrofo, Fiori di Luna, OggiFuturo. È presidente del Premio Letterario “Il litorale” di Marina di Massa. Presente in molte antologie. Sue liriche sono state tradotte in inglese. Ha pubblicato: Le raccolte poetiche I gigli neri (Carello, Catanzaro, 1981), Magnificat (con Prefazione di L. Marconcini, ivi, 1982), Olympus (ivi, 1983), Kimera (ivi, 1986), La stagione degli Dei (con Prefazione di D. Carlesi, Giardini, Pisa, 1989, finalista ai premi “Montale” e “Carducci”), Malaterra (con Prefazione di Carlo Rao), All’antico mercato saraceno, Treviso, 1999, I premio “Laurentum”, “Rivalto”, “Padus Amoenus”, “Tra Secchia e Tanaro”; II premio “L’amaro Miele”; III premio “San Domenichino”, “Bargagna”, “Città di Lerici”, “Alessandro Contini Bonacossi”; V premio “Antica Badia di San Savino”; finalista ai premi “Pisa” e “Bolognapoesia”). Le opere di narrativa Danza di morte (racc., con Prefazione di A. Esposito, Lo Faro, Roma 1985) e I glicini dell’Erebo (racc., con Prefazione di F. Romboli, L’Autore, Firenze 1991). Il saggio Isidoro Falchi tra Montopoli e Vetulonia.

Mi chiedo perché uno così si trovasse ridotto ad insegnare alle scuole medie. Perché non dovesse parlare di Shakespeare o Milton o Montale o Joyce a qualche cervello che forse poteva essere in grado di recepire. Poi penso al suo carattere, alla sua attitudine anarchica, e mi do una specie di convincente risposta. Su Internet c’è ancora qualche rimasuglio, qualche suo scritto. Qualche sua memoria. Ne incollo qui una, sorta di rozzo e ultratardivo tributo a lui. Le pagine web ogni tanto scompaiono. La ridondanza, si sa, limita le perdite.

LE VOCI ESCLUSE 

Francesco Paciscopi
I

– Ho voglia di graffiarti la faccia, – dice Albarosa sulle scale della Biblioteca Nazionale. – Non riesco mai a capire quello che pensi. Dai la colpa alla tesi e mi vuoi solo scaricare; vero, carogna? Non so chi me lo fa fare, di perdere ancora tempo con te. – Ma è tenera, mi si stringe addosso.
In effetti, gioco sleale. Altrimenti le dovrei dire che sì, le voglio bene, ma non è la cosa più importante in questo momento: è ansiosa, possessiva; a volte mi stanca; e la paura del rifiuto se la porta dietro. Ci resterebbe male? Magari le piacerebbe sentirlo: per colpevolizzare la mia sicurezza ironica.
– Stammi bene, dolcezza, – le bisbiglio con la bocca sul collo. – Ci vediamo domani. E bada a non mettermi troppe corna! –
Mi arriva un calcio che mi fa decidere a salutarla con un bacio lungo e scappare nell’androne scuro.
Prima, eravamo insieme al Forte, nonostante il freddo: pungente, per una primavera bella come questa.
Non mancano i guardoni, lassù. Proprio stamani ne ho visti un paio, a spiarci tra le siepi.

È l’ora di chiusura. Rientro nella camera messami a disposizione in Via Ghibellina. Dentro, il silenzio.
Gli zii non sono ancora tornati dalla pasticceria. Bene, niente spiegazioni, stasera.
Verso la fine, anche il lavoro della tesi mi appare più banale, meccanico. Mesi fa varcavo ancora entusiasta la soglia della Nazionale per restarci tutto il giorno, con un panino verso le due al bar. Ausonio Decio Magno e l’intera latinità della decadenza hanno perduto smalto. Meglio Firenze. Meglio fare l’amore su al Forte.

Butto sulla tavola la sacca di tela col materiale da elaborare, stiro soddisfatto le braccia.
Nell’ombra, Fritz mi si strofina alle gambe. Impossibile chiedere al gatto un affetto disinteressato. Gli metto un po’ di latte nella ciotola. Resto a guardarlo. Lecca avido – rosa tenue fra le vibrisse – voltando ogni tanto lo sgomento degli occhi. Ed eccomelo al collo, si accuccia e ronfa beato.
La sala vorrebbe avere un’aria rinascimentale, con la tappezzeria stampata a gigli rossi, i bordi d’oro antico ed i mobili scuri. Le finestre sono grandi. Una dà sui viali. Lunghe file di piante aprono, nel cortile interno, una inaspettata zona di verde.
Il pulviscolo della stanza brilla nel sole, un raggio-squama spezza la penombra.
Da un vaso del piano superiore cala, fin su questi vetri, un ramo di vitalba.

1.
Le ancelle vestono Silvana per il matrimonio.
Dal capo, a rappresentare il velo, scende un viluppo di rami di vitalba, che le cade fino alle caviglie. Il volto rimane spalancato e puro, nel verde intrigante.
– Chi vuoi come sposo? – domanda qualcuno. C’è un silenzio sacrale.
– Lui, – indicandomi.
Avanzo come un tacchino, mentre le ancelle mi appiccicano sulla maglia foglie di parietaria.
Una goffa cornice alla bellezza della sposa.
Le erbacce dei campi dietro casa splendono di gloria estiva, mentre ci muoviamo solennemente verso l’ara – un tronco di pioppo – e il prete pagano che, benedicendoci, eternerà il nostro vincolo.
Dall’emozione, inciampo proprio davanti all’altare. E, d’istinto, mi aggrappo a lei.
I testimoni guardano scandalizzati, mentre il velo di vitalbe mi si affloscia fra le dita.
– Sta’ attento, cretino! – sibila, con tutta la rabbia di cui è capace.
Ha le lacrime in pelle.

II

Un suono di campane arriva da Santa Maria Novella, attutito dalla distanza.
La città si scioglie all’ultimo sole. Le rondini trasvolano nel pulviscolo. La placca di luce sul pavimento è ormai una fessura tra cui vagano microbi luminescenti. E la pendola batte il suo moto infinito.
Prendo gli appunti per sistemarli, prima che arrivi la zia. Se no, comincerà col solito: “Lavora bene, fa’ in fretta a finire”… Tutte le sere! “La laurea procura sempre un posto al sole”. Il sudato pezzo di carta mi fornirà una ghiotta fetta di responsabilità sociale. Sarò nel novero degli arrivati.
Trasferito in città, avrei contatti con le famiglie che contano. Con la cultura. Avrei la carriera spianata.
Le diciassette e trenta. Lo scampanio di Santa Maria Novella si perde nella distanza.

2.

La corda vibra e oscilla, sotto la mia pressione. Poi, il primo rintocco scaturisce dal bronzo. Questa volta ce l’ho, una delle quattro funi.
– Va’ a tempo! – mi grida Pierangelo dall’altra parte. Se si perde il ritmo, ci ride dietro tutto
il paese.
La chiesa, così a ridosso della guerra come siamo, non è stata ancora ricostruita del tutto, dopo il bombardamento. Le campane sono sempre legate ai pali; e ogni sabato sera è un privilegio, poterle suonare. Ce le contendiamo.
– Fanno la sassaiola, – mi urla ancora l’amico sacrestano. – Guarda, c’è Sirio, rimpiattato
dietro il cipresso.
– Lo vedo! – gli urlo di rimando, contento di partecipare all’orgia dei rintocchi e d’avere
l’attenzione di uno più grande, che mi trascura o mi dà ordini recisi.
Sono in lotta i ragazzi del Botteghino e delle Palazzine. Fra le spinte della corda li scorgo tutti, acquattati dietro le colonnine, davanti la chiesa.
– Andiamo anche noi, dopo? – mi grida, al di là del frastuono.
Urlerei di gioia, mi trattiene una qualche dignità. Ha voglia di dividere l’esperienza con me,
Pierangelo. E io, di seguirlo in capo al mondo. Solo perché mi sento all’altezza, ora.
Per frenare le campane, ci appendiamo con il corpo alle corde, come invasati.
Il movimento ci solleva per due, tre beatissimi metri.
E vediamo, ai piedi della collina, tutto il paese.

III

La stanza si vela di penombra. Non ci si vede quasi più. Accendere la luce?
I pensieri mi distraggono dagli appunti che vado riordinando. Ci tornerò sopra domani. Sarà una giornata come i primi tempi: biblioteca e panino.
Parlerò con Albarosa. Non mi deve distrarre dalla tesi, che si fa interminabile. Lei è al secondo anno, è ancora così ragazzina! Mi farò valere: sono un uomo, ormai.
Sul tavolo, dal vaso di cristallo un fascio di spighe proietta la sua ombra millepunte.
Parecchie reste spezzate.
Ma alcune rimangono, a sfida.

3.

La trebbiatrice romba, la pula salta nell’aria.
Rigagnoli di grano si arrovesciano dalle lastre metalliche dei bocchettoni di base ai sacchi contenitori.
– Portateli laggiù sull’aia! – ordina il capoccia. – Li carichiamo dopo, sul trattore. –
Si agitano colori rozzi; c’è un che di sana letizia; bestemmie e pacche sulle spalle, da tutte le parti.
– Monta su, dammi il cambio ai covoni! – tuona dall’alto un tanghero di novanta chili.
Salgo; e comincio a inforcare i mannelli spingendoli verso la bocca della trebbiatrice.
Mi sento un leone. Non è solo la peluria sul labbro e sul pube, ad esaltarmi. Fermo contro il cielo, assaporo una beatitudine nuova.
Olga, passando, mi grida dal basso: – Guarda se ci caschi dentro, fringuello! – E io me la rido, contento. Ha trentatré anni, il figlio maggiore quasi della mia età; e so che le piacciono i ragazzi giovani. Qualcuno racconta con voce sgranata certi particolari…
Mi lasciano là tutta la sera, non chiedo di meglio. Il Sole è una frittata di luce sopra di me. Fa caldo da morire.
– Siamo alla fine! – grido.
Gli ultimi mannelli cadono in bocca al drago.

Stasera ci sarà cena all’aperto. E ballo sull’aia. So che hanno ingaggiato anche due fisarmoniche.
Ce lo pagheranno, il lavoro. Avrò qualche soldo per le vacanze, senza chiederne ai miei.
Faccio un salto dalla trebbiatrice e mi trovo steso a terra, con l’odore selvatico della pula nel naso.
Il sole sta calando dietro le colline.

Mentre tutti ballano, girello fra gli alberi.
Mi piace anche da lontano, la festa. I corpi che si muovono, sodi e flessuosi. Mi arriva il languore delle fisarmoniche.
Sdraiato sulla paglia, vedo un’ombra che avanza. Mi si ferma vicina.
– Che fai qui al buio? Non balli? – chiede sorniona.
Olga. Mi ha seguito. E ha come una minima brace, in fondo agli occhi scuri.
Si inginocchia, mi bacia tutta in bocca. Mi morde da morirne la lingua, mi passa la mano sui calzoncini. E, senza impaccio, mi slaccia la cinghia.
L’ombra mi nasconde il viso scarlatto.
Mugola, mentre le do la mia verginità.

IV

È calata interamente la sera. Una vespa è entrata nella stanza: il ronzio astratto, uggioso, da qualche parte.
Fuori, oltre il cortile dei vivai, finestre illuminate. In controluce, una donna si affaccia al terrazzo. Scuote qualcosa nel buio.
La punta della sigaretta, incandescente. Avido, ne aspiro l’aroma azzurrognolo.
Dalla strada, grida giovani. Saluti prima di cena. Forse un appuntamento, per qualche bravata notturna.
Di nuovo il silenzio, tra i lampioni accesi.

4.

– Bazzica! – Ivano butta la carta sul biliardo.
– Basta! Io smetto, non c’è gusto, con te. –
– Sei il solito frocio. È la terza di fila, che fai.
È Bruno, che ha parlato per ultimo. Finge un contegno spavaldo, è il più giovane.
Posiamo tutti la stecche e ci piazziamo con le sedie fuori dal bar, a pettegolare sulle poche ragazze che passano.
– Si va a rubare un cocomero a Beppe, domani? – chiede a un tratto Giulio. – Devono essere belli maturi, ormai. –
– Fanciulli, ricordatevi che c’è da lavorare al campo, – avverte Piero. – Domenica si gioca contro il Ponsacco e don Luciano vuole trovare tutto pronto. L’idea è stata nostra, in fondo. –
È il campetto dell’oratorio. Abbiamo deciso di trasformare in mini-bar un vecchio capanno annesso. Gli introiti andranno a beneficio delle nuove divise bianco-azzurre.
– A proposito, c’è da mettere insieme i soldi per Carlo, – dice Alberto. – Domenica è il suo compleanno. La sera fa la festa. –
– A quello penso io. – È di nuovo Piero. – Domani faccio il giro dei portafogli. E tu, – mi dice, – pensa a comprare il regalo. Magari ci andiamo insieme. Delle bimbe chi viene? – Lo vedo arrossire.
Annuisco, distrattamente. Ama senza speranza.
“Un giorno o l’altro li manderò tutti a farsi fottere”, rimugino, compiaciuto.
– Perché non andiamo a puttane? – fa Bruno di punto in bianco. – Ne ho sempre voglia, ma stasera non ce la faccio più.
Sorrido del suo ardimento. Chissà se proponessi di andare davvero, come reagirebbe?! Accamperebbe scuse?
– Io vado a letto, – dico deciso. Si domanderanno perché così presto. E, domani, saranno anche ironici. Mi alzo e li saluto, sorridendo. – Ci vediamo. –
Mentre mi allontano, mi giunge ancora la voce di Bruno, stridula: – Si creperà di noia, in questo schifo di paese! –

V

Passi per le scale. E un suono di voci. Gli zii che rientrano?
La chiave nella serratura: mi precipito ad accendere la luce. Antichi sensi di colpa, forse.
La stanza cambia all’istante aspetto e significato.
– Francesco, sei lì? – chioccia la voce di zia.

5.

Le ombre si allungano fra le colline. La luna si posa a sfiorare i cipressi, neri neri davanti la chiesa.
Le vie sono quasi deserte. Si prepara la cena. Dagli interni, rumori familiari.
Sull’argine, i fieni sono alti e verdi. E le rane cantano nel rio, sotto la chiarità del cielo.

VI

Tra qualche mese sarò di nuovo laggiù.
Mi aggrappo anche a questo.
La notte di catrame cala sulla città.
E non voglio trascurare nessuna voce, dimenticare niente.
Non voglio morire, mai.