Due detective verissimi

I think human consciousness, is a tragic misstep in evolution. We became too self-aware, nature created an aspect of nature separate from itself, we are creatures that should not exist by natural law. We are things that labor under the illusion of having a self; an accretion of sensory, experience and feeling, programmed with total assurance that we are each somebody, when in fact everybody is nobody. Maybe the honorable thing for our species to do is deny our programming, stop reproducing, walk hand in hand into extinction, one last midnight, brothers and sisters opting out of a raw deal.

                                                                                Rust Cohle

Ogni tanto comunque qualche serie tv la guardo. Mi invogliano soprattutto quando sono brevi, condensate in poche puntate. In modo che possa tenere a bada la dipendenza. In questi giorni è stato il turno della tanto acclamata True Detective: ho visto gli otto episodi della prima stagione (autoconclusiva) nel giro di 3 o 4 serate. E si tratta, sì, di un prodotto davvero ben realizzato. A partire dalla musica – notevole la sigla iniziale -, passando per la regia a tratti sublime, una fotografia abbagliante, e scelte di narrazione – utilizzo continuo di flashback – non banali ma neanche narcisisticamente ipercomplesse, messe lì tanto per stupire. Certe location degli Stati Uniti del sud (Lousiana) tolgono il respiro sia per la loro cruda bellezza, sia per il modo in cui vengono valorizzate in fase di regia.

La storia si occupa di raccontare come due detective, Rust Cohle (Matthew McConaughey) e Marty Hart (Woody Harrelson) riescono (o no) a risolvere il caso di un serial killer che ha imperversato per diversi anni nei mesti paesini della Lousiana. La trama non è originalissima, e forse il tutto viene risolto in fase di sceneggiatura in una maniera che non è proprio geniale – vedi ultimi due episodi. Ma ciò è secondario, dal momento che sono principalmente altri due i motivi che rendono True Detective un must.

Il primo è la maestria con cui è stato reso il marcio che si nasconde nei territori per lo più rurali degli Stati Uniti meridionali – e ovviamente non solo lì – quando l’ignoranza conduce al letale intreccio tra superstizione/religione, parafilie, ipocrisia e omertà. Il secondo, e più importante, è legato alla profondità dei due personaggi principali e alle prove mostruose degli attori che li mettono in scena. Mi azzarderei a dire che la caratterizzazione di Rust e Marty, il racconto delle loro esistenze complicate e i loro dialoghi ben progettati sono in True Detective ciò che davvero rimane, ciò che davvero conta. Harrelson e McConaughey sono qui probabilmente ai loro massimi livelli, ma è soprattutto l’interpretazione di quest’ultimo a brillare in maniera del tutto speciale. L’agente Rust, misantropo eppure eroico, drogato eppure ammirevole, un po’ un Gregory House senza senso dell’umorismo, è forse uno dei personaggi più intriganti apparsi su uno schermo di cui io abbia memoria. Un bravo a chi ha sceneggiato il tutto, ovviamente, creando un uomo tanto sfaccettato e interessante, ma è la recitazione smileless di McConaughey a fare davvero la differenza: una performance stellare, sentita e sempre inesorabilmente verosimile. Perfetta a dir poco. Se non bastasse tutto il resto, True Detective merita di essere visto solo per questo. Di rado, ve lo garantisco, si assiste a cose simili.

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Perception

Mentre all’università (finalmente) seguo corsi che affrontano argomenti esclusivamente legati alle neuroscienze (dalla psicobiologia dello sviluppo alla psicologia cognitiva, passando per la psicologia fisiologica) cerco, come mio solito, di rafforzare le nozioni apprese utilizzando altri strumenti di fruizione. Ho ascoltato un ciclo di conferenze di Ramachandran per la BBC, per dire. E ho comprato il suo ultimo libro (in italiano: L’uomo che credeva di essere morto).

Ma soprattutto mi son messo a guardare – sera dopo sera, son quasi arrivato alla conclusione – una serie TV chiamata Perception il cui personaggio principale, Daniel Pierce, è neuropsichiatra e docente di neuroscienze con – ovviamente – un cervello tutt’altro che in ordine e – ovviamente – amici nell’FBI che senza il suo aiuto non sanno mai che pesci prendere. Niente di particolarmente clamoroso o avvincente, intendiamoci. Una serie TV come tante. Eppure ho trovato interessante e utile il suo continuo citare casi paradigmatici della storia delle scienze del cervello, nonché i tentativi di speculazione filosofica – basic level – a partire dai disturbi più curiosi e sorprendenti. Come talvolta succedeva in House MD, insomma, che pescava a piene mani dai testi di Ramachandran, Gazzaniga e Sacks.

Tutto questo per dire che, se vi interessa l’argomento, forse Perception si merita un po’ d’attenzione.

Come l’arte ha creato il mondo

Pittura rupestre nelle grotte di Lascaux (Francia)

Giusto per segnalare che su Rai 5 sta andando in onda in queste settimane una serie di documentari da, ehm, segnalare. Per chi me lo chiedesse: sì, penso che il digitale terrestre abbia portato dei miglioramenti qualitativi all’offerta televisiva in chiaro. Il ciclo si chiama Come l’arte ha creato il mondo e parla delle origini di quello che potremmo definire pensiero creativo, per cercare di comprendere come le diverse forme artistiche siano sorte, in epoche ancestrali, si siano sviluppate a partire da forme essenziali e abbiano finito per incidere sulla società contemporanea. Mi piace molto l’approccio multidisciplinare e allo stesso tempo solido, alla ricerca delle prove necessarie a sostenere le tesi proposte. I contributi ai documentari, realizzati dalla BBC, arrivano tra le altre cose dall’antropologia, dall’archeologia, dalla psicologia e dalla neurologia (la prima puntata, Corpi, si basa su spiegazioni fornite da Vylanaur S. Ramachandran).

Se vi capita a portata di telecomando, dateci un’occhiata.

L’onda

Agli inizi degli anni ’70 il professore di psicologia Philip Zimbardo condusse un esperimento, poi passato alla storia delle scienze sociali, in cui si voleva indagare quanto le norme e i ruoli imposti dalla società all’individuo finiscano per condizionare i suoi comportamenti e quanto il fatto di far parte di un gruppo ampio (folla) tenda a portare i soggetti alla deindividuazione e a produrre azioni antisociali e non responsabili. L’esperimento, noto come Esperimento Carcerario di Stanford, fu condotto nel seminterrato dell’Istituto di psicologia dell’Università di Stanford, dove venne ricreato in maniera convincente l’ambiente di un carcere.

Cosa comportava il disegno di ricerca e quale fu il metodo adottato? Cito Wikipedia:

Fra i 75 studenti universitari che risposero a un annuncio apparso su un quotidiano che chiedeva volontari per una ricerca, gli sperimentatori ne scelsero 24, maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti; furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie. I prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, un berretto di plastica, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardare loro negli occhi, erano dotate di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine. Tale abbigliamento poneva entrambi i gruppi in una condizione di deindividuazione.

I risultati furono inaspettati e inquietanti:

Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra essi. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude. A fatica le guardie e il direttore del carcere (lo stesso Zimbardo) riuscirono a contrastare un tentativo di evasione di massa da parte dei detenuti. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva compromesso da seri disturbi emotivi, mentre per contro le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico. A questo punto i ricercatori interruppero l’esperimento suscitando da un lato la soddisfazione dei carcerati, ma dall’altro, un certo disappunto da parte delle guardie.

L’esperimento portò a concludere che, generalmente, in una situazione sociale, un soggetto tende a perseguire quei valori previsti dal ruolo che si è scelto o che gli è stato imposto. Inoltre si notò che, quando si trova a dover agire come membro di un (ampio) gruppo, lo stesso soggetto tende a comportarsi in maniera deresponsabilizzata. E’ il processo di deindividuazione. Secondo Wikipedia:

Il processo di deindividuazione induce una perdita di responsabilità personale, ovvero la ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni, indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, così come quelli che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi. La deindividuazione implica perciò una diminuita consapevolezza di sé, e un’aumentata identificazione e sensitività agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo: l’individuo pensa, in altri termini, che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo.

A questa ricerca – alla quale si sono ispirati diversi film, tra i quali il più famoso è probabilmente The Experimentho pensato ieri sera quando ho visto L’onda, pellicola trasmessa da Rai Movie. Ci ho trovato molte similitudini con l’esperimento di Zimbardo. Si tratta di un film, girato e realizzato in Germania nel 2008, nel quale si racconta la storia di un esperimento condotto in una classe di adolescenti da un professore che intende mostrare ai propri (inizialmente scettici) studenti come sia possibile metter in piedi un regime dittatoriale sulla base di pochi essenziali concetti e regole.

Per risparmiare tempo, mi appoggio ancora a Wikipedia:

Durante la settimana a tema, un insegnante di una scuola superiore tedesca, Reiner Wenger, si trova a dover affrontare il tema dell’autocrazia, benché egli avesse preferito quello dell’anarchia, più vicino ai suoi ideali. Gli studenti, inizialmente annoiati dall’argomento, non credono possibile che una nuova dittatura possa essere instaurata nella moderna Germania, poiché la gente ha imparato dagli errori del passato. L’insegnante decide allora di organizzare un esperimento, in modo tale da dimostrare agli allievi come le masse possano essere facilmente manipolate. L’esperimento coinvolge la classe stessa e ha inizio con la scelta di un leader, il quale viene individuato nell’insegnante, e l’imposizione di alcune regole basilari. Wenger per far sì che la classe cominci ad essere più unita, cambia la disposizione dei banchi, in modo tale che i gruppetti di amici vengano stravolti e gli studenti meno bravi possano trovarsi vicino a quelli più preparati, insegnandosi l’un l’altro e migliorando nel complesso i risultati della classe. Infine, quando gli studenti vogliono dire qualcosa ad alta voce, devono alzarsi in piedi e dare risposte brevi e concise. Wenger mostra inoltre ai suoi studenti come l’effetto di marciare all’unisono possa farli sentire un’unica entità. Il passo successivo all’identificazione del gruppo, è quello di dargli un nome, scelto tra varie proposte degli studenti e selezionato tramite votazione. Viene scelto “L’onda” (“Die Welle”). Viene ideato anche un apposito logo. Ogni studente dovrà poi indossare una sorta di divisa, costituita da camicia bianca e jeans, in modo tale da rimuovere le distinzioni individuali e di classe. Inoltre viene inventato un saluto, ovvero la simulazione, fatta con il braccio destro, di un’onda. Due ragazze, Karo e Mona, non accettano le decisioni del gruppo e abbandonano l’esperimento, disgustate da come la classe abbia abbracciato in modo acritico gli ideali dell’Onda. I ragazzi del gruppo iniziano a diffondere nell’intera città il logo dell’Onda per mezzo di adesivi e bombolette spray, verniciando addirittura le impalcature che nascondono il municipio. Iniziano, inoltre, a tenere feste in cui solo i membri del movimento sono autorizzati a partecipare, osteggiando e discriminando tutti gli altri. Un giovane in particolare, Tim, un ragazzo che sin dall’inizio del film si capisce essere insicuro, sottomesso al più forte e anche psicolabile, inizia a identificarsi in modo ossessivo col gruppo, visto che soltanto al suo interno riesce a sentirsi finalmente accettato. Egli si propone perfino di diventare la guardia del corpo di Wenger.

Nel film – che ho trovato stimolante nonostante diverse palesi estremizzazioni – la situazione finisce per sfuggire di mano al professore e la fede cieca nella potenza e nella missione dell’Onda (vedi esperimento di Zimbardo) porterà a tragiche conseguenze, sulle quali non mi soffermo per non rovinare il finale a chi vorrà guardarlo. La visione è ovviamente consigliatissima: ho sempre la speranza (l’illusione) che questi film e che questi esperimenti (e, perché no, certi romanzi di fantascienza), svelando i meccanismi di formazione del pensiero unico, possano fungere da vaccino contro l’emergere – in situazioni di generale insoddisfazione – di figure autoritarie e regimi totalizzanti. Con me tutto ciò ha sempre funzionato: come George Carlin, anche io diffido dei gruppi con un obiettivo comune. Prima o poi indosseranno dei cappelli. Prima o poi canteranno canzoni di guerra.

Peraltro stamattina, cercando commenti e interpretazioni in rete, ho scoperto che L’onda si basa su esperimento sociale concretamente realizzato negli Stati Uniti (1967) e denominato La terza ondaUn po’ me lo aspettavo.

Una delle ultime scene della pellicola, senza dubbio la più forte in assoluto (spoiler a manetta, guardatela a vostro rischio e pericolo):

“Almeno una volta i Giordano Bruno bruciavano subito…”

(Padre Pizarro ad Aniene)

In queste settimane La7 ha trasmesso lo spettacolo teatrale Recital e le due puntate del programma Aniene, tutte opere di Corrado GuzzantiLa messa in onda di Recital (dal quale è stato tratto un DVD già in giro da qualche anno) in particolare ha scatenato qualche polemicuccia. Facciamola breve: i tizi dell’Aiart, l’ASSOCIAZIONE DEGLI SPETTATORI TELEVISIVI CATTOLICI (non ridete), se la sono presa col personaggio di Padre Pizarro, reo secondo loro di aver insultato il sentimento religioso dei credenti con le sue battute. O qualcosa del genere.

Come scrissi già tempo fa, trovo quei minuti di Recital letteralmente spettacolari. Credo siano stati studiati e realizzati alla perfezione: per contenuti, per gestualità, per tempi comici. Un prodotto di altissimo livello, colto e divertente, il Padre Pizarro di Recital: ho sempre pensato che potrebbe riscuotere un certo successo anche oltre confine, tanto è alta la qualità della proposta.

Ma all’Aiart son di gusti raffinati, e le parole del monsignore cinico e non credente (“è ‘na finzione… vivaddio ‘sto spettacolo va avanti da duemila anni, ché neanche Chorus Line a Broadway, eh!”), manco a dirlo, non son piaciute per nulla (ecco una parte della parte incriminata). Se la sono presa di brutto e con una denuncia hanno intimato La7 di smetterla, subito!, di mandare in onda roba simile. Ché andare all’inferno è giusto un attimo. Da qui poi è sorta spontanea una petizione online (di solito non servono a nulla, è noto, ma…) in favore della causa di Guzzanti, la quale ha portato al ritiro della denuncia stessa. L’Aiart ha dunque fatto un passo indietro. Ma solo perché il comico avrebbe, secondo l’associazione, chiesto scusa.

Come è andata veramente? Ecco fresca fresca la lettera integrale di Guzzanti, il quale ringrazia coloro che l’hanno sostenuto e dice anche un pacco di altre cose condivisibili:

Un enorme grazie agli amici di Articolo21 e di Change.org, per aver promosso la petizione in mia difesa e a tutti quelli che l’hanno diffusa e firmata. Con l’occasione ringrazio anche molti giornalisti che hanno preso le mie parti scrivendo della querelle tragicomica di Padre Pizzarro. Ciò detto è probabile che abbiamo sopravvalutato tutti le minacce dell’Aiart, associazione che pretende di rappresentare i telespettatori cattolici, di cui né io, né voi, né i telespettatori cattolici avevamo mai sentito parlare.
Vorrei innanzitutto precisare, anche se è stato già fatto altrove, che La7 non stava mandando in onda un mio nuovo programma, ma la ripresa televisiva di uno spettacolo teatrale del 2010, già replicato su Sky decine di volte, e anche in chiaro sul canale del digitale terrestre “Cielo”, pubblicato in DVD, presente da tempo su youtube etc. L’Aiart poteva legittimamente non esserne a conoscenza, o essere stato appena fondato e voler recuperare il tempo perduto, ma non lo era neanche del fatto che i reati di opinione, insieme al vilipendio ecc. sono stati fortemente ridimensionati nel nostro ordinamento. Gli attuali limiti della satira, si parli di politica o di religione, si riducono sostanzialmente alla calunnia o all’insulto personale, per i quali la legge, come è noto, prevede il diritto di querela. Dunque paradossalmente avrei più speranze io di sfidare l’Aiart in tribunale per le parole offensive che mi rivolge nei suoi comunicati, senonché l’ultimo di ieri, in cui si dice soddisfatta delle mie scuse, estorte per gioco in una gag de “Le Iene”, mi ha riempito il cuore di tenerezza.
In merito all’offesa confesso di non capire esattamente cosa sia il “sentimento religioso” perché sfortunatamente non ne sono dotato. Ho sempre pensato che essere intimamente credenti non possa essere troppo diverso dall’essere intimamente liberali, o socialisti, o vegani. Si tratta di amare e riconoscersi in delle idee, in una visione della società e del mondo, e le idee non sono sacre e intoccabili solo perché noi crediamo così fortemente in esse; vivono nel dibattito pubblico, confrontandosi e dovendo convivere con idee diverse e a volte opposte. Spero di non offendere nessuno se affermo che l’esistenza di un creatore, l’inferno, il paradiso, l’immortalità dell’anima, il giorno del giudizio ecc. siano, fino a spettacolare prova contraria, soltanto delle idee, delle opinioni che si è liberissimi di sostenere purché non si tenti di imporle agli altri come un tabù inviolabile.
Che il sentimento religioso non possa reclamare una superiore legittimità, perché supportato, mi dicono, da pervasiva e speciale intuizione, appare evidente dal fatto che le credenze religiose sono tante, più di quelle da cucina dell’Ikea, e producono purtroppo affermazioni contrastanti. Un buddista e un cattolico, egualmente persuasi della loro fede, saranno certi di saperla molto lunga sull’origine e il senso dell’uomo e dell’universo, ma almeno uno di loro, al momento del trapasso, avrà una sorpresa. Ciò dovrebbe suggerire che convinzione “sentimentale” profonda e verità siano sostanzialmente due cose diverse.
Si obietterà, magari stavolta tra i denti, che l’unica fede valida sia la nostra (e raramente qualcuno insorge perché sia stata offeso il sentimento religioso di qualcun altro), eppure non tutti i credenti si offendono, alcuni addirittura ridono, e spero che L’Aiart non pensi che a persone di questo genere siano capitati in sorte una fede o un sentimento di serie B.
Mi conforta che questa associazione limiti la sua vigilanza ai nostri canali generalisti; al confronto di ciò che osa la satira in Inghilterra, in Francia o negli Stati Uniti, il mio Padre Pizzarro fa la figura del tenero Giacomo della Settimana Enigmistica. Ma il nostro è un paese “laico e democratico” dove un presidente del consiglio che nessuno di noi ha eletto, come primo atto ufficiale va a porgere i suoi omaggi al Papa. E il motivo per cui io e i miei colleghi scriviamo e recitiamo cose come “Padre Pizzarro” è che l’Italia sembra spesso uno stato teocratico “di fatto”. Solo pochi anni fa un ministro dell’istruzione avanzava, con un certo successo, la proposta di abolire Darwin dall’insegnamento scolastico per rispetto ai creazionisti, che ancora ci devono spiegare (come diceva un noto comico americano) perché Dio prima di creare l’essere a sua immagine e somiglianza si sia gingillato per milioni di anni coi dinosauri. Dunque non mi stupisce troppo che una minoranza di ferventi religiosi, invece di limitarsi a cambiare canale, si senta in diritto di chiedere una punizione legale, e questo rende, e temo renderà ancora, iniziative come la vostra necessarie a difendere e ribadire civilmente la libertà di tutti. In molti anni di televisione non credo di essermi guadagnato la fama del provocatore seriale, a caccia di polemiche per ottenere attenzioni e notorietà, né quella di un comico particolarmente violento o volgare. Ho sempre fatto il mio lavoro seguendo il mio “sentimento satirico”, parlando di tutto e di tutti nel modo più libero che mi è stato e che mi sono concesso. So inoltre cosa significhi sentirsi indignati. Le affermazioni fatte da esponenti di quel mondo, o da politici che, più o meno sinceramente, parlano e decidono in sua difesa, delle nostre scelte in materia di sessualità, diritti, vita e morte, mi hanno offeso numerose volte e continuano ad offendere il mio sentimento laico. Per questo ogni tanto Padre Pizzarro parla ed altri oltre a lui e dopo di lui parlano e parleranno.
Grazie ancora a tutti. Vi abbraccio.

Corrado