Siviglia (con la barba incolta)

Siviglia, Alcazar

Non sono mai stato in Africa e non posso – davvero – immaginare cosa significhi vivere sotto un sole feroce che spinge la temperatura costantemente sopra i cinquanta. Non credo basti l’aver letto Ebano di Kapuscinski per comprenderlo appieno. Però, ora, dopo aver passato quattro o cinque giorni a Siviglia (con toccata e bagno oceanico in quel di Cadice) posso almeno farmene una vaga idea. E quando ti trovi quotidianamente a camminare immerso in quaranta e passa gradi (asciutti, per fortuna), quando senti il peso indicibile dei raggi solari che si poggia sulle spalle arrostite, quando l’unica strada percorribile è solo quella all’ombra, quando il frinire lisergico e incessante delle cicale ti fa venire a mente le scene senza dialoghi di Professione reporter, quando ti guardi attorno e scopri doloramente che nessuno – nessuno – è così pazzo da mettersi a camminare tra le 11 e le 16… be’, cominci un minimo a figurarti cosa voglia dire abitare in certe zone dell’Africa. Ed è, anche questa, un’esperienza da raccontare.

Siviglia fonde e rigenera, con le sue palme e la sua vitale aria condizionata, il centro storico ultrapulito e curato, il suo spettacolare lungofiume con tanto di localini pieni di ventenni giustamente sbronzi, le sue tendenze arabe e l’Alcazar, i suoi bicchieri di mojito da quasi un litro, le sue lunghe notti fresche (FRESCHE), ché andare a letto pare un peccato e comunque mai ci vai prima delle quattro, i mille giardini, e – lontani dal centro storico – le velleità di una città che avrebbe voluto anche essere altro.

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London, you know

da Portobello Road

Tornare a Londra per una full immersion di quattro giorni scarsi. Tra novità e nostalgie del bel tempo che. Immagini che vanno e vengono. Così, di getto. Una manciata di punk – con tutto l’armamentario cresta-stivali-ruttolibero – fuori dall’Underworld, dove si terrà di lì a breve un concerto dei Raw Power. Londra, con i suoi spaziali stadi cittadini – la statua bronzea di Bergkamp che fa uno stop volante fuori dall’Emirates Stadium. Londra con i suoi ubriachi violenti il sabato sera, e nessuno può immaginare senza aver mai provato. Ritrovare l’esatto punto di Camden Town – 7 metri e 24 centimetri a sinistra dall’uscita metro – dove, mi sarà successo al massimo due o tre volte in tutta l’esistenza, non vi preoccupate, uno spacciatore nano che voleva appiopparmi non so quale mirabolante pasticca una volta mi ha minacciato di morte – ho un coltello, ho una pistola, ho un sacco di amici cattivi, ho giustappunto la bomba atomica proprio qui sotto il giacchetto. Londra e il vento gelido che ti riempie il cervello di allettanti possibilità. Londra, con i suoi parchi pettinati filo d’erba per filo d’erba. E mai una cartaccia che svolazzi via. Mai. E donne di mezz’età che ci danno di jogging, e anziani progressisti in inappuntabili vestiti che leggono il The Guardian sulle panchine umide del mattino, e sopra i prati mandrie di cani sciolti che – l’aplomb è interspecie – mai che facciano qualcosa di sbagliato. Londra sempre più in. I mille posti dove mangiare, mangiare, mangiare, mangiare sushi o pezzi di torta o non so che sfiorando Ipad in asettiche e impersonali ricostruzioni di locali non asettici e non impersonali. Le banali tazze color pastello fumanti di tisane, i muri di mattoni nudi, l’inconsistenza dei cibi sperduti nei piatti enormi. Piatti enormi disgraziatamente color pastello. Borsette, no dai, color pastello. E un sacco di immancabili pseudologie su presunti vini pregiati, ché anche laggiù senza velleità da sommelier non sei nessuno. Londra, le facce aggrottate in una metropolitana dove, ogni giorno, qualcuno spinge qualcuno giù verso la morte. Così va la vita. Il verde elegante di Putney alto, i miei luoghi, l’autobus 14 che frena proprio davanti allo storico Green Man pub, sul gotico retro del quale ci sono tavoli di legno mal sistemati e mucchi di foglie sbriciolabili, come in una copertina di un qualche possibile disco dei Black Sabbath. Pomeriggi di diciassette ore e giri infiniti di morbide birre a bassa gradazione, e un attimo dopo, un attimo dopo è notte e sei sbronzo beato in qualche discoteca low class che si trova in un sobborgo dall’altra parte della città. I muffin da Tesco – per mesi colazioni rituali di tante domeniche mattina. Gli scoiattoli ovunque, i corvi, i bus da prendere al volo (ma oggi no) e gli studenti in uniformi scure che si raggruppano alle fermate. Londra è ora anche l’indigesta City e il suo skyline che cresce sano e bruttino proprio davanti alla Tate Modern. Londra e Turner e Paolo Uccello e Banksy. Londra e i suoi musei vivibili, usabili, interattivi, gestiti come a noi non riesce e forse non riuscirà mai. Londra e il caffè di Starbucks. Caro ma almeno sa di bruciato. Londra e i bagni più squallidi che mente umana possa concepire. E sì, sono comprese anche le menti umane che hanno vissuto il Cencio’s tra gli anni ’90 e i 2000. Londra, ancora. Colpiscono l’immortale e pervasiva passione per il teatro, Shakespeare è inciso nel genoma, gli immigrati rubalavoro italiani ormai inseriti ovunque, e l’incapacità – mal comune bla bla bla – nel gestire l’immane mole di traffico. Londra e fare il turista e il mercatino di Portobello, e scovare cose ganze – vedi sopra – sul tema della frenologia. Cose a cui non si dice di no.

Londra e il suo paradosso. Non puoi stare con lei, con i suoi ritmi e il suo sovraccarico di stimoli, col suo stress, ma è anche difficile stare senza una volta che hai provato. Non vivere in un posto del genere ti priva di tutte quelle opportunità che solo una siffatta città può offrire. Non vivere in un posto del genere, dove il tempo si dilata in mille direzioni in un senso che rimanda a qualcosa di Borges o di non so chi, dove l’esistenza appare – è – più densa, dove ogni giorno è inconcepibilmente fitto di suggestioni – idee, dischi, mostre, convegni, concerti, incontri, lavoro, biscotti digestivi, parchi, voli, volti – è, da un certo punto di vista, vivere meno. Ma questo forse non significa – non ho ancora le idee ben chiare al proposito – vivere peggio.

Vagabonding, o la bellezza del viaggio scomodo

Vagabonding

Vagabonding, di Rolf Potts. Ne ho sentito parlare su Strategie Evolutive.

Bene. Cos’è? Di che parla? Perché è stato scritto? Siamo soli nell’Universo?

La quarta dice che:

Il vagabondaggio non è meramente un viaggio in solitario che può durare sei settimane, due mesi o quattro come dice l’autore, ma uno stato d’animo. L’autore ci spiega che si tratta di uno stimolo a intraprendere un viaggio “antisabbatico”, una prova con se stessi che comincia ben prima di svolgere il percorso stabilito. Trovare il denaro per realizzarlo, non attaccarsi troppo alle abitudini cittadine, finanziarsi e risparmiare in previsione di una nuova esperienza, questo è lo scopo del vagabondaggio proposto dall’autore. E una volta tornati a casa, tesaurizzare interiormente l’esperienza.

Opera piacevole, questa, che si legge di getto in un paio di sere. Non è frizzante come la tipica narrativa di viaggi né dettagliata e noiosa come una classica guida turistica. Non lo è perché mira a tutt’altro. Ha alt(r)e ambizioni. Punta all’essenza, all’astrazione, alle leggi universali, ed è anche per questo che talvolta è un tantino pedante. Per farla breve si potrebbe sostenere si tratti di una sorta di guida generale al viaggio, come dire, low cost, low profile, low questo e quest’altro. Il viaggio faticoso, quello scomodo, sudato, pieno di difficoltà, sapientemente disorganizzato. Cosa fare e cosa evitare. Perché partire. Come muoversi. Perché perdersi. Quando tornare. Cose così.

In questo tipo di lavoro i resoconti personali dell’autore, gli aneddoti, occupano un ruolo marginale. Non stiamo leggendo Kapuscinski e nemmeno Terzani o Bryson. Grande spazio viene dato invece da una parte a riflessioni al limite del filosofico (condivisibile tra i tanti il suggerimento di non aver mai altissime aspettative riguardo a un luogo di destinazione, perché esso non sarà mai come lo abbiamo sognato o visto in cartolina), dall’altra a questioni più pratiche ma non per questo meno pregnanti (dove dormo? dove trovo i soldi? cosa mangio? come posso fare il bucato in un lavandino?). Il tutto viene condito da citazioni e aforismi di autori che hanno scritto riguardo al viaggiare, citazioni che ho trovato tuttavia superflue se non proprio irritanti. Ma è Facebook, suppongo, che ti porta a detestare qualsiasi aforisma.

Personalmente non mi sono mai lanciato in un viaggio così come lo intende Potts – lungo, dilatabile a volontà, completamente senza meta. Ho sempre intrapreso viaggi più brevi e più strutturati, meno coraggiosi, ma capisco lo stesso quel che intende l’autore quando parla del brivido della non-organizzazione (andate alla stazione dei treni o degli autobus, suggerisce, e decidete lì dove dirigervi per la prossima tappa), quando descrive quella sensazione di infinite possibilità che ti assale nel momento in cui cammini per le strade di una città nuova e sconosciuta, o quando accenna allo strano fascino provocato dai contrattempi (è un continuo mettersi alla prova – e ogni disavventura sarà un’avventura da raccontare in futuro). Capisco questo e molto altro. Sono in sintonia con lui anche quando parla dei viaggi in solitaria, che hanno pro e contro rispetto ai viaggi con gli amici, e del loro impalpabile, lento, fascino. Insomma: riguardo a certi temi Potts dice più o meno ciò che direi io. Per questo il libro, comunque perfettibile, mi è piaciuto.

Molta gente là fuori penserà che non abbia senso cercare l’improvvisazione a tutti i costi. Che sia assurdo. Sono quelli che ti guardano storto quando dici loro che stai per partire per la città X e – incredibile! – non hai prenotato nessuna sistemazione. Molta gente penserà che, se uno se lo può permettere, è molto meglio viaggiare e spostarsi utilizzando tutti i comfort del caso. Hai dormito in aeroporto?, chiedono stupefatti. Frequenti gli ostelli e condividi la stanza con sconosciuti?, domandano impauriti. Sei a Londra e non giri con la metro?!? Ma è così comooooda… E così via. Naturalmente queste persone non sbagliano. Hanno, anzi, molte ragioni. Capisco che possano trovare ansiogena o poco allettante l’eventualità di trovarsi per un qualsiasi contrattempo (autobus in panne, treno perso, indicazioni sbagliate) in un paesino in mezzo al nulla, accerchiati da una popolazione che si esprime in lingua aliena. Per molti non sarebbe una situazione proprio ideale. Questa gente, ci mancherebbe, ha tutto il diritto di fare esperienze come meglio crede. Per tutti gli altri, quelli che viaggiano non per riposarsi, non per trovare se stessi e neanche per fondersi (in maniera spesso ridicola) con la cultura locale, ma che lo fanno solo per sperimentare cose nuove e interessanti qualunque esse siano, il libro di Potts potrebbe rivelarsi una buona e utile lettura. Se state sognando – per dirne una – di andare ad Istanbul non con un comodo aereo ma, invece, utilizzando decine di scalcinati bus e treni presi al volo, be’, Vagabonding sa come confortarvi: non siete troppo strani.

O, almeno, non siete i soli.

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Segnalo che dal libro ha preso vita questo non disprezzabile sito.

Qui, invece, una recensione.