American Psycho, di Bret Easton Ellis

 

La storia è credo arcinota: Patrick Bateman è uno yuppie di fine anni ’80 che vive a Manhattan, attraente, abbronzato, pieno di soldi e addominali, sempre vestito splendidamente, i capelli perfetti, gusti esemplari in ogni ambito, cocainomane, fan sfegatato di Donald Trump. En passant, Patrick Bateman è anche un sadico omicida.

Facendola breve (ché poi questo post è soprattutto un’imbarazzante scusa per segnalare che sto ascoltando di brutto il disco da cui è tratto il brano sullinkato):

American Psycho sfiora il capolavoro. Privo di vere e proprie fasi di stanca, spiattella ritornelli ossessivi e procede pagina dopo pagina mantenendo una sua leggera programmatica incoerenza. Bateman lavora senza lavorare, prenota ristoranti, preleva, sfotte homeless, considera le donne oggetti da sesso e tortura, noleggia e restituisce videocassette. Ogni suo comportamento è narrativamente lecito. Qualsiasi suo atto si fa follia, viene percepito come tale, anche quello più banale. Nelle arcinote (e due) fasi “Indossa un [sfilza di marche & vestiario ricercato]”, il sistema che Bateman (con Ellis) usa sistematicamente per presentarci i vari personaggi, una volta capito l’andazzo, si tende a leggere senza leggere davvero, si vola un chilometro sopra, si relativizza, si prendono automatiche distanze. Così come si fa quando si parla di cibo ultraraffinato – dialoghi che mi ricordano la vacuità di certe scene del Fascino discreto della borghesia di Bunuel e che riecheggiano in molte discussioni contemporanee, anche in Italia (cibo gourmet e vino – pazzesco quanto la gente cianci quasi sempre di cibo e vino). L’America satirizzata da Ellis è questa: pulitina, frivola, nevrotica, fascistoide come nello sketch di Bill Hicks sui New Kids on the Block. Annoiata e vuota, di giorno si fa bella e di notte dilania – metaforicamente? – corpi umani nel suo lussuosissimo privato. L’assenza di un senso profondo implica, suggerisce Ellis, l’assenza di ogni morale.

Un romanzo a cui per scelta manca tridimensionalità, se escludiamo alcune lucidissime e ottimamente scritte pagine nel finale, lavoro d’accetta (ah ah) più che di bisturi, di cinismo brutale e, se proprio vogliamo dirla tutta, relativamente facile. Ottimo, spettacolare, trascinante: magari non geniale.

Max Richter – Three Worlds: Music From Woolf Works

Conobbi Max Richter, compositore britannico attivo anche nel campo delle colonne sonore (Scorsese, Black Mirror, The leftovers etc), un paio d’anni fa, quando fece uscire quel disco meraviglioso chiamato From Sleep, che ottenne recensioni positive un po’ ovunque. Musica evocativa che ho ascoltato decine di volte – mentre leggevo, mentre battevo i tasti del portatile più o meno vanamente.

Adesso il tipo ha fatto uscire Three Worlds: Music From Woolf Works, ispirato come si evince ad alcune opere di Virginia Woolf, la grande scrittrice sperimentale di inizio ‘900 – se non avete letto nulla di lei, recuperate il prima possibile La signora Dalloway (delizioso) e Al faro (impegnativo, ma progetto di rara intelligenza).

Modern classical. Personalmente non saprei parlarne con cognizione di causa. Non è quel genere di musica che ascolto da una vita, non ho in mano gli strumenti necessari per un giudizio che vada oltre il: è abbastanza ganzo -> dategli un ascolto. Quindi mi fermo subito. Mi azzardo solo a dire che si differenzia decisamente dal precedente. Per semplificare direi che From Sleep era più minimalista e mesmerizzante, faceva delle ossessive ripetizioni un punto di forza, mentre questa è un’opera più aperta e corale, con una sua linea narrativa, più malinconica che dolente, che ogni tanto si concede perfino qualche virata sull’elettronica.

Per un’analisi più approfondita e precisa, rimando qui.

Meaningless

In the passing light of day è il nuovo disco dei Pain of Salvation – per chi scrive, una delle migliori rock band degli anni 2000. Esce i primi giorni del 2017. L’album è anticipato da questo pezzo che in un primo tempo ho percepito come bizzarro ma che a lungo andare sto finendo per adorare. Quattro strani minuti che racchiudono quello che sono i POS, la tecnica e la passione, la melodia e l’inquietudine, quell’idea di rock raccolto alla Pearl Jam* e allo stesso tempo l’ambizione di andare oltre, di integrare nel suono tutte le variegate esperienze passate – avete presente quanto è complessa ed eterogenea la loro discografia?

Insomma: l’attesa non poteva cominciare in modo migliore.

* sì, ce li sento sempre più spesso (il ritornello?), anche se i POS negli ultimi 15 anni hanno prodotto lavori di qualità ben superiore a quelli della band di Seattle.