London, you know

da Portobello Road

Tornare a Londra per una full immersion di quattro giorni scarsi. Tra novità e nostalgie del bel tempo che. Immagini che vanno e vengono. Così, di getto. Una manciata di punk – con tutto l’armamentario cresta-stivali-ruttolibero – fuori dall’Underworld, dove si terrà di lì a breve un concerto dei Raw Power. Londra, con i suoi spaziali stadi cittadini – la statua bronzea di Bergkamp che fa uno stop volante fuori dall’Emirates Stadium. Londra con i suoi ubriachi violenti il sabato sera, e nessuno può immaginare senza aver mai provato. Ritrovare l’esatto punto di Camden Town – 7 metri e 24 centimetri a sinistra dall’uscita metro – dove, mi sarà successo al massimo due o tre volte in tutta l’esistenza, non vi preoccupate, uno spacciatore nano che voleva appiopparmi non so quale mirabolante pasticca una volta mi ha minacciato di morte – ho un coltello, ho una pistola, ho un sacco di amici cattivi, ho giustappunto la bomba atomica proprio qui sotto il giacchetto. Londra e il vento gelido che ti riempie il cervello di allettanti possibilità. Londra, con i suoi parchi pettinati filo d’erba per filo d’erba. E mai una cartaccia che svolazzi via. Mai. E donne di mezz’età che ci danno di jogging, e anziani progressisti in inappuntabili vestiti che leggono il The Guardian sulle panchine umide del mattino, e sopra i prati mandrie di cani sciolti che – l’aplomb è interspecie – mai che facciano qualcosa di sbagliato. Londra sempre più in. I mille posti dove mangiare, mangiare, mangiare, mangiare sushi o pezzi di torta o non so che sfiorando Ipad in asettiche e impersonali ricostruzioni di locali non asettici e non impersonali. Le banali tazze color pastello fumanti di tisane, i muri di mattoni nudi, l’inconsistenza dei cibi sperduti nei piatti enormi. Piatti enormi disgraziatamente color pastello. Borsette, no dai, color pastello. E un sacco di immancabili pseudologie su presunti vini pregiati, ché anche laggiù senza velleità da sommelier non sei nessuno. Londra, le facce aggrottate in una metropolitana dove, ogni giorno, qualcuno spinge qualcuno giù verso la morte. Così va la vita. Il verde elegante di Putney alto, i miei luoghi, l’autobus 14 che frena proprio davanti allo storico Green Man pub, sul gotico retro del quale ci sono tavoli di legno mal sistemati e mucchi di foglie sbriciolabili, come in una copertina di un qualche possibile disco dei Black Sabbath. Pomeriggi di diciassette ore e giri infiniti di morbide birre a bassa gradazione, e un attimo dopo, un attimo dopo è notte e sei sbronzo beato in qualche discoteca low class che si trova in un sobborgo dall’altra parte della città. I muffin da Tesco – per mesi colazioni rituali di tante domeniche mattina. Gli scoiattoli ovunque, i corvi, i bus da prendere al volo (ma oggi no) e gli studenti in uniformi scure che si raggruppano alle fermate. Londra è ora anche l’indigesta City e il suo skyline che cresce sano e bruttino proprio davanti alla Tate Modern. Londra e Turner e Paolo Uccello e Banksy. Londra e i suoi musei vivibili, usabili, interattivi, gestiti come a noi non riesce e forse non riuscirà mai. Londra e il caffè di Starbucks. Caro ma almeno sa di bruciato. Londra e i bagni più squallidi che mente umana possa concepire. E sì, sono comprese anche le menti umane che hanno vissuto il Cencio’s tra gli anni ’90 e i 2000. Londra, ancora. Colpiscono l’immortale e pervasiva passione per il teatro, Shakespeare è inciso nel genoma, gli immigrati rubalavoro italiani ormai inseriti ovunque, e l’incapacità – mal comune bla bla bla – nel gestire l’immane mole di traffico. Londra e fare il turista e il mercatino di Portobello, e scovare cose ganze – vedi sopra – sul tema della frenologia. Cose a cui non si dice di no.

Londra e il suo paradosso. Non puoi stare con lei, con i suoi ritmi e il suo sovraccarico di stimoli, col suo stress, ma è anche difficile stare senza una volta che hai provato. Non vivere in un posto del genere ti priva di tutte quelle opportunità che solo una siffatta città può offrire. Non vivere in un posto del genere, dove il tempo si dilata in mille direzioni in un senso che rimanda a qualcosa di Borges o di non so chi, dove l’esistenza appare – è – più densa, dove ogni giorno è inconcepibilmente fitto di suggestioni – idee, dischi, mostre, convegni, concerti, incontri, lavoro, biscotti digestivi, parchi, voli, volti – è, da un certo punto di vista, vivere meno. Ma questo forse non significa – non ho ancora le idee ben chiare al proposito – vivere peggio.

Little someone in my own little Guernica

Madrid 2012
Piedi ammollo in giorno torrido nel centro trafficato di Madrid

Madrid fa parte di quelle città che ho visitato più volte e che in un modo o nell’altro comincio a sentire un po’ mie. Ricapitarci e arrendersi al suo caldo secco – puoi camminare chilometri senza sudare una goccia – mi fa sempre un buon effetto. Non è andata diversamente neanche stavolta. Keywords: gazpacho, vino, paella, Reina Sofìa, Prado, Retiro, perritos calientes, Picasso, cervezacervezacervezacerceza?, Mahou, fiesta de San Cayetano, Goya, mojito, El Greco, Bosch, Bruegel, barrio de La latina, Rastro, Cervantes, Toledo, crepes alla nutella, avete offerte sulle pizze?, Velasquez, Casa del Libro, tortillas. Eccetera eccetera.

A Madrid – e a Toledo, dove ho trascorso una giornata – ho letto Sostiene Pereira di Tabucchi, per diversi motivi adattissimo a questo viaggio (guerra civile spagnola, atmosfera latina e calda, prosa semplice, tascabilissimo, bla bla bla). Poi, presso la Casa del Libro che si trova in centro, ho preso The Great Gatsby in edizione Penguin: fa parte di quella roba considerata grandissima che ancora mi manca(va).

Tra gli ascolti su cui mi son soffermato di più ci sono senza dubbio The age of adz di Sufjan Stevens – che, ragazzi, è ufficialmente un capolavorone senza se e senza ma – e la compilation indie-psych-pop (qualunque cosa voglia dire) Ondadrops Vol. 6 di Ondarock. La leggera Spiraling streams, credo, sintetizza alla perfezione quest’ennesima puntata nella capitale spagnola.

Il libraio che incontrò Satana

 

L'apprendista libraio (blog)
da L’apprendista libraio (blog)

Sono un assiduo lettore del divertentissimo L’apprendista libraio e ieri mi sono mio malgrado trovato in una di quelle situazioni surreali che l’autore del suddetto blog, Stefano Amato, è solito raccontare.

Ero all’interno della libreria Feltrinelli di Firenze (la migliore, tra quelle che conosco, per quanto riguarda la saggistica) e stavo cercando alcuni testi di psicologia. Accanto a me una signora oltre i sessanta, tutta impacchettata in una vestititino ultraffinato e kitsch, stava parlando con un giovane commesso della libreria. Non ho potuto non ascoltare quel che si dicevano. Eccone un approssimativo sunto:

[…]

“… io stavo cercando qualcosa che parli della storia della violenza, appunto.” dice la donna. Appare subito irritante, boriosa. Giunta lì solo per rompere le palle al prossimo.

“Sì, signora. In questa sezione abbiamo più che altro analisi psicologiche del fenomeno, per un approccio di tipo storico c’è l’altro reparto…”

“Forse sarebbe meglio, sì.”

“Aspetti, le vado a prendere qualcosa.”

“Va bene. Aspetto qui.”

Si siede. “Ma non avete poltroncine un po’ più comode?”

Un pao di minuti e il ragazzo torna con un libro in mano.

“‘La storia della violenza’. Forse questo potrebbe interessarle. Sembra proprio ciò che sta cercando.”

La donnina lo sfoglia. Sguardo perplesso, insoddisfatto.

“Non so. Mi aspettavo che si soffermasse maggiormente sui casi singoli.”

“Allora qui abbiamo dei libri di criminologia che potrebbero fare al caso suo. Vede, c’è il libro sul Mostro di Firenze, il libro su Restivo, il libro su…”

La discussione prosegue e a lei non va bene niente. Tutto ciò che il ragazzo le cita, le legge o le fa sfogliare non è esattamente ciò che lei vuole. Bisogna darci dentro per farla contenta. Lei non si fa infinocchiare dal primo libraio che passa.

“Ma si spiega, qui, perché la violenza viene generata?”. Eccoci. Non le va bene nulla perché tutti sbagliano. Lei sola conosce la Verità.

“Non so… da questa parte abbiamo libri che cercano di affrontare il tema dal punto di vista delle neuroscienze. Ci si chiede se… […]. Insomma, come si legge nella quarta di copertina, qui ci si chiede se chi commette violenza possa essere ritenuto responsabile o meno… Si discute, cioè, di libero arbitrio. Si legge infatti che secondo le neuroscienze… […]”

“Lei crede in Dio?”, chiede la donna al ragazzo.

“Mah, insomma, non so. Diciamo di sì”.

“Ecco. Lo sanno, tutti questi scienziati e studiosi, che la colpa è solo di Satana? E’ Satana che fa commettere la violenza. E’ Satana che contrasta il Bene del Signore. Ma loro non lo dicono.”

“Eh, non lo dicono no” replica il ragazzo, evidentemente in difficoltà.

“Non lo dicono. Hanno paura. Cercano di trovare altre spiegazioni, spiegazioni scientifiche… Ma non dicono che la violenza è causata solo ed esclusivamente da Satana. Chissà perché. Non è evidente?”

“Non possono dirlo”, aggiunge il commesso. Vorrebbe essere altrove. Ovunque ma non lì.

“Eh, se no cadrebbero tutte le loro teorie e ipotesi e…”

Vanno avanti altri dieci minuti – minimo – a discutere di Satana e affini, col ragazzo che cerca di assecondarla in tutti i modi. Alla fine lui, il mio eroe, trova un pretesto e se ne va.

“Signora, ora mi scusi, ma devo terminare un lavoro al computer.”

“E io che faccio, ora?”, ha il coraggio di dire dopo aver sparato fesserie per una ventina di minuti. “Non mi avete indirizzata su nulla!”.

True story.