Prigionieri della geografia

Le 10 mappe che spiegano il mondo (Prisoners of geography) è un saggio del giornalista inglese Tim Marshall che cerca di spiegare le dinamiche di politica internazionale a partire dall’analisi di elementi di tipo geografico. Perché gli Stati Uniti erano destinati a diventare questa onnipotente nazione. Perché la Russia teme un’invasione dall’Europa Centrale e brama un porto in acque calde. Perché la Cina sta rafforzando la propria marina, perché sta investendo in mezzo mondo, perché sta costruendo un altro canale (tipo Panama) in Nicaragua. Perché il Sudamerica è abitato principalmente lungo le coste. Perché i grandi fiumi navigabili sono fondamentali per lo sviluppo. Perché il colonialismo africano ha fatto danni tutt’ora visibili. Perché sono criminali i confini imposti dall’alto. Perché l’Europa non può essere unita come gli Stati Uniti (e perché, invece, dovrebbe far di tutto per esserlo). Perché Pakistan e India si detestano. Perché Egitto ed Etiopia potrebbero entrare in guerra. Perché il Medio Oriente è così fitto di conflitti. Perché i sunniti e gli sciiti. Perché i curdi. Perché Gaza. Perché l’Afghanistan. Perché la Nord Corea. Eccetera.

Trecento scorrevolissime pagine di geopolitica e (inevitabilmente) di storia che almeno come idea rimandano a quel che aveva fatto Jared Diamond nel suo fondamentale Armi, acciaio e malattie. Anche se qui si parla di altro e il rigore scientifico di Diamond non può essere per forza di cose adottato.

Strumento utilissimo per capire il presente e per immaginare il futuro.

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L’uomo di sinistra

narciso

L’uomo di sinistra è mediamente più colto di quello di destra.

L’uomo di sinistra conosce la storia, la storia politica, il diritto pubblico eccetera.

L’uomo di sinistra ha coscienza civica.

L’uomo di sinistra ha opinioni raffinate sulla politica.

L’uomo di sinistra non la pensa mai esattamente come gli altri – lui ha la sua visione precisa delle cose.

L’uomo di sinistra pensa che le posizioni degli altri uomini di sinistra abbiano sempre qualche difettuccio e non riesce a trovare mai un compromesso pragmatico – quelle loro idee politiche sono o troppo o troppo poco qualcosa (ci si muove spesso lungo l’asse DC-Stalin).

L’uomo di sinistra è tendenzialmente un narciso che attende utopisticamente la venuta di un messia-rappresentante le cui idee professate siano del tutto conformi alle proprie, purissime. Se potesse, l’uomo di sinistra voterebbe solo se stesso – perché lui è colto, ha coscienza civica, ha idee politiche complesse, e nessuno potrà mai capirne quanto lui.

L’uomo di sinistra vota spesso ciò che non votano gli altri uomini di sinistra – per differenziarsi in modo netto da chi ancora non ha esattamente compreso quale sia il pensiero che deve avere un vero uomo di sinistra.

L’uomo di sinistra sbandiera ai quattro venti questa sua differenza rispetto agli altri uomini di sinistra. Che è come sbandierare la propria unicità, la propria personalità, la propria visione esclusiva e accurata eccetera.

Gli uomini di sinistra mettono quindi in piedi cento partiti di sinistra – ma lo fanno sbuffando perché cento sono pochi, ovviamente, non rappresentano ancora tutta la straordinaria complessità di pensiero degli uomini di sinistra.

“O si fa esattamente come dico io o tanto vale che vinca la destra!”, sostiene l’uomo di sinistra magari lasciando il campo aperto a pericolosi razzismi, idiozie antiscientifiche e retoriche nazionalistiche.

“Perlomeno io sono coerente”, si vanta l’uomo di sinistra tutto compiaciuto.

Gli uomini di sinistra perdono le elezioni – sconfitta che imputano sempre agli altri uomini di sinistra, rei di non aver aderito completamente alle proprie geniali idee di veri uomini di vera sinistra.

E gli uomini di destra?

A loro basta pochissimo. Si raccolgono attorno a due/tre concetti chiave (perlopiù minchiate bassoventriste) e le elezioni le vincono.

Vanagloria, e attentato al Papa

Niente. Il racconto E’ tutto bianco mi ha fatto vincere l’edizione IV del Concorso Letterario “Rosso d’inverno” di Dosson di Casier (TV). Giorni veneti di bei fiumi silenziosi, di persone gentili, di playlist, di maschere, di mamme straniere che (a Venezia) dicono al pargoletto piangente “Crazy! You’re in the most beautiful place in the world and you want to go home!”, di stradine strette appiccicate all’Adige per chilometri e chilometri.

E poi quel racconto che hanno letto. Scritto da una ragazza di Livorno. Che parla del nonno che non ha mai conosciuto, il nonno fotografo che il 13 maggio 1981 era in Piazza San Pietro e che ha scattato la foto di Wojtyła appena colpito dalla pallottola di Ali Ağca – forse la foto più diffusa in assoluto relativa all’attentato. Il nonno che non ha accettato compensi e che l’ha regalata alla stampa – rinunciando verosimilmente a una mezza fortuna. Quel racconto, in cui la ragazza immaginava cosa avesse potuto provare il nonno quel giorno. Quel racconto, supporre l’inconoscibile. Quel racconto. E il padre di lei, probabilmente il figlio del fotografo, in platea, che durante la lettura si strusciava a più riprese il fazzoletto sugli occhi. Più DeLillo di DeLillo, perlomeno come concetto.

 

Un anno da lettore (2017)

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Con nessun intento esibizionistico (excusatio non petita: sono solo uno che in piena coscienza ha deciso di guardare due/tre serie tv all’anno al massimo* eccetera e poi insomma chi l’ha detto che sono tanti eccetera conosco gente che legge anche di più eccetera), riporto come sempre o quasi sempre, grazie ad Anobii, la lista dei libri letti nel 2017. Quelli in alto sono gli ultimi letti, quelli in basso i primi. Vorrebbe essere la fotografia di un percorso di letture (molto eterogeneo, credo) sulla scia di quel che aveva fatto Hornby in alcuni dei suoi libri di non narrativa.

La miglior cosa letta è senza dubbio alcuno I detective selvaggi di Roberto Bolaño – probabilmente tra i romanzi più potenti e visionari degli ultimi 20 anni. Impressiona la naturalezza nel costruire realtà submitologiche basandosi su strutture a più voci. Ben piazzati Libra di DeLillo, American Gods di Gaiman (pur con le sue ingenuità stilistiche) e Storie della tua vita di Chang.

Come si diventa nazisti di William Sheridan Allen

Bitcoin Revolution, di Capoti, Colacchi, Maggioni

American Gods di Neil Gaiman

La nausea di Jean-Paul Sartre

Le avventure di Gunther Brodolini di Alessandro Gori

Duma Key di Stephen King

La ferocia di Nicola Lagioia

Verso Occidente l’impero dirige il suo corso di David Foster Wallace

Portatile di David Foster Wallace (letto in parte)

Colla di Irvine Welsh

Storia della mia gente di Edoardo Nesi

Dissipatio H.G. di Guido Morselli

Nominazioni di Alessandro Raveggi

Il generale nel suo labirinto di Gabriel Garcia Marquez

Preghiera per Cernobyl’ di Svetlana Aleksievic

Sulla letteratura di Umberto Eco (riletto)

Damasco di Suad Amiry

La bella di Buenos Aires di Manuel Vázquez Montalbán

Mondoviaterra di Eddy Cattaneo

Libra di Don DeLillo

Se fossi fuoco, arderei Firenze di Vanni Santoni

La stanza profonda di Vanni Santoni

I detective selvaggi di Roberto Bolaño

Zero K di Don DeLillo

La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth

L’età dell’oro di Edoardo Nesi

Americana di Don DeLillo

Il mestiere dello scrittore di Haruki Murakami

Selezione naturale di Tricia Sullivan

Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli

Storie della tua vita di Ted Chiang

Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy

Body Art di Don DeLillo

Tondelli, il mestiere di scrittore di Fulvio Panzeri

Chi ha usato questo letto, di Raymond Carver

Stoner di John Williams

Sognare e scrivere di Jorge Luis Borges

Mattatore di Roberto Bosio

Le ragazze di Sanfrediano di Vasco Pratolini

Dieci piccoli indiani di Agatha Christie

 


* Quest’anno sono state Stranger things (prima e seconda stagione) e Il racconto dell’ancella, entrambe ottime, entrambe capaci di rendermi un superpassivo ed appagato schermomane per una decina di ore di fila a stagione o giù di lì.

 

10 canzoni del 2017

Ecco le 10 canzoni uscite nel 2017 che più ho ascoltato nel 2017 e che forse hanno significato qualcosa più delle altre nel 2017 (unica regola seguita: un pezzo solo per ogni autore):

Pain of Salvation If This Is the End (tra i brani più semplici dell’ultimo straordinario ITPLOD, testo sentitissimo e antiretorico, ballad rock intimista e funerea che esplode in un’ira spudoratamente RATM – stay! stay! stay!).

UlverSouthern Gothic (maestosa, ancora funerea, spaziale, imperdibile).

MotorpsychoA Pacific Sonata (15 minuti di purissimo suono Motorpsycho, le melodie confortanti e molto Let them eat cake nella prima metà, l’ossessivo soliloquio nella parte finale).

Billy CorganHalf-life of an Autodidact (Machina risuona ancora e ancora, vivo e acustico)

GirlpoolYour Heart (da un disco magari non eccezionale per originalità ma molto godibile che ho finito per riascoltare mille volte – fa molto indie anni ’90).

OzoraAmOre (lento vagamente Renga & Timoria che chiude un album metal progressivo che per me è stata una vera sorpresa).

Beach HouseChariot (apre un disco di B-sides tutt’altro che brutto, solite efficaci atmosfere da raccolta, da lettura, da neve, da caminetto, da isolamento patologico).

CaparezzaUna chiave (riempie i dotti lacrimali per 13 o 14 motivi tutti assieme).

Peter SilbermanNew York (ultradelicata, impalpabile, persino inudibile – finché il ritornello non ti si stampa in testa e ciao).

MastodonJaguar God (disco trascurabile, il nuovo Mastodon – ma questa canzone, questo brillante assolo finale…).