Tragedies repeat themselves in perfect circles

Giusto per segnalare che gli Ulver sono tornati, e l’hanno fatto con un dischetto niente niente male.

Che potevano combinare, i cupi norvegesi, dopo le ultime esasperate derive astratte? Che potevano comporre, dopo aver sottratto tutto il sottraibile?

Un disco pop?

Un disco pop. Che si chiama The assassination of Julius Caesar e rilegge ulvericamente alcune sonorità anni ’80 tipo Depeche Mode, Simple Minds eccetera.

Ulvericamente: deprimendole, donando loro profondità, tridimensionalità, colmandole di raffinatezze.

Un disco pop fresco, comunque canticchiabile, di classe. Synth, voce, sezione ritmica ipnotica, qualche strumento a fiato qua e là. Roba come Nemoralia e Southern Gothic, insinuante e irresistibile.

E poi c’è tutto il complesso discorso sui testi, come sottolineano alcune recensioni, e Lady Diana e Charles Manson e il declino dell’impero romano, perché questo è un disco pop che parla di morti e tragedie, dall’antichità a oggi, e ci sono gli immancabili riferimenti classici tipicamente Ulver, quel loro gusto per il dramma cosmico eccetera. Che credevate? Che si parlasse d’amore e hit me baby one more time?

Un disco pop degli Ulver.

Pollice alto.

 

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Americana, di Don DeLillo

DeLillo-Americana

Spesso, leggendone i libri, ho l’impressione che la mission di DeLillo sia la stessa del grande Kurt Vonnegut. Ribadire l’umanità. Sottintendere la necessità di pace e armonia. Inventariare tutti i modi in cui, invece, la società sta viaggiando a vele spiegate in direzione inversa.

Come Vonnegut, DeLillo mette in scena personaggi stralunati, disallineati, sballottati qua e là dagli eventi. Disorientati dagli eventi stessi. Anche se lo fa – le analogie finiscono qui – con strumenti drasticamente diversi. Lo stupore degli uomini di Vonnegut di fronte alla violenza della realtà è di tipo fanciullesco e sottilmente ironico. In DeLillo i personaggi sono di altra pasta, hanno vissuto e sperimentato e soprattutto elaborato – possiedono strambe strategie di fuga. I due tipi di prosa, uno candido e minimale, l’altro cesellato e spiazzante, rimarcano bene questa differenza.

Americana è il primo libro di DeLillo ed è un gran bel libro. Abbastanza lineare nella sua prima parte, caotico nella seconda. Contiene in nuce tutti gli elementi che faranno la fortuna del DeLillo futuro (si fa fatica a pensare che sia stato pubblicato nel 1971). Racconta la storia di un uomo, David Bell, il quale lavora per un network televisivo o qualcosa del genere, che a un certo punto decide di partire per un viaggio in camper per gli USA con un paio di amici e una donna piuttosto misteriosa. Ma non è il viaggio, come si potrebbe pensare, il piatto forte del libro. Il viaggio, lo spostarsi fisico, rappresenta invece un elemento piuttosto marginale. Il centro di gravità dell’opera è la testa di Bell – la sua vita sprecata, la sua disillusione, i suoi stravaganti tic (isole di libertà in mezzo al rigore amministrativo in cui si trova ingabbiato). Tutto sta lì a veicolare la sua precarietà. Lampi di memoria che diventano disconnessi flashback. Rivalutazioni tardive. Disperati tentativi di mediazione esistenziale tramite telecamera – posso razionalizzare un evento significativo solo quando lo osservo da questa parte dello schermo. Considerazioni letali emergenti dalla baraonda dei tempi. Sproloqui notturni (geniali) di un dj a spiattellare certe ansie inesprimibili (embrioni delle tirate apocalittiche di Lenny Bruce su Underworld). Il libro è frammentato, scisso, come da manuale del postmoderno, quanto la testa di Bell. E altrettanto irrisolvibile.

Non è perfetto, intendiamoci. Leggendolo mi è capitato di pensare che il materiale potesse esser meglio amalgamato. E nella seconda parte si chiede molto al lettore – il filo da seguire è sottile e seppellito da camionate di parole e idee. Americana ha un suo duro cuore sperimentale e insegue tutta una serie di deviazioni intuitive. Non chiedete una trama né scorrevolezza. Armatevi di pazienza e immaginazione. Di materiale da ficcare nei vuoti, nelle crepe, nei salti logici. DeLillo si legge pagina per pagina – talvolta lo immagino mettersi alla macchina da scrivere senza la minima idea di dove andare a parare. Si legge frase per frase, ogni frase un macigno, un pensiero complesso, uno slancio metafisico. Si guarda come si guarderebbe un’opera di arte moderna: oltre l’elemento spoglio ribolle sempre un universo di significato.

Sono qui dentro (sull’incipit di Infinite Jest)

Lego Infinite Jest

ANNO DI GLAD

Siedo in un ufficio, circondato da teste e corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia. Sono in una stanza fredda nel reparto Amministrazione dell’Università, dei Remington sono appesi alle pareti rivestite di legno, i doppi vetri ci proteggono dal caldo novembrino e ci isolano dai rumori Amministrativi che vengono dall’area reception, dove poco fa siamo stati accolti lo zio Charles, il Sig. deLint e io.

Sono qui dentro.

Il primo capitolo di Infinite Jest di David Foster Wallace, innestato dentro un complicatissimo capolavoro di 1000 e passa pagine, è (già di per sé) un prodotto di fenomenale architettura narrativa. Nell’ultimo periodo mi è capitato di rileggerlo e di fare maggior attenzione ai dettagli – i dialoghi spezzati, la tensione interiore crescente, la pace illusoria del flashback, il finale devastato.

E l’incipit, le primissime righe (nella traduzione italiana di Edoardo Nesi), sono un capolavoro nel capolavoro nel capolavoro. Qui per esempio se ne parla un po’, ma credo se ne potrebbero aggiungere delle altre.

Quel Sono qui dentro, per esempio. Lo vedo come un passaggio cruciale dell’intero lavoro, una specie di dichiarazione d’intenti, una comunicazione privata e confidenziale al lettore, una strizzatina d’occhio.

Sono qui dentro. Un’espressione potente e polisemica, che può essere – appunto – interpretata in diversi modi, soprattutto dopo aver terminato il libro e aver acquisito maggior confidenza con l’opera omnia di Wallace – col suo cervello ricorsivo.

Scatole cinesi.

(Io) Sono qui dentro. Cioè: io personaggio della storia mi trovo dentro questa stanza con queste persone in questo giorno di novembre.

(Io) Sono qui dentro. Cioè: la mia mente, la mente del personaggio della storia, il mio io, è dentro questa testa e questo corpo che segue consciamente la forma della sedia, dentro questa carne, dentro al personaggio fisico che tu lettore stai cominciando a immaginare, celata in questa materia fittizia – il che assume ancora più senso man mano che si viene a conoscere la personalità introversa e sfuggente di Hal.

(Io) Sono qui dentro. Cioè: io persona David Foster Wallace mi sto nascondendo dentro Hal, Hal mi rappresenta spesso (se non sempre) all’interno di questo libro. Quello che pensa lui è quello che penso io.

(Io) Sono qui dentro. Cioè, infine: io persona David Foster Wallace sono sparso/disseminato nei due chili di pagine che stai tenendo in mano proprio in questo momento, io sono le pagine fisiche e l’inchiostro stampato, io sono sia dentro Hal che fuori Hal, io sono il mastermind, io sono Mario e Orin, io sono Don Gately, io sono Joelle, io sono la Cicogna Matta che ficca la testa nel microonde, io sono la sua moglie nevrotica eccetera, io sono le descrizioni e i raccordi, io sono le digressioni sulla teoria cinematografica e sui tatoo, io sono tutto il libro – interpretazione confermata dal fatto che molte delle vicende di Infinite Jest siano 1) esperienze vissute da Wallace stesso e qui trasfigurate (si pensi alle descrizioni delle partite di tennis, all’uso delle sostanze, all’ossessione grammaticale di Hal, alle divagazioni sentitissime sulla depressione, ai momenti Alcolisti Anonimi eccetera) e 2) teorizzazioni e/o astrazioni partorite dallo scrittore qui compattate, reificate, rese organi vitali del romanzo (l’intrattenimento perfetto come gabbia irresistibile e fatale, il suo corollario volto-nascosto-di-Joelle, tutto il discorso su catapulte & spazzatura, il tennista straordinariamente metaforico che entra in campo sempre con la pistola puntata alla tempia e che prima dell’inizio di ogni match dichiara che in caso di sconfitta si toglierà la vita – col risultato che vince sempre – eccetera). In sostanza, forzando un tantino le cose ma se no che gusto ci sarebbe, ecco che anche l’interpretazione più profonda e azzardata appare del tutto legittima. Sono qui dentro sta anche se non soprattutto per:

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