Sleeping pulse

Gli Sleeping Pulse, leggo, sono un progetto di Mick Moss degli Antimatter (imparentati con gli Anathema, che qui dentro riscuotono un certo successo) e di tale Luis Fazendeiro. Sono in rotazione da qualche giorno. Scuri, certo, ci mancherebbe, ma anche con quel tocco di pinkfloydità che non ha mai ucciso nessuno. E che stempera il tutto, lo dilata e lo rende tollerabile anche alle anime più candide. Ci trovo qualcosa degli Opeth più accessibili (In my time of need, you know?) e pure, sarò pazzo, venature di Eddie Vedder nella voce, in special modo sui toni medi. Il tutto è gestito con equilibrio et classe, e scorre via che è un piacere. Il disco si chiama Under The Same Sky e mi pare un buonissimo lavoro.

Ultime musiche

Talvolta la gente si stupisce quando confesso che, sì, mi piace Caparezza. Ma è così, ragazzi: mi piace Caparezza. Lo seguo da diversi anni – il blog è testimone – e penso che il cantautore pugliese abbia per una manciata di tempo rappresentato – come si dice – vizi e virtù – ma soprattutto i primi – dell’italica penisola in maniera più vivida e centrata rispetto a tanti suoi colleghi – e qui parlo dei colleghi per cui sbava la critica, quelli che fanno musica alta e nobile e davvero impegnata. Il nuovo disco di Michele Salvemini però mi ha lasciato un po’ così. Non solo mancano le hit del passato (Vieni a ballare in Puglia, La mia parte intollerante, Eroe) o quei pezzi scurissimi che, dio, ti mangiano vivo come – che so – Non mettere le mani in tasca, ma probabilmente qui si toccano vertici di egocentrismo che hanno superato la soglia, e forse forse questa logorante guerra tra lui e la succitata critica dovrebbe da qui in avanti trovare meno spazio nei suoi lavori (leggi: avrebbe rotto i cosiddetti (leggi: le palle)). Qualche buon brano c’è – la meshuggiana (?) Argenti vive, Canzone a metà, Figli d’arte – ma nel suo complesso il disco è meno incisivo rispetto alle cose del passato, e pochi sono i momenti che lasciano davvero qualcosa.

Ed è tornata anche la ormai cinquantenne e iperbotulinica Tori Amos. Il nuovo si chiama Unrepentant Geraldines e rappresenta, dopo il periodo pomposo-sinfonico-classico che solo tre persone nell’universo hanno trovato vagamente interessante, un parziale ritorno a cose come Scarlet’s Walk e American doll posse. Ed è festa grande, tra ballad pianistiche nel classico stile Tori – Wild Way, Invisible Boy, Oysters – e composizioni più articolate come il brano che dà il titolo al disco. La parte centrale del lavoro è forse un po’ confusa e scivola via senza prender posizione netta, ma il resto è ispirato e convincente. E la voce, quella non è invecchiata di una ruga.

Nuovo disco, il miliardesimo?, anche per Devin Townsend, altro multiforme eroe dei miei vent’anni. Il progetto si chiama Casualties of cool e vede alla voce la bravissima (e bella) Ché Aimee Dorval. Notturno, intenso, countryfloydiano, dilatato e bruscamente caliente, questo ennesimo travestimento townsendiano rischia di diventare – lo sento –  uno dei migliori dischi dell’anno.

In questi giorni, infine, esce anche Distant Satellites degli Anathema. Che è un disco che, se da una parte cerca di riprendere con malcelata furbizia alcune quelle strategie che avevano fatto le fortune del precedente Weather Systems, dall’altra recupera – soprattutto nella sua seconda metà – l’umore e le strizzate d’occhio all’elettronica dei lavori di una decina d’anni fa. E si può dire quel che si vuole, e si può dire che gli arrangiamenti potrebbero esser più curati e originali, che la marillionizzazione è sempre più palese, che le tastiere sono ingombranti, che la voce è mixata troppo in alto, che i testi sono di una dolorosa (ma rassicurante) banalità, che il trucchetto di Untouchable I & II piazzate all’inizio del disco non può funzionare in eterno, che, che che. Ma le canzoni, piaccia o non piaccia, ci sono anche qui. E sono scritte da dio. Ed è subito fissa per The lost song II, ascoltata in loop in mezzo al turistame fiorentino di mezzo pomeriggio, ed è subito amore per la title-track, ed è subito tormentone inspiegabile per You’re not alone. Come diavolo ci riescono, accidenti a loro?

(ah, e ora esce il nuovo Mastodon)

Verso primavere musicalmente promettenti

Perché da qui a un paio di mesi escono, non nell’ordine:

Anathema – Distant Satellites. Che si preannuncia galleggiare sulle stesse onde emotive dei precedenti, e cioé tanti Feeeeeel e Youuuu e tante voci invadenti, tanti arpeggi e tanti ritornelli che solari è dir poco. E come al solito ai primi ascolti sarò semideluso – è tutto qui? questa roba dovrebbe piacermi? io non sono il tipo che ascolta questa mielosaggini – e poi e poi dopo un paio di settimane – come al solito – avrò sviluppato una morbosa dipendenza e amerò gli Anathema come e più di prima, nei secoli dei secoli amen.

Tori Amos – Unrepentant Geraldines. Sussurrano che sia un ritorno alla Tori pre-fascinazione per le orchestrazioni, la musica classica e tutta questa roba pomposa e pallosa. Aspetto curioso ma senza particolare ansia. Mi piacerebbe, sì, esser sorpreso.

Mastodon – Once more ‘round the sun. Qui – considero i Mastodon forse la miglior rock band attualmente in circolazione – invece mi attendo grandi cose. Il singolo che gira in rete – High road – potrebbe far pensare ad un lavoro ancor più modellato sulla forma canzone, un po’ sulla scia di The Hunter, materiale conciso e trascinante e diretto e canticchiabile. Esce a giugno, e non vedo l’ora.