Music & persons

Pensate al voi stessi di quindici anni fa.

Pensateci, voi che siete troppo pigri per tenere un diario.

Sforzatevi di pensare ai pensieri che stavate pensando esattamente in quel periodo (metacognizione differita?). Cercate di recuperare le idee che allora avevate sul mondo, sulle persone che vi stavano attorno, i vostri progetti, il modo in cui guardavate al passato.

Com’era la vostra mente, quindici anni fa?

Chi era quella persona col vostro nome, con qualche chilo in meno e qualche capello in più, che si aggirava per l’universo?

Un estraneo.

Qualcuno di cui non potete ricordare i processi di pensiero, qualcuno con cui fate persino fatica a immedesimarvi. Qualcuno di stupidamente sfuggente.

Lui, quel tipo col vostro stesso nome – fate addirittura fatica ad attribuirgli dei desideri, delle necessità, delle volontà.

Un estraneo, dunque, ma non solo. Un manichino sballottato qua e là dalle leggi fisiche. Un uomo col vuoto dentro la testa. Lui, esso.

Io sono io solo adesso, adesso – questa la vocina tremenda che vi risuona dentro.

Come se vi sentiste un’entità unica e cosciente e compiuta solo ed esclusivamente nell’esatto momento in cui affrontate il presente. Ora mentre leggete. Ieri eravate un po’ meno Voi rispetto a oggi. Quindici anni fa, parecchio meno.

Certo, siete evolutivamente modellati anche per pensare che esista una certa continuità col Voi di quindici anni fa. Ma a conti fatti è una continuità più convenzionale (illusoria) che reale. Ripeto: i pensieri di quel vostro Voi del passato, sforzatevi quanto vi pare, vi appariranno impenetrabili più o meno come quelli delle altre persone.

Poi un giorno vi capita di rimettere su uno di quei pezzi che ascoltavate proprio in quel periodo, quindici anni fa. Bravado dei Rush, nella commovente versione presente su Different Stages.

E nell’ascoltarla non riaffiorano solo le emozioni – sarebbe la solita banalità. Riaffiorano prodigiosamente anche alcune sfumature dei pensieri che stavate facendo allora (la dicotomia pensieri/emozioni sparisce presto quando riflettete abbastanza a fondo sulla portata di certe scoperte delle neuroscienze).

E allora si riapre una finestrella sul vostro Io di allora. E lo capite meglio, quasi empatizzate con lui, con quell’estraneo dalla testa vuota che faceva cose senza senso, senza scopo. Come se la canzone riattivasse tutto un contesto dimenticato, soppiantato, e ridesse vita a un percorso neurale ormai scarsamente battuto. Musica non solo come recupero di un passato emotivo. Musica come recupero di un passato cognitivo.

Ed ecco che quella testa vuota si fa meno vuota. Perché la riempite con un po’ di pensiero, con due o tre scopi, con qualche bisogno, con una certa idea che allora potevate avere del mondo (1).

Allora lo riguardate con occhi nuovi, quel tipo-marionetta, e lo salvate, lo sottraete al regno delle cose, lo rendete umano, proiettate su di lui l’illusione della coscienza che in questo momento state magistralmente proiettando su voi stessi.

Lo riconoscete come Voi.

Finché dura la canzone, s’intende.

When the dust has cleared, and victory denied…


(1) Prendete un oggetto, dategli delle necessità e la capacità di manipolare il contesto per soddisfarle. Ora osservatelo con attenzione mentre si aggira per l’ambiente mutevole: presto apparirà un’anima.

Do we have free will?

C’è qualcosa di profondamente disonesto in un video del genere.

Mancanza di approfondimento, fallacie logiche come se grandinasse, il sorriso compiaciuto del tizio che ammicca qualcosa come “fatevi furbi, credete alla Grande Mente“. C’è qualcosa di profondamente ingiusto e fraudolento nello spiegare le cose in questo modo pseudo-scientifico.

E no, dear YouTube, questo video non rientra tra quelli che “mi potrebbero piacere”. Ma grazie lo stesso per la segnalazione.

Comprendere la coscienza, di Antonio Damasio

Su alcune questioni mi sono fatto un’idea leggermente diversa, ma tant’è. Conferenza lo stesso assai interessante.

Una riflessione a margine. Negli ultimi tempi, quando capito in libreria, mi rendo conto che gli scaffali dedicati alla saggistica scientifica e alla psicologia vengono sempre più invasi da volumi che riguardano il tema della coscienza dal punto di vista delle neuroscienze o, spingendosi ancora più in là, la questione dell’illusorietà dell’Io e dell’impossibilità di un libero arbitrio. Immagino che un simile fermento intellettuale lo si potesse percepire, se si avesse avuto la possibilità di farci la necessaria attenzione, anche negli anni che hanno preceduto la pubblicazione de L’origine delle specie, dell’Elettrodinamica dei corpi in movimento o dello studio di Watson e Crick (e Rosalind Franklin) sulla struttura molecolare degli acidi nucleici. La storia della scienza sembra indicare che una nuova scoperta, un’intuizione rivoluzionaria, non nasce mai dal nulla, ma è solo il necessario risultato finale di una sorta di brainstorming su scala planetaria. Com’è noto, se Darwin non si fosse sbrigato a riassumere tutte le sue idee sull’evoluzione delle specie in un agile volume, Alfred Russel Wallace avrebbe potuto anticiparlo e ‘fregargli’ la fama. La teoria dell’evoluzione era lì, pronta a farsi scoprire. Ci voleva solo una mente sveglia che mettesse assieme i pezzi del puzzle e che poi avesse la capacità di spiegare al mondo l’intera storia in maniera elegante e convincente.

Ecco. Sulla base di quel che è successo con (tra i tanti) Darwin, Einstein e Watson-Crick, mi aspetto che da qui a pochi anni arrivi un tizio il quale riesca a tirare le fila per quanto riguarda tutte le discussioni su Io, Coscienza e Libero Arbitrio. Sembra il momento giusto perché uno studioso si imponga su tutti gli altri fornendoci una spiegazione coerente, chiara, con solide basi scientifiche e potenti implicazioni filosofiche e, perché no, religiose. Il tempo pare maturo.

Dopo aver appreso di avere un progenitore in comune con gli scimpanzé, dopo aver intuito che lo spazio e il tempo sono – contrariamente a quanto sembra – concetti relativi, dopo aver compreso la complessità della vita nei più minuscoli dettagli, l’uomo potrebbe dover fare i conti con un’altra idea spigolosa, controintuitiva, difficilmente digeribile. Un’idea che verrebbe divulgata, discussa nei talk show della domenica pomeriggio, analizzata assieme alle amiche dal parrucchiere, insegnata a scuola. Siamo solo eccezionali macchine biologiche prive di libera volontà. Siamo solo robot in carne e ossa. Ogni nostra decisione è inevitabilmente vincolata.

Per parte di madre o per parte di padre che lei vanta la sua discendenza da una scimmia?”, chiese durante un famoso dibattito il vescovo anglicano Samuel Wilberforce al ‘mastino di Darwin’ Thomas Huxley, immaginando di mettere così in difficoltà quest’ultimo, che si era apertamente schierato a favore della teoria dell’evoluzione.

“E’ quindi una serie infinita di incommensurabili microcause che l’ha spinta a indossare quell’orrida cravatta?”, potrebbe chiedere oggi, così immagino, l’interlocutore scettico Mario Bianchi all’autore del futuro libro che rivoluzionerà il nostro modo di guardare al Libero Arbitrio.

Con la sua provocazione, Wilberforce nel 1860 ha strappato due minuti di risate al pubblico in sala. E credo che Mario Bianchi, fine umorista, potrebbe oggi fare altrettanto.

Eppure il tempo potrebbe dare torto al secondo esattamente come ha fatto col primo.

Non possiamo che restare in attesa. Un tizio prima o poi arriverà.