Bryson, Amidon, Rovelli

americaperdutaAmerica perduta, di Bill Bryson. Il girovagare negli USA, sfruttando sentieri più o meno battuti, di un giornalista americano ormai residente in Inghilterra che va alla ricerca di alcuni dei luoghi visitati da bambino assieme alla famiglia, i viaggi tragicomici programmati da un papà che sembra uscito da un classico di Verdone. Un goffo riacciuffare la fanciullezza compiuto negli anni ’80, in un’America reaganiana che appare un po’ priva di slancio, spesso grottesca nella sua famelica mcdonaldizzazione, artefatta o così pretenziosa da risultare deludente. Bryson – che poi avrebbe scritto di meglio – è vivace e leggero, ma il suo voler esser a tutti i costi divertente può qualche volta risultare stucchevole. Ci sono dei bei momenti, comunque, e arrivano quando le aspettative son ridotte al minimo (per noi, e per lui).

Il capitale umano, di Stephen Amidon. Mi ci sono buttato perché Virzì – che da questo libro ha tratto un film splendido – durante un’intervista l’ha definito un mezzo capolavoro. O qualcosa di simile. E’ magnetico, col suo vincolante incedere da best seller, e trattasi di lavoro sostanzialmente più che discreto, niente di davvero speciale ma, un’analisi a grana grossa di uno spaccato socialqualcosa scritto con onestà e mestiere. Piacevole, ma – sorpresa! – il film è meglio.

Sette brevi lezioni di fisica, di Carlo Rovelli. Libriccino entry level sulle questioni che la fisica ha sollevato negli ultimi 110 anni – a partire dalla ‘relatività ristretta’ di Einstein. Si legge in poche ore ed è quello che vuole essere: semplice (fin quando è possibile), breve e scorrevole. Si parla di relatività, di meccanica quantistica, di origine dell’universo, di particelle elementari, di scorrere del tempo, del ruolo dell’uomo in tutto questo (il bel capitolo finale). Ho letto – anni fa – anche roba più complessa, ma per riprendere un po’ la mano con certi concetti va più che bene.

(e ora sotto con Il re pallido)

Di sudori, libri e musiche

Il caldo record – stavolta mi sa che è vero – di queste settimane ammazza sul nascere qualsiasi volontà. Chi può s’immerge nell’aria condizionata – a sua volta contribuendo così all’innalzamento delle temperature -, chi non può s’attacca al ventilatore o a liberatorie ingiurie verso il nostro caro Signore. L’hobby principale è, manco a dirsi, la rincorsa alla zanzara rompicoglioni: lo si pratica in lunghe notte afose e sudate, la strada è un fiorire di sparuti applausi fuori tempo, in occasione di risvegli ronzanti puntualmente accompagnati – rieccoci – da parole non proprio al miele per Colui che da lassù tutto osserva e decide e non so cosa. E’ un passatempo stanco, triste, lento, che non libera chissà quali endorfine.

In questo luglio assassino di voglie ho iniziato L’arcobaleno della gravità per poi abbandonarlo dopo 200 pagine (siamo al secondo abbandono in 15 anni, ma magari ci riproverò più in là) proprio perché poco appropriato al fiacco periodo (se l’avessi cominciato a febbraio l’avrei finito in 10 giorni, visto l’invidiabile ritmo di lettura che avevo trovato allora). Ho invece riletto con piacere Quattro amici di Trueba: leggero, divertente, tutto sommato credibile. L’ho ricomprato dodici anni dopo l’ultima volta che l’ho tenuto in mano – all’epoca dovevano avermelo prestato. Adesso sto leggendo America Perduta di Bill Bryson. Niente da segnalare: il solito piacevole Bryson.

Dal punto di vista musicale c’è sempre qualcosa di nuovo. C’è sempre qualcosa da scoprire. Per fortuna. Ho visto diversi spettacoli qua e là per la Toscana, di qualsiasi genere. Tra essi segnalo: Nick Oliveri (Kyuss, Queens of the stone age) al Nano Verde (Follonica o giù di lì), concerto acustico piuttosto suggestivo, all’imbrunire di una domenica sera morbidamente alcolica, in una location (si dice così) a dir poco spettacolare e Bobo Rondelli, prima una toccata e fuga al Marea Festival (Fucecchio) e poi show completo a Signa (Firenze). Il concerto di Fucecchio è stata una mezza folgorazione. Conoscevo il livornese ex Ottavo Padiglione solo di nome e lo snobbavo e sotto sotto detestavo con puerili argomentazioni (piace alla gente che non mi piace, non può esser minimamente interessante). Ho scoperto prima un animale da palco che propone spettacoli pieni di trovate, imitazioni, sketch, improbabili (e riuscite) miscellanee di generi, poi un artista di spessore e una voce notevole e teatrale quando mi sono avvicinato ai suoi dischi e al suo immaginario fatto di Livorno/Bevute/Sesso/Disperazione/Depressione/Ingenuità/Poesia-da-strada (qua e là tra le sue canzoni si trovano Piero Ciampi, Tom Waits, Paolo Conte, Bukowski etc etc). Per avvicinarsi a un artista vero e disturbato, che un po’ troppo fieramente ha con tutta probabilità buttato via una florida carriera di palazzetti colmi e vette di classifica, consiglio il disco fatto con Bollani (Disperati Intellettuali Ubriaconi) e il documentario che il suo amico Virzì ha realizzato su di lui e un po’ su tutta Livorno: L’uomo che aveva picchiato la testa.

Tre letture veloci veloci

Flatlandia, di Edwin Abbott. Idea straordinaria e grande opera di divulgazione. Come racconto, forse, poteva essere qualcosa in più. Comunque importante. (ne avevo parlato anche qui)

Una passeggiata nei boschi, di Bill Bryson. Il libro racconta l’avventura che lo scrittore ha intrapreso assieme all’amico Katz sull’Appalachian Trail, sentiero americano che attraversa boschi e montagne per un tragitto complessivamente lungo più di 3000 km. A tratti molto divertente, leggero e piacevole. Consigliato se volete qualcosa di disimpegnato.

The demon-haunted world. Science as a candle in the dark, di Carl Sagan. Il caso vuole che stia leggendo questo libro, e soprattutto i paragrafi in cui Sagan definisce cos’è la scienza e il pensiero scientifico, proprio nel momento in cui la fisica potrebbe aver fatto un’incredibile scoperta: sì, mi riferisco alla storia della velocità dei neutrini (consiglio di seguire gli ultimi articoli su questo blog, assai competente in materia). Di fronte ai commenti sconcertati di molte delle persone che conosco (“ma allora Einstein aveva torto!” è ciò che ho sentito con più frequenza) mi sono reso conto di quanto negli ultimi anni sia mutata la mia forma mentis nell’affrontare tali questioni. Science is more than a body of knowledge. It is a way of thinking dice Sagan all’inizio del libro. Adesso, proprio adesso, realizzo quanto questa frase dica il vero.