Paul

Paul Pogba è uno dei più grandi sportivi dell’epoca moderna. Atleta straordinario, alto più di un metro e novanta, colosso inaspettatamente agile, dotato di una tecnica stupefacente e – soprattutto – di un campionario di intuizioni calcistiche fuori dal comune. Il tipo che guardi solo per capire cosa inventerà in quella determinata partita. Il tipo che ti spinge a vedere le partite perché c’è lui, con i suoi colpi, il suo divertire e il suo divertirsi. Il tipo che cura l’estetica della giocata, il tipo che non solo vuole vincere – vuole anche stupire. Stupire continuamente.

Il tipo, per capirsi, che se vince 4-0 ma alla fine della partita prende una traversa dopo un colpo straordinario non va a casa proprio felice al 100%. Giustamente, da un certo punto di vista – il mio e il suo.

“E’ come allenare Carl Lewis“, disse qualcuno.

“L’aggettivo giusto per lui è impressionante. Lo si vede ovviamente anche in partita, ma in allenamento con la testa più sgombra sono ancora più evidenti la sua classe e la completezza del suo bagaglio tecnico”, disse qualcun altro.

Fa ammattire i reazionari pallonari, Paul, quelli che detestavano il giovane Ibrahimovic o il primo Neymar. Quelli per cui Zidane era una foca. Loro amano la sobrietà, la semplicità, la noia. Arte degenerata! Se uno ha il coraggio di osare qualcosa di più – che sia nei campini di periferia che sul palco della Serie A – è un montato, un supponente, un effimero fenomeno da circo. “Non sarebbe meglio un giocatore normale al posto suo?”

– il calcio è musica sotto diversi aspetti, è seguire un copione e poi improvvisare su di esso, velocemente, cogliendo in un attimo ciò che succede attorno a te e piazzando tra le tante la miglior giocata o il miglior assolo, funzionale e bello: in questo senso Paul è uno che improvvisa senza sosta, il tizio che non si accontenta mai di fare mero accompagnamento –

– il calcio è problem solving alla velocità della luce –

– un po’ Hendrix, un po’ Basquiat, con quei capelli un po’ così –

Paul Pogba è un fenomeno, un ragazzo solare e (ciò si percepisce) tutt’altro che stupido, un calciatore che legge libri, un ventenne che legge libri, uno che è arrivato lì per doti naturali e perché – chi ha fatto sport sa come funziona – si è fatto un culo così. Uno che si ferma a fine partita a regalare le scarpette ai ragazzini. Uno che porta – ne sono sicuro – tanti bambini ad appassionarsi al calcio. Perché pochi come lui sanno rendere questo gioco così scintillante.

D’altra parte Paul Pogba, ha detto un bambino di sette/otto anni l’altro giorno sul treno facendomi venire i brividi, un bambino che è vero e proprio capolavoro genitoriale, è anche “la scimmiaccia sudicia che gioca nella Juventus” (sic).

Fatto che rende istantaneamente la straripante affermazione di Paul significativa sotto mille altri aspetti.

Questo post (che volevo scrivere da un po’) è nel suo piccolo un obliquo tentativo di rimettere un po’ le cose a posto.

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Balotelli, razzismi, vittimismi e (non)libero volere

Photo Credit: Shutterstock.com/ollyy

Tempo di mondiali. Parliamo di calcio. O meglio: sfruttiamo il calcio per parlare di altro. Liquidiamo dunque subito l’aspetto tecnico. Da persona piuttosto competente in materia (credo), in linea con tutti gli allenatori che lo hanno allenato, ho sempre visto in Mario Balotelli, il bizzoso centravanti della Nazionale italiana di calcio, un grande talento e delle qualità fisico-tecniche notevoli ma largamente inespresse. Sulla scia di quanto aveva fatto negli anni passati con la maglia azzurra, pensavo e speravo che avrebbe giocato un buon mondiale. E invece ha sbagliato, assieme a molti compagni, almeno due partite su tre: e in competizioni del genere, toppare un paio di gare – se non, a volte, una sola – significa tornare a casa. E così è stato. Delusione totale. Offese. Ortaggi. E tutti gli italiani CT a ricordare che con la loro formazione avremmo vinto tutto e di più. Scene già viste.

La retorica vorrebbe che nello sport, come si dice, si vince e si perde. E quando si perde si può riflettere sugli errori tecnici commessi, si fanno i bilanci, si possono rimettere in discussione alcune scelte, eccetera. Giusto così.

Quello che è assurdo e ingiustificabile è invece l’accanirsi verso un singolo giocatore. E’ successo in passato, certo, verso calciatori che avevano fallito in una competizione con la Nazionale e che vestivano la maglia di certi club, nei soliti pallosi campanilismi tutti italici. Ma in questo caso mi pare che la bava alla bocca degli italiani – e la malcelata soddisfazione per l’eliminazione le insufficienti prove di Balotelli – abbia superato abbondantemente la soglia.

Il motivo è così semplice, così lineare, che spesso paradossalmente tendiamo a non tenerlo nella giusta considerazione o a ritenerla demagogia da quattro soldi. Balotelli è un italiano nero. In più, oddio, famoso. E questo – leggete i commenti alle notizie relative alla Nazionale uscite in questi giorni per farvene un’idea – non è accettato più o meno esplicitamente – stiamo bassi – da almeno il 50% della popolazione. Si possono fare mille discorsi da bar. Sul suo uso di Twitter (come usano tutti), sui soldi, sul caratteraccio. Moralismi vari. Di tutto e di più. Eppure il succo del discorso – il vero capo d’imputazione nei suoi confronti – è un altro: lo confermano in maniera indiretta quelli che, credendo di non lanciarsi in un ragionamento di tipo razzista, ci ricordano di continuo che se fosse bianco non sarebbe in Nazionale. Insomma: la Federazione Italiana Gioco Calcio fa, secondo loro, la carità al povero negro. 

Ora, Balotelli ha effettivamente un carattere decisamente insopportabile. Così appare, mediato dalle telecamere. E’ supponente e, soprattutto, vittimista. O meglio: è vittimista e dunque supponente. Crede che tutto il mondo sia contro di lui e, dunque, lo sfida di continuo. Ce l’avete con me? Credete di potermi buttar giù? E io (come un bambino, ndG) mi tingo i capelli di giallo: del vostro pensiero me ne frego, non mi sfiora, io vado avanti per la mia strada. 

Leggere – tra gli altri – Sam Harris ti aiuta a ponderare certe questioni col necessario distacco. A risparmiare bava. Ad essere, se vogliamo, serenamente fatalista. E a capire che se un carattere è tale, lo è per tutta una serie di concause che si trovano a monte e che sono spesso se non sempre al di fuori del nostro controllo. Che non è giustificare l’ingiustificabile, come si direbbe banalmente al Bar dello Sport. Non è trovare scuse. Ma è l’unico modo serio di guardare alla questione – e qui chiaramente si va oltre il semplice affare-Balotelli.

La storia del centravanti della Nazionale è la seguente (mi fido di wikipedia). Balotelli non solo è stato abbandonato – come dice lui – dai suoi familiari biologici ghanesi (immigrati poveri e forse – non ne so abbastanza – non colpevoli di nulla, ma si può immagire cosa significhi la cosa per un bambino) in tenerissima età, per essere affidato ad una famiglia di origine italiana, non solo ha dovuto trascorrere i primi tre anni della sua vita passando da un ospedale all’altro perché venissero curati i suoi problemi all’intestino, non solo ha dovuto crescere – è nato nel ’90 – nella Padania più estrema e intollerante (erano gli esordi celtici della Lega Nord), non solo ha dovuto aspettare i 18 anni per essere riconosciuto ufficialmente come italiano – e posso garantire che questo conta tantissimo per un bambino (1)… Oltre a tutto questo, Balotelli è, ad oggi, l’unico italiano nero famoso. Cosa che a molti, anche tanti che non lo ammetteranno mai, non va giù.

Possiamo solo immaginare tutto ciò che un ragazzo del genere – probabilmente il primo bambino nero nel suo paesino bresciano (2) – possa aver passato. Aneddoti, offese, battutine, emarginazioni, autoemarginazioni. Letture distorte di situazioni sociali. Possiamo solo intuire come certe vicissitudini, che vanno a modellare una personalità per certi versi fin dall’inizio fragile (sull’importanza delle cure parentali per il bambino nei primissimi giorni post-nascita e sul legame che esse hanno col modo in cui l’adulto tollererà lo stress si vedano per esempio gli ultimi capitoli di Psicobiologia dello sviluppo di Berardi e Pizzorusso), possano aver inciso in maniera perentoria sul suo carattere.

Balotelli è certamente vittimista (3). E’ evidente. E lo è, non potrebbe essere altrimenti, per tutto quello che c’è a monte – che non è dipeso da lui. E lo è perché – lo vediamo in questi giorni – l’Italia era ed è ancora un paese più o meno tacitamente razzista. E più lui farà il vittimista, più l’Italia – non tutta, chiaramente – manifesterà il suo disprezzo per il famoso ragazzo nero italiano. E come replicherà, lui? Facendo ancor di più la vittima: perché, probabilmente, la condizione di lui-contro-tutti è quella in cui si è trovato più spesso nei suoi 24 anni di vita. E quella in cui si trova più a suo agio. Ed è quella che, forse, non gli permetterà di esprimere al 100% le sue potenzialità tecniche.

Perché non decide di uscire da questo circolo vizioso, che peraltro gli impedisce di diventare davvero un numero uno? Perché non capisce che se continua con quest’atteggiamento continua a fare il gioco degli italiani razzisti, che non aspettano altro per dimostrare che il nero è incivile e non si può integrare col bianco? Tutte belle domande. Che presuppongono, ingenuamente, che la volontà sia un qualcosa di astratto libero, e non semplicemente parte di un cervello formatosi in anni di incontrollabili e talvolta traumatiche interazioni con l’ambiente. E invece, come diceva Hofstadter in Anelli nell’Io, il libero volere non solo non esiste, ma è un’assurdità concettuale. Il volere è, infatti, necessariamente vincolato a ciò che siamo noi. Collezioni di esperienze (stimoli) e ricordi che di volta in volta ci indicano, loro, verso che direzione compiere il passo successivo. E, per quanto ci piaccia pensarla in maniera diversa, “noi” possiamo solo stare alla finestra e adeguarci. Come romanzi che qualcun altro scrive al posto nostro. Come direbbe il già citato Sam Harris: you’re not controlling the storm. You are the storm.

La verità, per concludere, è che il fardello di essere il primo italiano nero famoso è probabilmente troppo pesante per le spalle di questo ragazzo. Ma lo sarebbe stato per chiunque altro fosse passato attraverso le medesime vicissitudini. E’ uno che ha successo, è ricco, ha belle donne, non dovrebbe lamentarsi, dice Pippo Gualtiero Giubbolini al bar all’angolo, tra uno spritz e l’altro. Ma la notorietà, in questo caso, ha i suoi pro e i suoi contro. E lui – inconsapevolmente – sta portando avanti una battaglia che agevolerà il compito di quelli che verranno dopo (4). Probabilmente, date tutte le condizioni, non può farlo meglio di così. Con gli eccessi, con i vittimismi bambineschi. Con le repliche stizzite – è successo giusto ieri – verso gli italiani che non lo considerano un vero italiano. Ed è comunque interessante come la sua risposta inopportuna ad un singolo razzista – un minus habens che aveva postato un video in cui dopo il fallimento mondiale gli ricordava la sua non italianità – venga trasformata da certa stampa in una sorta di diretto attacco alla dignità – qualunque cosa voglia dire – della Nazione. Il ragazzo famoso nero e viziato offende agl’itagliani. Cinque minuti d’odio aggiuntivi per lui.

(1) Ricorderò sempre l’entusiasmo con cui un bambino di origine albanese che allenavo venne a riferirmi che a scuola il sindaco lo aveva proclamato (non ufficialmente – non è legale fino ai 18 anni – ma non pareva non importargli) italiano, annullando in un colpo solo la distanza che lui percepiva – e che gli veniva fatta percepire – dagli altri bambini.

(2) Chiaramente non insinuo che tutti gli abitanti del suo paese siano razzisti. Anzi. Peraltro il suo legame con la famiglia a cui è stato affidato sembra saldissimo.

(3) Non fa statistica, ovviamente, né ha validità scientifica, ma tra le persone che conosco noto una certa correlazione tra problematiche infantili legate alle relazioni con i genitori e atteggiamento vittimista e pseudoparanoide da adulti.

(4) Non è un caso che diversi bambini di origine africana che conosco – come istruttore di calcio – facciano un tifo addirittura parossistico per lui. Non è questione di semplice fratellanza cromoepidermica: è il rendersi conto, implicitamente, che se viene accettato lui vengono accettati anche loro. Lui è il loro ariete: si prende soldi e notorietà, ma anche i colpi più dolorosi.

Insegnante e allievo: un esempio di reciproca intrusione cerebrale

I neuroni specchio sono stati individuati dal neurofisiologo italiano Giacomo Rizzolatti.

Da Wikipedia:

I neuroni specchio sono una specifica classe di neuroni scoperti nelle scimmie, l’identificazione nell’uomo è anch’essa assodata. Attraverso studi di RM, si è potuto constatare che i medesimi neuroni attivati dall’esecutore durante l’azione, vengono attivati anche nell’osservatore della medesima azione. Ulteriori indagini estese agli esseri umani non solo hanno confermato le attività neuronali sulla base di studi di neuroimmagine, ma hanno anche condotto a concludere che tali neuroni vengono attivati anche nei portatori di amputazioni o plegie degli arti, nel caso di movimenti degli arti, nonché in soggetti ipovedenti o ciechi: per esempio basta il rumore dell’acqua versata da una brocca in un bicchiere per l’attivazione, nell’individuo cieco, dei medesimi neuroni che sono attivati in chi esegue l’azione del versare l’acqua nel bicchiere.

Come detto più volte, sono un istruttore di calcio. Insegno, per quanto mi è possibile, tecnica calcistica a bambini che vanno di solito dai 7 ai 10 anni.

Aver a che fare con i bambini – seppur per una cosa di certo non fondamentale come il calcio – è molto divertente ma anche, se vogliamo, fonte inesauribile di spunti per riflettere sui processi d’apprendimento. Negli ultimi tempi, per esempio, mi è capitato più volte di pensare al rapporto tra  i neuroni specchio – la cui esistenza, nel mio piccolo, ho scoperto solo circa un anno fa – e il mio ruolo di istruttore. Ciò che ho osservato è insolito e, credo, da un certo punto di vista molto sorprendente.

Mettiamo che io cerchi di insegnare al bambino Pierangelo come si calcia un pallone col collo del piede destro. Mentre lui mi guarda in attesa di istruzioni, prendo la palla e la sistema sull’erba. Qualche metro di rincorsa, poi posiziono il piede d’appoggio – il sinistro – nel punto giusto, stendo il piede destro con la punta direzionata verso il terreno e calcio, cercando di non frenare la naturale corsa della gamba. Il pallone vola via.

Nell’osservare il mio gesto, i neuroni specchio del bambino si attivano. Il suo corpo mette in moto il ‘meccanismo del calcio’, anche se non c’è nessuna palla da calciare. Io entro nel cervello del bambino. Io premo qualche suo pulsante.

Passa del tempo, passano gli allenamenti, e arriviamo alla partita. A quest’età, la gara domenicale ha un solo senso: dà modo al bambino di dimostrare se è in grado di mettere in pratica ciò che ha imparato durante gli allenamenti. Pierangelo gioca attaccante. Durante una nostra azione d’attacco, gli arriva un pallone buono. Ci siamo. Il bambino si coordina. Piede d’appoggio nella posizione giusta. Punta verso il basso. Calcio secco in direzione della porta, proprio col collo del piede. Proprio come gli avevo insegnato io.

Ed ecco il fatto strano. Mentre Pierangelo sta calciando, io, che sono in panchina e sto guardando il suo gesto tecnico, sento che da qualche parte si attiva un certo impulso a calciare col piede destro. L’ho sempre sentito. Sempre, non sto barando: l’impulso c’era anche prima che venissi a conoscenza della scoperta di Rizzolati.

Uno stimolo quasi irresistibile. Il più delle volte riesco a frenarlo del tutto. Altre volte, invece, il movimento viene abortito dopo che ha già superato la fase di avviamento. Tardi. La gamba, leggermente, si muove.

Il bambino ha attivato i miei neuroni specchio?

Probabilmente sì.

Straordinario. Tramite questi speciali neuroni, io spingo all’azione Pierangelo e, successivamente, lui spinge all’azione me. Io entro nel suo cervello e lui nel mio. Io faccio una comparsata nella sua testa, e lui nella mia. E non solo a livello di astratte rappresentazioni, intendiamoci, dal momento che qui si parla di movimenti, di controllo del sistema motorio. Si tratta di predisporre un corpo altrui a un moto che la sua ‘coscienza’ non ha ‘deciso’ di compiere.

Forse la frase fatta con cui si riempiono la bocca i vari insegnanti, “anche noi abbiamo tanto da imparare dai bambini”, almeno in questo senso, ha una qualche base neurologica.