Ancora sulle due bestie che si aggirano da queste parti

Ne avevo parlato qui. Questo è il breve filmato che ho girato giusto giusto ieri sera, con un cellulare dalla videocamera abbastanza scadente, ahimé:

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Yuri nel paese delle meraviglie

Yuri e Fufi (quand'era ancora minuscolo)

Avere la possibilità di osservare un cane, giorno dopo giorno, è molto istruttivo. Non mi stanco mai, non è retorica, di apprendere tutto ciò che può insegnarmi. Davvero. Da questo punto di vista gli ultimi giorni sono stati, per me ma soprattutto per Yuri, il mio cane, meravigliosamente stimolanti.

Come segnalai con questa foto, da un paio di mesi Yuri ha in casa un nuovo compagno. Si tratta di un gatto di circa tre mesi, una piccola peste che Yuri ha prima accolto con una certa diffidenza ma che, col passare dei giorni, è divenuto sempre più un “amico inseparabile”. Tant’è che il cane, nei momenti di “noia”, va spesso a cercare il gatto negli angoli dove quest’ultimo è solito dormire o nascondersi.

Quando prendemmo Yuri, 6 o 7 anni fa, il cucciolo metà husky e metà pastore tedesco che oltrepassò il cancello di casa nostra aveva circa un anno di vita. Lo prelevammo al canile e non potemmo non accorgerci, fin da subito, del fatto che il piccolo aveva una tremenda paura di tutto e tutti, ma soprattutto degli umani, ai quali si avvicinava con esagerata sottomissione e arrendevolezza. Yuri non ha  mai – ovviamente – potuto raccontarci cosa è avvenuto nei suoi primi 12 mesi di vita, ma il sospetto che sia stato picchiato, o almeno tenuto segregato e trattato male, si è spesso insinuato nella testa di chi aveva a che fare con lui.

L’altro giorno stavo guardando un documentario inglese (Why we are what we are, o qualcosa del genere) in cui veniva ribadito come rendere stimolante l’infanzia dei cuccioli (e dei bambini) abbia concreti effetti sull’aumento del numero di connessioni neurali che i loro cervelli possono sviluppare. Meno permettiamo loro di incuriosirsi e di giocare, invece, più i loro cervelli saranno “poveri” o, almeno, “pigri”. Concetti già noti e arcinoti, ci mancherebbe, ma che non avevo mai sentito affrontare dal punto di vista neurologico.

Yuri non è un cane “stupido” (qualunque cosa voglia dire il termine), ci tengo a sottolinearlo, ed ha la solita straordinaria capacità di lettura del linguaggio non verbale di molti altri animali (avete presente quando il vostro cane sa – sa! – che siete in procinto di portarlo a fare una passeggiata ancora prima che l’abbiate realizzato voi stessi? Ecco: non è parapsicologia!). Non è un cane stupido ma ha sempre dimostrato poca passione per ogni aspetto ludico della sua vita da cane. Non posso non pensare che ciò sia dovuto – soprattutto – alla frustrazione subìta dal suo fanciullesco bisogno di giocare ed esplorare il mondo.

L’arrivo di Fufi (no, il nome non l’ho scelto io, non guardate me), il batuffolo di pelo che si tra trasformando  troppo velocemente in gatto, ha reso la vita di Yuri, come per magia, di colpo molto più divertente. E’ davvero emozionante osservare i due animali mentre si rincorrono in giardino, col gatto che per gioco salta addosso al fratellone, o mentre bevono – e talvolta mangiano – assieme dalla stessa ciotola, o ancora quando, esausti, riposano uno accanto all’altro. Mi piace pensare che Yuri stia recuperando, grazie all’aiuto di Fufi, tutti quei momenti ludici che gli sono stati negati nella sua infanzia canina. Che stia, almeno un po’, tornando cucciolo. Che il suo cervello si arricchisca di nuove eccitanti esperienze.

Ma è successa anche un’altra cosa, anch’essa motivo di riflessione – e di risate. Da un paio di giorni in casa è presente un piccolo cane di peluche, regalo di nonmiricordochi. All’interno del giocattolo si trova un motore a pile che, una volta azionato, gli permette di “camminare” e avanzare sul pavimento. Non è finita qui: il cane-finto, mentre zampetta senza meta, è infatti anche in grado di emettere – da un microfono rudimentale – dei gridolini vagamente cagneschi. Be’, inutile dire che la cosa ha incuriosito talmente Yuri (e, in misura minore, Fufi) che, non appena vede il peluche animarsi, non può fare a meno di avvicinarsi e di scrutarlo attentamente, cercando di tirarci fuori un qualche senso. Lo rincorre, talvolta gli abbaia contro con “timbro curioso”, lo protegge. Lo crede vivo, come un infante farebbe con un bambolotto di pezza.

Tutto ciò mi rimanda al racconto L’anima dell’animale modello III (ne ho accennato qui), presente nell’antologia L’io della mente e, inevitabilmente, a tutte le elucubrazioni sul nulla con cui ho infestato il blog negli ultimi mesi.

Yuri pensa forse che nel giocattolo ci sia una qualche anima?

Io penso forse che dentro Yuri ci sia una qualche anima?

Voi pensate forse che dentro di me ci sia una qualche anima?

E dentro di voi, invece, com’è la situazione?

Cosa pensa il mio cane?

(divagazione insulsa che nasce chiaramente da qui)

Un termostato ha una autocoscienza? Che domande! No, decisamente no. Fa il suo lavoro a feedback negativo nel migliore dei modi, ma saremmo tutti pronti a scommettere che lo fa inconsapevolmente. Ha un obiettivo da raggiungere e lo raggiunge, ma non lo sa. Una zanzara, invece, che è un aggeggio biologico, ha un’anima (in questo caso, sinonimo di autocoscienza)? No: anche qui, no. Non credo che nessuno si azzarderebbe ad affermare che essa possa uscire dal sistema, anche solo per un attimo, per valutare la qualità delle proprie azioni. Essa è infatti poco più di un termostato e va avanti a impulsi molto probabilmente inconsci: pelle? –> succhia sangue. Ombra in movimento? –> pericolo. Pericolo? –> svignatela. Ammazzarla non mi crea troppi problemi etici. Non ucciderei, però, un daino, un gatto o un’aquila. Se dovessi farlo (fame), non lo farei con la medesima leggerezza. Qualcosa vorrà pur dire.

Mano a mano che analizziamo il comportamento di esseri più complessi, in direzione Uomo, ci sembra di scovare in essi un’autocoscienza sempre più marcata, la quale tocca il suo picco, guarda caso, nella nostra specie. Ci sono specie che sembrano avvicinarsi parecchio al nostro modo di sentire, di provare dolore, di entusiasmarci etc etc. Perciò in generale tendiamo a rispettarle di più (in generale) e a provare empatia per loro. Probabilmente – la butto lì – tali specie attivano gli stracitati neuroni specchio (o una parte di essi) che dovrebbero scaricare quando osserviamo altri essere umani (e non solo) compiere azioni che noi stessi possiamo compiere.

(la telecamera è collegata alla tv. lo schermo mostra ciò che la telecamera riprende, il mondo là fuori. la foresta, il sole, un volto, una zanzara. nei milioni di anni, poi, la telecamera pian piano ruota su se stessa. cerca lo schermo, vuole lo schermo vuole… sé. eccola che inquadra il bordo della tv. eccola che giunge perfettamente al centro dello schermo. ciò che vediamo è… infinito?)

L’altro giorno stavo medicando una piccola ferita sulla schiena di Yuri, il mio cane. A un tratto devo avergli fatto male: allora il cane ha voltato il muso verso di me – è stato un istante – con l’impulso di mordermi. Il dolore deve avergli fatto scattare qualcosa, una strategia di difesa o roba del genere.

Yuri non mi ha morso, si è fermato con qualche secondo d’anticipo. Ma non solo. E’ sgattaiolato via dalla mia presa e poi è tornato da me, le orecchie schiacciate all’indietro e il muso puntato verso il basso, agitando la coda. Non sono un etologo, ma la mia sensazione era che volesse chiedere scusa. “Scusa per la mia reazione”, diceva nel suo linguaggio.

Yuri ha dunque pensato e valutato una sua azione passata? Yuri ha considerato i pro e i contro di un suo gesto?  Ha ponderato le conseguenze? Probabilissimo. Ma, ad un altro livello d’osservazione, io sono anche pronto a credere che sia dotato, semplicemente, di un sistema di disposizioni interne inconsapevoli enormemente più complicato di quello di una zanzara e di un termostato (la disposizione “non si morde il capo” che interrompe l’incauta disposizione “mordi chi ti fa male”, la disposizione “sottomettiti se fai uno sgarbo al leader”, la disposizione “scondinzola per non ricevere altro dolore”, e così via). Questa enorme quantità di attitudini inconscie, un insieme di minuscoli frammenti d’azione in cerca di microscopici fini, frammenti che sono manifestazioni remote di un’attività chimica cerebrale, potrebbe benissimo esser scambiato per un “pensare” o un “metapensare” da un osservatore esterno che giudichi i propri pensieri come frutto di una autentica autoconsapevolezza. Yuri mi sembra quasi cosciente, un po’ meno di quanto io mi senta cosciente. Ma lo è davvero? Forse no. E dove comincia l’illusione? In me? In lui?

Ciò mi impedisce, eventualmente, di voler bene a Yuri? No. Naturalmente no. Yuri è la cosa più ganza di questo mondo, non c’è discussione. Ma non è questo il punto, se ci si pensa a fondo.

(quella sera Luisa incontrò Marco. Doveva confessargli che aveva intenzione di lasciarlo. S’era resa conto di non amarlo più. Quando lei gli parlò e gli spiegò tutto, Marco ebbe l’impulso di prenderla a schiaffi. Ma non lo fece, non ebbe la forza. Fuggì via, in lacrime, infilandosi nella coltre nera della notte. Luisa non ebbe notizie di Marco per più di un mese. Poi Marco, un giorno, la chiamò. Uscirono insieme e, a poco a poco, appianarono le cose, restando buoni amici)