Ultime musiche

 

Veloce rassegna di un po’ della roba ascoltata negli ultimi mesi:

The optimist degli Anathema. Mi è parso un tentativo di riprodurre le sonorità di Weather Systems e nulla più. Semplificazione eccessiva di testi e strutture. Banalizzazione degli arrangiamenti. Ammetto d’averlo ascoltato davvero poco, ma mi ha lasciato freddino. Annacquato.

B-sides and rarities dei Beach House. Qualche colpetto mica male (Chariot) pure in questa raccolta raschia-barile per una delle band che più ho ascoltato negli ultimi anni – fanno quella musica da raccoglimento, intima e disgustosamente melodica che è sfondo perfetto per leggere e scrivere.

Land animal dei Bent Knee. Bravissimi come sempre, nonostante la cantante dalla voce vagamente uggiosa. Rifuggono la scontatezza come la peste.

Prisoner 709 di Caparezza. A Michele Salvemini aka Caparezza il mondo dell’hip pop e del rap sta da sempre strettino. Personalmente mi attendo che prima o poi faccia un definitivo salto nel mondo del rock propriamente detto. Che peraltro è ben presente anche in questo album strazeppo di influenze, dal metal al pop da classifica, un disco solido con attimi di vertiginosa profondità. Perché i testi sono al solito belli, bellissimi, colti, divertenti, inventivi e funambolici – se dovessi citare due artisti (al di là dei soliti nomi, sui quali spesso nemmeno concordo) che abbiano saputo sfruttare al massimo le potenzialità della lingua italiana, al volo citerei lui e l’insospettabile Baglioni del biografico Oltre. La chiave è un pezzo commovente.

The tower dei Motorpsycho. Doppio allucinato album per gli storici norvegesi, in tour in Italia nel prossimo mese. Atmosfere elettroacustiche, brani infiniti e multidirezione, una certa compattezza che sembrava mancare nelle ultime due/tre uscite. Promosso a pieni voti.

Music from Before the storm dei Daughter. Colonna sonora di un videogioco, il nuovo disco di questi indiemusicisti contiene minisinfonie come Departure ed è nel complesso un lavoro che si fa sentire con piacere – altro materiale perfetto da piazzare in sottofondo.

Perpendicolari degli Ozora. Lavoro metal cantato in italiano, melodicamente molto fresco, con qualche apertura progressive qua e là (Fates Warning post 2000 in primis). Sorpresona.

Native invader di Tori Amos. Non ci siamo, Tori. Non ci siamo più. Mancano le intuizioni melodiche, manca l’aggressività, mancano i cambi di passo, mancano i chiaroscuri, mancano gli spazi vuoti in cui ti si sentiva respirare. Qui è tutto un lungo lentissimo fiume di omogenea melassa pianistica.

Sleep well beast dei The National. Devo ancora inquadrarlo bene, ma mi piace. Più rock dei precedenti, svaporate le fastidiose influenze new wave del passato, ancora e ancora intensamente mesto. Non c’è una Pink Rabbits – una delle mie canzoni preferite all time – ma non ci si può lamentare. Se fossero una birra, i The National sarebbero una Guinness magistralmente spillata.

 

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Ultime musiche

Talvolta la gente si stupisce quando confesso che, sì, mi piace Caparezza. Ma è così, ragazzi: mi piace Caparezza. Lo seguo da diversi anni – il blog è testimone – e penso che il cantautore pugliese abbia per una manciata di tempo rappresentato – come si dice – vizi e virtù – ma soprattutto i primi – dell’italica penisola in maniera più vivida e centrata rispetto a tanti suoi colleghi – e qui parlo dei colleghi per cui sbava la critica, quelli che fanno musica alta e nobile e davvero impegnata. Il nuovo disco di Michele Salvemini però mi ha lasciato un po’ così. Non solo mancano le hit del passato (Vieni a ballare in Puglia, La mia parte intollerante, Eroe) o quei pezzi scurissimi che, dio, ti mangiano vivo come – che so – Non mettere le mani in tasca, ma probabilmente qui si toccano vertici di egocentrismo che hanno superato la soglia, e forse forse questa logorante guerra tra lui e la succitata critica dovrebbe da qui in avanti trovare meno spazio nei suoi lavori (leggi: avrebbe rotto i cosiddetti (leggi: le palle)). Qualche buon brano c’è – la meshuggiana (?) Argenti vive, Canzone a metà, Figli d’arte – ma nel suo complesso il disco è meno incisivo rispetto alle cose del passato, e pochi sono i momenti che lasciano davvero qualcosa.

Ed è tornata anche la ormai cinquantenne e iperbotulinica Tori Amos. Il nuovo si chiama Unrepentant Geraldines e rappresenta, dopo il periodo pomposo-sinfonico-classico che solo tre persone nell’universo hanno trovato vagamente interessante, un parziale ritorno a cose come Scarlet’s Walk e American doll posse. Ed è festa grande, tra ballad pianistiche nel classico stile Tori – Wild Way, Invisible Boy, Oysters – e composizioni più articolate come il brano che dà il titolo al disco. La parte centrale del lavoro è forse un po’ confusa e scivola via senza prender posizione netta, ma il resto è ispirato e convincente. E la voce, quella non è invecchiata di una ruga.

Nuovo disco, il miliardesimo?, anche per Devin Townsend, altro multiforme eroe dei miei vent’anni. Il progetto si chiama Casualties of cool e vede alla voce la bravissima (e bella) Ché Aimee Dorval. Notturno, intenso, countryfloydiano, dilatato e bruscamente caliente, questo ennesimo travestimento townsendiano rischia di diventare – lo sento –  uno dei migliori dischi dell’anno.

In questi giorni, infine, esce anche Distant Satellites degli Anathema. Che è un disco che, se da una parte cerca di riprendere con malcelata furbizia alcune quelle strategie che avevano fatto le fortune del precedente Weather Systems, dall’altra recupera – soprattutto nella sua seconda metà – l’umore e le strizzate d’occhio all’elettronica dei lavori di una decina d’anni fa. E si può dire quel che si vuole, e si può dire che gli arrangiamenti potrebbero esser più curati e originali, che la marillionizzazione è sempre più palese, che le tastiere sono ingombranti, che la voce è mixata troppo in alto, che i testi sono di una dolorosa (ma rassicurante) banalità, che il trucchetto di Untouchable I & II piazzate all’inizio del disco non può funzionare in eterno, che, che che. Ma le canzoni, piaccia o non piaccia, ci sono anche qui. E sono scritte da dio. Ed è subito fissa per The lost song II, ascoltata in loop in mezzo al turistame fiorentino di mezzo pomeriggio, ed è subito amore per la title-track, ed è subito tormentone inspiegabile per You’re not alone. Come diavolo ci riescono, accidenti a loro?

(ah, e ora esce il nuovo Mastodon)

Un mio brevissimo sogno eretico

Esce oggi Il sogno eretico, nuovo album di Michele Salvemini, in arte Caparezza. Uno dei pochi artisti italiani, forse l’unico, che seguo con una certa attenzione e che non mi stanco di ascoltare.

Per adesso l’ho sentito un paio di volte. So che sbilanciarsi così presto è rischioso, ma già mi pare un lavoro parecchio interessante. Ricco di spunti, di trovate e di variazioni. Stratificato, meditato, polisemico. E anche sufficientemente spassoso.

C’è il cantato rap, come al solito, ma mi pare sempre meno rap. Ci sono chitarre robuste che pescano dall’hard rock e dall’heavy metal. Ci sono influenze che spaziano dall’hip hop (sempre più diluito nella melodia) al folk, dalla disco-music commerciale all’elettronica più sofisticata, dal pop anni ’80 – rivisitato con ironia – agli accenni dubstep. C’è la voglia di cartoni animati anni ’80 e delle loro sigle (La fine di Gaia). Per quanto riguarda il lato più rock, invece, ci sento molto i Led Zeppelin (il riff di Il dito medio di Galileo), ma anche i SOAD e i RATM, forse inevitabili punti di riferimento. Emerge una non disprezzabile cultura musicale. E anche il coraggio, perché no, di mescolare il sacro col profano. Il Papa con Topolino.

Caparezza? Quello che parla sempre di politica? Già. Ammetto che i contenuti, i testi, non sempre mi trovano d’accordo – soprattutto quando l’autore si lancia in troppo facili e abusate accuse. Forse condivido certe idee, ma non i toni. Talvolta trovo Caparezza, paradossalmente, un filino conservatore rispetto alle mie posizioni. Non lo so, non lo so, non voglio saperne: alla fine non me ne frega un granché. Ho deciso che non me ne importa.

E poi bisogna prendere atto che in questo nuovo disco Caparezza si lancia oltre la contemporaneità e, nel suo quasi concept sull’eresia tout court, va a ripescare annose controversie tra poteri forti e singole menti rivoluzionarie, dedicando anche intere canzoni a Galileo e Giordano Bruno. In un brano appare – mixata senza pudore – l’inconfondibile voce dello storico della scienza Enrico Bellone (ne ho parlato qui). Roba di classe. O no?

Il sogno eretico è un disco che merita senza dubbio altri ascolti, divertente, stimolante e – ripeto – musicalmente tutt’altro che sciatto.

Adesso vediamo se dura.

(Ah, per i cinefili: imperdibile il brano Kevin Spacey)