Abuso di minori (ancora)

Video che ricordano – se mai ce ne fosse bisogno – che la battaglia che sta portando avanti Dawkins contro l’insegnamento del creazionismo è tutt’altro che inutile o – attenzione, fa ridere – talebana.

 

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I got one word question to ask you, ready? Dinosaurs

Before you ask for something better/ You should know I’m practiced at goodbyes

Alice in Chains, Choke

Ai tempi del liceo – è un ricordo vivido – la cassetta originale di Jar of flies, con la sua particolare copertina, passava e ripassava tra le mani dei miei compagni di classe. Andava di brutto. Eppure, chissà perché, al contrario di tante altre non capitò mai nelle mie. Morale della favola, finì che non legai un granché con gli Alice in Chains. Così va la vita.

Col tempo le cose sono cambiate. L’uscita dell’ottimo Black Gives Way to Blue, avvenuta due o tre anni fa, mi ha avvicinato – after it was cool – alla musica del gruppo di Seattle. Spinto dall’entusiasmo suscitato da quel lavoro, ho pian piano recuperato i dischi storici della band, quelli con il carismatico Layne Staley (morto per droga nel 2002) alla voce. Dirt, Alice in Chains, Jar of Flies. Lo stupendo Unplugged. Era fatta. Alla fine c’ero arrivato anche io.

Fatto sta che avevo non poche aspettative per il nuovo The Devil Put Dinosaurs Here. Per mille motivi. Il titolo che rimanda, non so quanto volontariamente, a una celebre battuta di Bill Hicks. Interviste che-mi-piacciono-tanto in cui i membri della band si scagliano contro il fenomeno del creazionismo in AmericaCanzoni dai nomi bizzarri come Phantom Limb, Lab Monkey e la title track. La sensazione che il gruppo avesse ancora tante cose da dire.

Bene.

The Devil è uscito, è là fuori, ed è davvero buonissimo. Zeppo di roba – 70 minuti di musica – da scoprire e riscoprire, con un nucleo di scura melodia, cesellato come sempre dalla personalità chitarristica di un mostro come Cantrell. Così bello – paranoico, aspro, pesante – che, me ne rendo conto, si meriterebbe anche qualche parola in più. Vediamo, magari ci ritorno in seguito.

The greatest show, the only game in town

Perché un altro libro sull’evoluzione

Un sondaggio del 2008 indica che il 44% degli americani pensa che “Dio ha creato gli umani nella forma che hanno adesso, circa 10.000 anni fa”. Un altro sondaggio, risalente al 2006, riferisce invece che il 39% degli inglesi crede in una qualche forma di creazionismo (dal più timido intelligent design al creazionismo puro). Circa il 20% degli Italiani crede che l’affermazione “gli esseri umani derivano da precedenti forme animali” sia falsa, mentre un buon 32% ritiene che umani e dinosauri abbiano vissuto assieme nella medesima era. Come nei Flintstones.

Richard Dawkins riporta questi dati – assieme ad altri – nell’appendice del suo ultimo The Greatest Show on Earth (nelle librerie italiane, Il più grande spettacolo sulla Terra). Ma li cita, più brevemente, fin dall’introduzione. Gli servono infatti per spiegare perché uno come lui, che ha scritto diversi fortunati libri sui meccanismi dell’evoluzione, abbia sentito l’esigenza di scriverne un altro. Ancora sullo stesso tema. “Questo libro è necessario”, dice Dawkins senza falsa modestia. Se nei precedenti lavori s’era soffermato a spiegare soprattutto come funzionassero gli ingranaggi evolutivi, qui porta le prove. Evidence, insomma, evidence. Una delle sue parole preferite.

In questo libro si raccolgono prove sulla teoria evoluzionistica (‘teoria’ in senso tecnico!). Pare che ce ne sia ancora bisogno. Si raccolgono prove che giungono dai più disparati campi, prove dirette, prove indirette. Prove utili, soprattutto, a far fronte alle sciocche obiezioni dei creazionisti di cui sopra. The Greatest Show on Earth è il lavoro che consigliereste a chi ha ancora qualche dubbio sulla faccenda. Il libro che vi spiega come ribattere a certe noiose e immotivate critiche. Un’efficace arma contro la falsità.

Molti sono i temi affrontati, che qui cito alla rinfusa. Innanzitutto, come già fece Darwin, si parla dell’evoluzione artificiale dei nostri animali domestici, adattati nei secoli alle nostre esigenze. Si spiega nei dettagli, poi, il metodo usato dalle tecniche di datazione. Si racconta che nei laboratori l’evoluzione – che può avvenire davanti ai nostri occhi – è studiata ogni singolo giorno, spesso su organismi semplicissimi a riproduzione più rapida. A chi chiede “come può un antico organismo monocellulare divenire un essere umano complesso?”, Dawkins porta l’esempio della maternità. E racconta come l’evoluzione lavori principalmente sullo sviluppo dell’embrione, modificando la velocità di sviluppo dei vari elementi.

Nel libro, inoltre, si spiega come la tettonica a placche sia un’altra clamorosa prova, per mille ragioni. Si ricorda che il nostro DNA contiene al proprio interno la nostra storia evolutiva. O che siamo estremamente vicini, anche a livello strutturale, agli altri animali (scheletro di pipistrello). E poi si parla di una miriade di altre cose, di altre prove, di altri fatti, di altre osservazioni. Tutto raccontato con grande pazienza, fin nei minimi dettagli. Con una chiarezza esemplare. Con ironia. Con esempi calzanti. Con disegni. Con affascinanti immagini a colori.

Mi preme in particolare, però, ricordare l’argomentazione che Dawkins utilizza per smontare la solita ossessiva critica dell’anello mancante. Che dev’essere per lui una vera tortura.

 

Collezionare prove sul luogo del delitto

Prima di tutto, lo scienziato inglese ricorda che i fossili sono rari. Sono rari perché i corpi si fossilizzano solo in condizioni assai particolari. Dal momento che costituiscono una rarità, possiamo considerarci fortunati già per il fatto di averne qualcuno. In secondo luogo Dawkins sottolinea che, anche se ci mancano i fossili delle stragrande maggioranza delle specie antiche, i musei sono già pieni di resti fossilizzati di anelli non più mancanti che i creazionisti fingono di non vedere. Infine, tira fuori un’ottima ed efficace metafora.

In più punti del libro Dawkins paragona – ecco la metafora – lo scienziato che studia l’evoluzione al detective che arriva sul luogo del delitto quando il delitto è stato già compiuto. Il detective deve risalire al colpevole tramite gli indizi. Il biologo evoluzionista deve fare qualcosa di simile, ma questa volta per spiegare l’evoluzione – avvenuta in larghissima parte in tempi assai lontani.

Ci sono un sacco di prove che testimoniano che l’evoluzione è un fatto (DNA, analogie strutturali tra organismi, analogie comportamentali, datazione, analisi della differenziazione delle specie in realtà geografiche diverse etc etc). Il libro parla proprio di questo. E, nella metafora, ci sono un sacco di prove che dicono che l’assassino del principe è il maggiordomo (DNA, impronte digitali, tracce di sangue del principe sulla  camicia dell’assassino, un capello del maggiordomo rinvenuto sul cadavere etc etc). Prove schiaccianti. Prove indiscutibili.

Il giorno del processo il maggiordomo, infatti, non ha scampo. Non può averne. Il giudice legge la sentenza di scontata colpevolezza e si alza in piedi per togliere il disturbo. Ma, proprio quando si sta allontanando, di punto in bianco l’avvocato della difesa urla: “Fermi tutti! Abbiamo trovato un video!”. Sconcertato, il giudice si rimette seduto. Sale un certo brusio, poi il video viene proiettato. Poiché è presentato dalla difesa, nell’aula tutti presumono che serva a scagionare il maggiordomo. Che possa rimettere in discussione l’intera sentenza.

Il video risulta essere il risultato finale del montaggio di due filmati ripresi da due telecamere in due stanze diverse. Nella sua prima sequenza si vede il maggiordomo che, evidentemente in collera, prende la pistola dal cassetto di camera sua ed esce. Nella seconda parte, girata in corridoio qualche minuto dopo, si vede il maggiordomo uscire dalla stanza del principe con la pistola in mano, in chiaro stato di sovraeccitazione. In mezzo alle due differenti riprese c’è un black out, una cesura, un salto temporale. Un missing link.

Una volta che la proiezione è terminata, l’avvocato della difesa si alza in piedi, compiaciuto, e chiede: “Dunque, signori. Qualcuno di voi sa dirmi cosa è successo nel tempo che intercorre tra i due filmati? Cosa è avvenuto? Come possiamo sapere, mi chiedo, che il maggiordomo ha davvero ucciso il principe se i filmati non lo mostrano? Poche storie, signor giudice. La visione del video dimostra che il maggiordomo non può essere dichiarato colpevole.”

Facile capire che il legale sta solo facendo il furbo. Perché, oggettivamente parlando, i due filmati non possono che confermare la colpevolezza del maggiordomo. L’accusa, da parte sua, può solo dirsi fortunata nell’aver trovato un’ulteriore prova per incastrare l’assassino, oltre a tutte quelle che aveva raccolto in precedenza. Una prova non necessaria, ma comunque utile.

Ed eccoci a quel che vuol dire Dawkins. Il patetico avvocato della difesa che grida “cosa è successo nella parte non ripresa dalle telecamere?” assomiglia, dice lo scienziato, al creazionista che tuona contro la presunta assenza dell’anello mancante nella transizione tra progenitore (scimmiesco, probabilmente) e Homo Sapiens. Eppure il suo ragionamento – lo mostra la metafora – è privo di significato. Anche se non fosse stato trovato nessun fossile, infatti, l’evoluzione sarebbe lo stesso un fatto certo. Tutto merito della quantità enorme di prove accumulate dal 1859 a oggi. I fossili, giocoforza incompleti ma in verità sempre più numerosi e convincenti, sono solo una ulteriore conferma. Rappresentano un’altra prova per l’evoluzione, e non contro di essa. Proprio come il video (parziale) era una conferma della colpevolezza, e non dell’innocenza, del maggiordomo.

 

L’unico gioco in città

Queste le parole con cui il libro si chiude:

It is no accident that we see green almost wherever we look. It is no accident that we find ourselves perched on one tiny twig in the midst of a blossoming and flourishing tree of life; no accident that we are surrounded by millions of other species, eating, growing, rotting, swimming, walking, flying, burrowing, stalking, chasing, fleeing, outpacing, outwitting. Without green plants to outnumber us at least ten to one there would be no energy to power us. Without the ever-escalating arms races between predators and prey, parasites and hosts, without Darwin’s ‘war of nature’, without his ‘famine and death’ there would be no nervous systems capable of seeing anything at all, let alone of appreciating and understanding it. We are surrounded by endless forms, most beautiful and most wonderful, and it is no accident, but the direct consequence of evolution by non-random natural selection – the only game in town, the greatest show on Earth.

Richard Dawkins, The Greatest Show on Earth

Cialtroni alla riscossa (e alla riscossione)

In un episodio di The Big Bang Theory il fenomenale Sheldon Cooper litiga con i suoi amici, abbandona l’appartamento californiano dove convive con Leonard Hofstadter e torna alla propria casa originaria, dalla mamma (fervente religiosa). In Texas. Quando gli stessi amici lo vanno a trovare per farlo rinsavire, lui risponde stizzito. Non tornerà più a Pasadena. Rimarrà – lo dice con una certa malinconia – in Texas. “A insegnare l’evoluzionismo ai creazionisti”.

Niente. E’ che m’è venuta a mente questa battuta quando ho letto questo:

Se non fosse a Milano… giuro che ci farei una capatina.