Assenza giustificata

Si latita, eh, si latita. Il motivo è che, come dire, sto terminando la – tamburare di rulli – tesi e quindi, il tempo libero non esiste. Si tratta di un lavoro – la tesi – che unisce una parte di neuroscienze (raccolta e analisi di articoli che confermano, con tecniche elettrofisiologiche e di neuroimaging, come i meccanismi cerebrali che ci consentono di percepire e rappresentare gli organismi viventi siano innati e dunque modellati dall’evoluzione) ad una parte più legata alla filosofia della mente – nello specifico, il tutto è praticamente circoscritto al concetto di atteggiamento intenzionale di Dennett. Insomma: roba di cui spesso mi sono occupato qui sul blog.

Una foto ad alcuni dei libri che mi hanno fatto compagnia durante il tragitto:

Parte della bibliografia cartacea
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Caro vecchio neon

Caro vecchio neon è un brillante monologo contenuto in Oblio di David Foster Wallace, una raccolta di racconti e di riflessioni non sempre digeribili ma che – lo ammetto – mi affascina sempre di più pagina dopo pagina. Vuoi per le sue strizzatine d’occhio a Borges, vuoi per la profondità delle intuizioni, vuoi per patologica intelligenza che emerge. Forse, forse, ne parlerò più in là.

Ora in tutta fretta volevo solo incollare una parte del racconto, che mi ha ricordato certe considerazioni di Dennett in Coscienza:

[…] Conosci già la differenza tra l’ammontare e la velocità di tutto quello che ti balena dentro e quella parte infinitesimale e inadeguata che riusciresti a comunicare. Come se dentro di te ci fosse questa enorme stanza piena si direbbe di tutto quello che prima o poi è presente nell’universo e invece le uniche parti che ne emergono devono in qualche modo essere spremute attraverso uno di quei piccolissimi buchi della serratura che si vedono sotto il pomello delle vecchie porte. Come se cercassimo di vederci fra di noi attraverso quei minuscoli buchi. Ma un pomello ce l’ha, la porta si può aprire. Ma non nel modo che pensi tu. E anche se ci riuscissi? Pensaci un attimo: e se tutti i mondi infinitamente densi e mutevoli dentro di te ogni istante della tua vita a questo punto si rivelassero in qualche modo completamente aperti ed esprimibili dopo, dopo la morte di quello che ritieni essere te, e se dopo questo momento ciascun istante fosse in sé un mare o uno spazio o un tratto di tempo infinito in cui esprimerlo o comunicarlo, senza neanche il bisogno di una lingua organizzata, e ti bastasse come si suol dire aprire la porta e trovarti nella stanza di chiunque altro in tutte le tue multiformi forme e idee e sfaccettature? […]

David Foster Wallace, Caro vecchio neon

Dolce, sexy, tenero e divertente

No, signore e signori, questo non è un post autocelebrativo. Il suo scopo è quello di segnalare un breve e interessante intervento di Daniel Dennett sul palco di TED. E ok, forse ciò che il filosofo americano spiega nel video può non risultare così sorprendente per le orecchie di chi mastica almeno un po’ di teoria evoluzionistica. Ma lo stile dennettiano, brioso e divertente, fa subito diventare un must la visione del filmato.

 

Victim of the brain

Grazie a YouTube – ma soprattutto ai volenterosi che hanno voglia di caricare materiale – certi documenti storici possono rivedere la luce e diffondersi.

Cito:

Victim of the Brain is a 1988 film by Dutch director Piet Hoenderdos, loosely based on The Mind’s I, a compilation of texts and stories on the philosophy of mind and self, co-edited by Douglas Hofstadter and Daniel C. Dennett. The film weaves interviews with Hofstadter with adaptations of several works in the book: Dennett’s Where am I?, The Soul of the Mark III Beast by Terrel Miedaner, and also the short story The Seventh Sally by Stanisław Lem. The film was shown several times on television in the Netherlands in the late eighties.

Ingranaggi difettosi

Ho appena iniziato Breakfast of Champions di Vonnegut. E son rimasto colpito – inizio col botto – dalla lucidità e dal nichilismo che l’americano esprime già nell’introduzione all’opera. Viste le tematiche affrontate, il copia&incolla sul blog è chiaramente d’obbligo.

As for the suspicion I express in this book, that human beings are robots, are machines: It should be noted that people, mostly men, suffering from the last stages of syphilis, from locomotor ataxia, were common spectacles in downtown Indianapolis and in circus crowds when I was a boy.Those people were infested with carnivorous little corkscrews which could be seen only with a microscope. The victims’ vertebrae were welded together after the corkscrews got through with the meat between. The syphilitics seemed tremendously dignified-erect, eyes straight ahead.  I saw one stand on a curb at the corner of Meridian and Washington Streets one time, underneath an overhanging clock which my father de-signed. The intersection was known locally as “The Crossroads of America.

This syphilitic man was thinking hard there, at the Crossroads of America, about how to get his legs to step off the curb and carry him across Washington Street. He shuddered gently, as though he had a small motor which was idling inside. Here was his problem: his brains, where the instructions to his legs originated, were being eaten alive by corkscrews. The wires which had to carry the instructions weren’t insulated anymore, or were eaten clear through. Switches along the way were welded open or shut.  This man looked like an old, old man, although he might have been only thirty years old. He thought and thought. And then he kicked two times like a chorus girl.

He certainly looked like a machine to me when I was a boy.

I tend to think of human beings as huge, rubbery test tubes, too, with chemical reactions seething inside. When I was a boy, I saw a lot of people with goiters. So did Dwayne Hoover, the Pontiac dealer who is the hero of this book. Those unhappy Earthlings had such swollen thyroid glands that they seemed to have zucchini squash growing from their throats.All they had to do in order to have ordinary lives, it turned out, was to consume less than one-millionth of an ounce of iodine every day.  My own mother wrecked her brains with chemicals, which were supposed to make her sleep.

When I get depressed, I take a little pill, and I cheer up again.

And so on.

So it is a big temptation to me, when I create a character for a novel, to say that he is what he is because of faulty wiring, or because of microscopic amounts of chemicals which he ate or failed to eat on that particular day.

Kurt Vonnegut, Breakfast of the Champions