Sono qui dentro (sull’incipit di Infinite Jest)

Lego Infinite Jest

ANNO DI GLAD

Siedo in un ufficio, circondato da teste e corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia. Sono in una stanza fredda nel reparto Amministrazione dell’Università, dei Remington sono appesi alle pareti rivestite di legno, i doppi vetri ci proteggono dal caldo novembrino e ci isolano dai rumori Amministrativi che vengono dall’area reception, dove poco fa siamo stati accolti lo zio Charles, il Sig. deLint e io.

Sono qui dentro.

Il primo capitolo di Infinite Jest di David Foster Wallace, innestato dentro un complicatissimo capolavoro di 1000 e passa pagine, è (già di per sé) un prodotto di fenomenale architettura narrativa. Nell’ultimo periodo mi è capitato di rileggerlo e di fare maggior attenzione ai dettagli – i dialoghi spezzati, la tensione interiore crescente, la pace illusoria del flashback, il finale devastato.

E l’incipit, le primissime righe (nella traduzione italiana di Edoardo Nesi), sono un capolavoro nel capolavoro nel capolavoro. Qui per esempio se ne parla un po’, ma credo se ne potrebbero aggiungere delle altre.

Quel Sono qui dentro, per esempio. Lo vedo come un passaggio cruciale dell’intero lavoro, una specie di dichiarazione d’intenti, una comunicazione privata e confidenziale al lettore, una strizzatina d’occhio.

Sono qui dentro. Un’espressione potente e polisemica, che può essere – appunto – interpretata in diversi modi, soprattutto dopo aver terminato il libro e aver acquisito maggior confidenza con l’opera omnia di Wallace – col suo cervello ricorsivo.

Scatole cinesi.

(Io) Sono qui dentro. Cioè: io personaggio della storia mi trovo dentro questa stanza con queste persone in questo giorno di novembre.

(Io) Sono qui dentro. Cioè: la mia mente, la mente del personaggio della storia, il mio io, è dentro questa testa e questo corpo che segue consciamente la forma della sedia, dentro questa carne, dentro al personaggio fisico che tu lettore stai cominciando a immaginare, celata in questa materia fittizia – il che assume ancora più senso man mano che si viene a conoscere la personalità introversa e sfuggente di Hal.

(Io) Sono qui dentro. Cioè: io persona David Foster Wallace mi sto nascondendo dentro Hal, Hal mi rappresenta spesso (se non sempre) all’interno di questo libro. Quello che pensa lui è quello che penso io.

(Io) Sono qui dentro. Cioè, infine: io persona David Foster Wallace sono sparso/disseminato nei due chili di pagine che stai tenendo in mano proprio in questo momento, io sono le pagine fisiche e l’inchiostro stampato, io sono sia dentro Hal che fuori Hal, io sono il mastermind, io sono Mario e Orin, io sono Don Gately, io sono Janelle, io sono la Cicogna Matta che ficca la testa nel microonde, io sono la sua moglie nevrotica eccetera, io sono le descrizioni e i raccordi, io sono le digressioni sulla teoria cinematografica e sui tatoo, io sono tutto il libro – interpretazione confermata dal fatto che molte delle vicende di Infinite Jest siano 1) esperienze vissute da Wallace stesso e qui trasfigurate (si pensi alle descrizioni delle partite di tennis, all’uso delle sostanze, all’ossessione grammaticale di Hal, alle divagazioni sentitissime sulla depressione, ai momenti Alcolisti Anonimi eccetera) e 2) teorizzazioni e/o astrazioni partorite dallo scrittore qui compattate, reificate, rese organi vitali del romanzo (l’intrattenimento perfetto come gabbia irresistibile e fatale, il suo corollario volto-nascosto-di-Janelle, tutto il discorso su catapulte & spazzatura, il tennista straordinariamente metaforico che entra in campo sempre con la pistola puntata alla tempia e che prima dell’inizio di ogni match dichiara che in caso di sconfitta si toglierà la vita – col risultato che vince sempre – eccetera). In sostanza, forzando un tantino le cose ma se no che gusto ci sarebbe, ecco che anche l’interpretazione più profonda e azzardata appare del tutto legittima. Sono qui dentro sta anche se non soprattutto per:

Benvenuti / Questo libro è la mia mente / Conoscetemi

Sentimentale Jugend

Il titolo del post si rifà al nuovo doppio album dei romani Klimt 1918, gruppo a cui mi sono irrazionalmente appassionato una decina (e passa) d’anni fa, quando mettevano in circolo oggettini melodici come Naif Watercolor e Snow of ’85. Uscito dopo una pausa artistica che pareva non finire mai, SJ è un lavoro (come si dice) maturo e ambizioso che mescola (come li chiamano) shoegaze, dream pop e rock alternativo. Roba eterea e soffusa e avvolgente che pretende ascolti pazienti. Roba dichiaratamente nostalgica nei testi anglo-italiani e nell’immaginario urban-letterario e che lo è in misura minore, se ascoltate me, a livello musicale – influenze piuttosto chiare ma sintesi personalissima. Nostalgia, nebbia e intimismo. Sì, SJ è questo disco qui. E merita parecchio.

Poi si aspetta il nuovo Pain of Salvation.

Poi ho finito Westworld, la serie tv sui robot e (sempre lì si va a parare) la natura della coscienza. Che ha dei momenti brillantissimi – anche se non sempre sono d’accordo con le teorie che porta avanti, ma questa è un’altra storia.

Poi ho letto (a fatica) Great Jones Street di DeLillo, pynchoniano e (quindi) strambo, con parti scritte meravigliosamente ma nel complesso un po’ confuso.

Poi sto rileggendo Infinite Jest, pezzetti qua e là, nonché i saggi su libri&scrittura di Wallace e Franzen.

Poi ho letto E così vorresti fare lo scrittore di Culicchia. Libro che racconta con spassionata sincerità ma con scarsa profondità d’analisi (pigrizia? ti capisco, Giuseppe) e in maniera relativamente divertente tutto ciò che di extra-narrativo deve passare uno scrittore prima per farsi pubblicare e poi per cercar di campare con la scrittura, la retorica, i convenevoli, le scarpe giuste, le sciarpe giuste, il cappello giusto, il tirarsela, le Cene con l’Autore, i Pranzi con l’Autore, le Colazioni con l’Autore, gli immancabili testi-regalo di Storia Locale, i convegni, le conferenze, i Perché non legge il mio manoscritto, gli Amo scrivere poesia sa?, i Noi dovremmo scrivere un libro insieme, le Domande Provocatorie, i Non ho ancora letto il suo libro ma…, le stroncature, le guerre dialettiche con i recensori etc etc.

Poi sto leggendo il mio primo Carver (manuale di scrittura escluso), e sì, avevate ragione, è magia semplice ma è pur sempre magia.

I libri degli ultimi mesi

Jpeg
Sardegna – Capo Testa

Non ho più postato nulla – è un fatto. La verità è che da più di un anno e mezzo son dietro a una cosa che mi sta portando via più tempo di quel che pensavo. Vedremo se ne verrò fuori.

Ma ho comunque letto un po’ – la notte, sulla spiaggia, su traghetti vari.

Eccoli, i libri letti (grazie ad Anobii che mi fornisce la lista) da febbraio in poi, con i commenti più brevi che possiate immaginare:

Punto Omega – Don DeLillo  (in lettura adesso)

Brother and sister – Simona Vinci  (conciso e semplice, punta tutto sulla precisione del linguaggio ed è interessante, una piacevole nottata)

Il libro delle cose nuove e strane – Michel Faber (quando ti trovi in una località turistica e tutto ciò che offre la libreria – che poi non è davvero una libreria – sono solo best seller, e allora ne prendi uno a caso e speri ti vada bene. Invece no. Invece no. Storia scialba, stilisticamente irrilevante, di un pastore inglese che viene assoldato da una multinazionale per andare su un pianeta lontano con la missione di diffondere il (…) cristianesimo tra i locali (alieni). Trascurabile, come minimo)

Sardinia blues – Flavio Soriga  (svelto e giovane e rock – come si dice, prosa scarna e senza respiro e occasionalmente intensa, dei periodi si fanno leggere anche tre o quattro volte di fila – una bella sorpresa per questo autore sardo che parla di Sardegna – Sardegna come Messico, come sudamerica – ed emofilia e inquietudini moderne)

Registro di classe – Sandro Onofri (un professore di liceo racconta aneddoti risalenti a un particolare anno scolastico degli anni ’90  – vita vera. Si legge in poche ore e sciorina diverse intelligenti riflessioni – Onofri sembra esser stato uno che prendeva molto sul serio il proprio lavoro, così tanto da metterlo costantemente in discussione)

Il cacciatore di aquiloni – Khaled Hosseini (quando peschi un famoso best seller a pochi euro, usato, e vuoi assolutamente capire se la sua fama è meritata oppure no. Bella storia, poca profondità ma apprezzabile coinvolgimento – fondamentalmente il discorso è questo: non è tempo buttato)

L’uomo che cade – Don DeLillo (DeLillo, il maestro DeLillo, alle prese con l’11 Settembre, su come l’evento si sia sedimentato nei singoli e abbia trasfigurato le relazioni tra i singoli – ed è sempre un aggraziato legarsi di ansie universali, vite quotidiane e concettualizzazioni dell’arte contemporanea)

Open: La mia storia – Andre Agassi (quando ti trovi in una località turistica e tutto ciò che offre la libreria – che poi non è davvero una libreria – sono solo best seller, e allora ne prendi uno a caso e speri ti vada bene PART II. Qui è andata di lusso. Autobiografia di Agassi, il noto estroso tennista. Non clamoroso come molti dicono, ma bello, tirato, appassionante – gli inizi duri, il padre ossessivo, l’accademia, la gestione del successo, vincere e perdere e sposare Steffi Graf. Mi ha fatto ripensare spesso a Infinite Jest)

Non avevo capito niente – Diego De Silva (nulla, non m’è piaciuto per nulla. Poca ambizione, scrittura mai sorprendente, un umorismo che non fa ridere).

Io viaggio da sola – Maria Perosino (a distanza di mesi non ricordo niente, può esser significativo. Solo che la Perosino ha un’idea di viaggio molto diversa dalla mia)

Le ore – Michael Cunningham (romanzo breve e intelligente su Virginia Woolf e la sua opera principale – La Signora Dalloway -, con biografia e temi del romanzo che si intrecciano continuamente, più livelli di lettura etc etc)

Il centravanti è stato assassinato verso sera – Manuel Vázquez Montalbán (noir calcistico e speziato, non fa gridare al miracolo ma – insomma – Montalbán è sempre ottimo intrattenimento, e Pepe Carvalho il solito simpatico gran figlio di)

Nati due volte – Giuseppe Pontiggia (il grande Pontiggia che parla di qualcosa che conosceva molto bene: il rapporto tra un padre e il figlio disabile – scrittura ridotta all’osso, attenzione maniacale sull’uso di ogni singola parola)

Tennis, TV, trigonometria, tornado – David F. Wallace (raccolta davvero eterogenea di saggi – notevoli quello su Lynch e quello sul rapporto tra narrativa e televisione – tema fondativo di tutta l’opera wallaciana)

La luna e i falò – Cesare Pavese (mi è rimasta la scrittura, una scrittura leggera e misurata – ricordo che mi è piaciuto molto, nonostante fossi partito con irrazionali pregiudizi)

Fútbol: Storie di calcio – Osvaldo Soriano (libro celeberrimo che colpisce fino a un certo punto, raccolta di racconti a tema calcistico, sudamericani e grotteschi – almeno come concetto siamo dalle parti del realismo magico di Marquez)

Mao II – Don DeLillo (ancora il maestro DeLillo e la sua produzione cerebrale – meta-narrativa e terrorismo e visioni e – come sempre – la fredda bellezza dell’arte contemporanea)

Underworld – Don DeLillo (capolavoro, o comunque siamo lì – il grande scrittore è il grande pensatore, e viceversa)