Un anno da lettore (2017)

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Con nessun intento esibizionistico (excusatio non petita: sono solo uno che in piena coscienza ha deciso di guardare due/tre serie tv all’anno al massimo* eccetera e poi insomma chi l’ha detto che sono tanti eccetera conosco gente che legge anche di più eccetera), riporto come sempre o quasi sempre, grazie ad Anobii, la lista dei libri letti nel 2017. Quelli in alto sono gli ultimi letti, quelli in basso i primi. Vorrebbe essere la fotografia di un percorso di letture (molto eterogeneo, credo) sulla scia di quel che aveva fatto Hornby in alcuni dei suoi libri di non narrativa.

La miglior cosa letta è senza dubbio alcuno I detective selvaggi di Roberto Bolaño – probabilmente tra i romanzi più potenti e visionari degli ultimi 20 anni. Impressiona la naturalezza nel costruire realtà submitologiche basandosi su strutture a più voci. Ben piazzati Libra di DeLillo, American Gods di Gaiman (pur con le sue ingenuità stilistiche) e Storie della tua vita di Chang.

Come si diventa nazisti di William Sheridan Allen

Bitcoin Revolution, di Capoti, Colacchi, Maggioni

American Gods di Neil Gaiman

La nausea di Jean-Paul Sartre

Le avventure di Gunther Brodolini di Alessandro Gori

Duma Key di Stephen King

La ferocia di Nicola Lagioia

Verso Occidente l’impero dirige il suo corso di David Foster Wallace

Portatile di David Foster Wallace (letto in parte)

Colla di Irvine Welsh

Storia della mia gente di Edoardo Nesi

Dissipatio H.G. di Guido Morselli

Nominazioni di Alessandro Raveggi

Il generale nel suo labirinto di Gabriel Garcia Marquez

Preghiera per Cernobyl’ di Svetlana Aleksievic

Sulla letteratura di Umberto Eco (riletto)

Damasco di Suad Amiry

La bella di Buenos Aires di Manuel Vázquez Montalbán

Mondoviaterra di Eddy Cattaneo

Libra di Don DeLillo

Se fossi fuoco, arderei Firenze di Vanni Santoni

La stanza profonda di Vanni Santoni

I detective selvaggi di Roberto Bolaño

Zero K di Don DeLillo

La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth

L’età dell’oro di Edoardo Nesi

Americana di Don DeLillo

Il mestiere dello scrittore di Haruki Murakami

Selezione naturale di Tricia Sullivan

Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli

Storie della tua vita di Ted Chiang

Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy

Body Art di Don DeLillo

Tondelli, il mestiere di scrittore di Fulvio Panzeri

Chi ha usato questo letto, di Raymond Carver

Stoner di John Williams

Sognare e scrivere di Jorge Luis Borges

Mattatore di Roberto Bosio

Le ragazze di Sanfrediano di Vasco Pratolini

Dieci piccoli indiani di Agatha Christie

 


* Quest’anno sono state Stranger things (prima e seconda stagione) e Il racconto dell’ancella, entrambe ottime, entrambe capaci di rendermi un superpassivo ed appagato schermomane per una decina di ore di fila a stagione o giù di lì.

 

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Ultime letture: King, Wallace, Welsh, Nesi, Morselli, Cattaneo, DeLillo

dissipatio

(letture ripescate dalla mia pagina Anobii, by the way, che miracolosamente e anacronisticamente riesco ancora a tenere in vita).

Duma Key di Stephen King. Avvolgente, all’inizio. Mai lasciare solo il lettore. Mai rischiare che possa dimenticarsi di un solo dettaglio. Mai permettergli di lanciarsi in qualche creativa sovrainterpretazione. Quindi: ribadire, rimarcare, spiegare, avvolgere. Viene a mente l’immagine di un commesso fin troppo indiscreto (rompipalle): “Vuole che l’aiuti?”, “Ha bisogno di una mano?”. Qualche bella e onesta intuizione sul processo creativo (dipingere o scrivere: fa differenza?). Qualche ricerca di natura neurologica su arti fantasma, illusioni cognitive e lesioni alle aree del linguaggio. Abuso di mestiere. Il pensiero crescente, pagina dopo pagina, che le isole Keys al largo della Florida siano (uragani esclusi) il miglior posto al mondo dove poter vivere – tramonti, sussurri di conchiglie, arte, vicini di casa rari & discreti ma anche colti & intelligenti. Tutto fila liscio. Tutto avvolge. Pure troppo. Poi, la rovinosa parte finale. Un cervellotico riunirsi di pezzi, una saturazione di sovrannaturale. Un mondo di oggetti vivi in cui tutto significa tutto – una specie di incubo semiotico. La realtà che si piega banalmente e comodamente a tutte le singole esigenze della narrazione. Il romanzo che ti spinge fuori dal romanzo e che, insomma, ti delude un bel po’. Lavoro discreto risolto in maniera poco lucida.

Portatile, di David Foster Wallace. Antologia di Wallace per le scuole superiori? Probabile, almeno questa operazione editoriale acquisterebbe un minimo di senso. (Si tratta di una selezione di brani tratti dalle varie opere di DFW che io, ovviamente, non ho riletto – ho solo sfogliato le poche pagine inedite, la prefazione di Bartezzaghi eccetera).

Verso occidente l’impero dirige il suo corso, di David Foster Wallace. Come fare ironia sul romanzo postmoderno (in questo caso, parodiando La casa stregata di Barth) scrivendo proprio un romanzo (o racconto lungo) postmoderno, per un’operazione che è la Grande Festa del Cliché Postmoderno. Libro di un’intelligenza sovrumana e vertiginosamente sfaccettato ma tutt’altro che piacevole, e viene il sospetto che sia così intelligente da esser stato progettato proprio per risultare scorbutico e mostrare perché l’ironia e la demistificazione postmoderna, una volta svolto il proprio compito all’interno della storia e dell’evoluzione della letteratura, debbano esser sotterrate e superate. Wallace in sostanza prende in giro l’esibizione dell’intelligenza altrui a sua volta facendo incredibile sfoggio di intelligenza. Un sofisticatissimo gioco di specchi ma anche un testo fondamentale, questo, che segna il passaggio dal DWF giovane e spettacolarmente narciso al DFW maturo che comincia a prendersi cura (a modo suo) delle esigenze del lettore.

Colla, di Irvine Welsh. Cosa significava essere ragazzi tutto sommato poveri e nemmeno così brillanti nei sobborghi scozzesi degli anni ’70 e poi ’80 e poi ’90? Vivere alla giornata, non avere sogni a lungo termine, alcool, droghe variegate, sesso (per i più fortunati), spaccarsi programmaticamente di botte allo stadio. Ricordo una melma di situazioni. Un freddo mondo cinico da cui, dopo qualche centinaio di pagine, cominciano a delinearsi delle forme di vita. E un linguaggio volutamente storpiato (quel classico libro che dovresti leggere in originale) e isterico. Ho fatto soprendente fatica – ma alla fine ne è valsa la pena.

Storia della mia gente, di Edoardo Nesi. Accorato e antiretorico grido di dolore di un imprenditore (e scrittore ) pratese che osserva impotente (o quasi) il declino economico della propria città durante la Crisi.

Dissipatio H.G., di Guido Morselli. Considerato un gioiello semisconosciuto della fantascienza italiana, questo libro racconta le vicende di un uomo che, dopo aver subito un incidente, secondo un meccanismo che ho trovato molto dickiano, vede scomparire (come da titolo) improvvisamente ogni essere umano dalla faccia della Terra escluso se stesso. Romanzo piuttosto breve e (è ovvio, no?) desolante, disperato, nichilista, in cui Morselli sciorina anche tutta una serie di conoscenze filosofico-scientifico che ammetto di aver trovato talvolta un po’ forzate all’interno della narrazione. Inquieta il fatto che pochi mesi dopo la realizzazione dell’opera Morselli stesso si sia suicidato – e che Dissipatio H.G. nel suo complesso assomigli molto al tentativo di giustificare razionalmente il gesto che avrebbe compiuto di lì a poco.

Mondoviaterra, di Eddy Cattaneo. Cioè partire con l’idea di girare il mondo senza prendere mai, tizianoterzaniamente, un aereo. E raccontare l’avventura giorno per giorno o quasi. Libro leggero e molto piacevole, soprattutto quando non vuole strapparti una risata a ogni costo – in particolare affascinanti (e invidiati) i mesi trascorsi in Sud America.

Libra, di Don Delillo. Argomento, quello dell’assassinio di Kennedy, di cui ormai si è detto di tutto e di più ma su cui DeLillo è arrivato prima di molti altri (così tanto da ispirarli, credo). E’ un DeLillo stilisticamente diverso, questo, che si conforma al tema da trattare e limita al massimo le sue classiche derive visionarie. Eccezionale nel plasmare la materia.

Ultime letture: Tondelli, Nesi, Roth, DeLillo, Aleksievič, Bolaño

i detective selvaggi

Altri libertini, di Pier Vittorio Tondelli. Spigolosi, grezzi, sudici, cattivi, tossici, blasfemi, sessualmente ambigui. Così appaiono i racconti di questa leggendaria raccolta di Tondelli che – si intuisce bene perché – all’epoca destò un certo scalpore. E’ una scrittura asfittica e colloquiale, quella di Tondelli, in cui si privilegia il marciare irrefrenabile alla precisione assoluta e al rispetto delle regole sintattiche – una progettata assenza di messa a fuoco. I personaggi esistono oltre il bene e il male e si aggirano per il mondo (che siano le cittadine dell’Emilia-Romagna o Amsterdam e Bruxelles) come privi di coscienza, dementalizzati, spinti da bisogni e visioni, da dipendenze e amori. La butto lì: quant’è cambiata la realtà suburbana, quella dei buchi in vena e dei perdenti e delle puttane dal nome maschile, in questi ultimi quaranta anni? Probabilmente pochissimo.

L’età dell’oro, di Edoardo Nesi. Romanzo sull’ascesa e sul fallimento di un grande imprenditore pratese, Ivo Barrocciai, ricco, donnaiolo, solo. Storia delle sue relazioni imperfette. Storia delle sue scelte morali. Edoardo Nesi, che ha portato Infinite Jest in Italia e l’ha tradotto per tutti noi, qui sceglie un linguaggio misurato, senza troppi fronzoli, da best seller evoluto. Ne viene fuori qualcosa che è perlomeno piacevole.

La leggenda del santo bevitore, di Joseph Roth. Classico che mi è capitato in mano solo nell’ultimo periodo. Nella sue radiofoniche Conversazioni sulla Scrittura, Giuseppe Pontiggia ne legge l’incipit e lo definisce magistrale. Racconto lungo (si legge in un paio d’ore), compatto, quasi scanzonato. Ha tutto il candore dei testi di una volta, quel candore e quell’ingenuità che gli scrittori d’oggi non possono più permettersi.

Zero K, di Don DeLillo. L’ultimo romanzo di DeLillo è – come è noto – un romanzo che parla di morte e immortalità. Di cosa significherà per l’uomo raggiungere, tramite la tecnologia, la vita eterna. Sembra quasi un’improvvisazione libera sul tema. Fa di tutto per esser sfuggente e pensoso – tipicamente ed estremamente delilliano, con le sue frasi spiazzanti, il suo incedere zigzagante, i suoi inserti contrappuntistici di arte visiva. Non so dire se mi sia piaciuto o no. Ma credo che potrei parlarne per un bel po’.

Preghiera per Chernobyl, di Svetlana Aleksievič. La scrittrice bielorussa (premio Nobel) qui raccoglie ed edita un gran numero di testimonianze relative alla nota tragedia della centrale nucleare, avvenuta nel 1986. Parlano i contadini spinti via dalle proprie case a causa di una minaccia invisibile (la Radiazione), i militari convocati sul posto (all’oscuro del pericolo), gli ammalati, i parenti degli ammalati, i sopravvissuti. Chi ha visto piombare l’esercito nel proprio paese a sterminare cani e gatti. Chi è stato messo a lavorare la sera stessa dell’incidente sul tetto della centrale, con tutte le conseguenze tumorali che si possono immaginare. Chi si è chiesto per quale motivo non si dovessero più mangiare i prodotti della terra, perché, perché, cos’è cambiato rispetto a qualche giorno fa? Uno scontro doloroso (ed epocale, a suo modo) tra l’umana semplicità della gente e le grinfie impalpabili di una tecnologia incomprensibile e fuori controllo. Interessante come anche in relazione a questa vicenda esista un buon numero di negazionisti, spesso annidati tra persone discretamente colte – tutto nasce dall’annosa polarizzazione nucleare sì/nucleare no.

I detective selvaggi, di Roberto Bolaño.  Sorprendente e meraviglioso, questo romanzone che parla di poeti, di uomini, di città, di racconti pseudomitici, di surreali duelli. Una roba di spessore, un vertiginoso lavoro ingegneristico, un crescendo delirante, un maniacale controllo della prosa – che assume le forme più svariate senza smarrire mai la propria leggibilità. Bolaño è una folgorazione. Dal momento che non viene citato quanto e come gli altri, non mi aspettavo di trovarmi di fronte a un’intelligenza tanto smisurata – qui siamo di fronte a uno che cerebralmente ha poco da invidiare ai Borges, ai DeLillo, ai Pynchon, persino ai Wallace. Questa è roba che ti rammenta quanto possa essere potente la letteratura, quanto possa lavorarti le sinapsi pagina dopo pagina, quanto possa sorprenderti continuamente – esistono mille misteriosi punti di vista da cui poter osservare la realtà. Leggere tutto di lui, il prima possibile.

Americana, di Don DeLillo

DeLillo-Americana

Spesso, leggendone i libri, ho l’impressione che la mission di DeLillo sia la stessa del grande Kurt Vonnegut. Ribadire l’umanità. Sottintendere la necessità di pace e armonia. Inventariare tutti i modi in cui, invece, la società sta viaggiando a vele spiegate in direzione inversa.

Come Vonnegut, DeLillo mette in scena personaggi stralunati, disallineati, sballottati qua e là dagli eventi. Disorientati dagli eventi stessi. Anche se lo fa – le analogie finiscono qui – con strumenti drasticamente diversi. Lo stupore degli uomini di Vonnegut di fronte alla violenza della realtà è di tipo fanciullesco e sottilmente ironico. In DeLillo i personaggi sono di altra pasta, hanno vissuto e sperimentato e soprattutto elaborato – possiedono strambe strategie di fuga. I due tipi di prosa, uno candido e minimale, l’altro cesellato e spiazzante, rimarcano bene questa differenza.

Americana è il primo libro di DeLillo ed è un gran bel libro. Abbastanza lineare nella sua prima parte, caotico nella seconda. Contiene in nuce tutti gli elementi che faranno la fortuna del DeLillo futuro (si fa fatica a pensare che sia stato pubblicato nel 1971). Racconta la storia di un uomo, David Bell, il quale lavora per un network televisivo o qualcosa del genere, che a un certo punto decide di partire per un viaggio in camper per gli USA con un paio di amici e una donna piuttosto misteriosa. Ma non è il viaggio, come si potrebbe pensare, il piatto forte del libro. Il viaggio, lo spostarsi fisico, rappresenta invece un elemento piuttosto marginale. Il centro di gravità dell’opera è la testa di Bell – la sua vita sprecata, la sua disillusione, i suoi stravaganti tic (isole di libertà in mezzo al rigore amministrativo in cui si trova ingabbiato). Tutto sta lì a veicolare la sua precarietà. Lampi di memoria che diventano disconnessi flashback. Rivalutazioni tardive. Disperati tentativi di mediazione esistenziale tramite telecamera – posso razionalizzare un evento significativo solo quando lo osservo da questa parte dello schermo. Considerazioni letali emergenti dalla baraonda dei tempi. Sproloqui notturni (geniali) di un dj a spiattellare certe ansie inesprimibili (embrioni delle tirate apocalittiche di Lenny Bruce su Underworld). Il libro è frammentato, scisso, come da manuale del postmoderno, quanto la testa di Bell. E altrettanto irrisolvibile.

Non è perfetto, intendiamoci. Leggendolo mi è capitato di pensare che il materiale potesse esser meglio amalgamato. E nella seconda parte si chiede molto al lettore – il filo da seguire è sottile e seppellito da camionate di parole e idee. Americana ha un suo duro cuore sperimentale e insegue tutta una serie di deviazioni intuitive. Non chiedete una trama né scorrevolezza. Armatevi di pazienza e immaginazione. Di materiale da ficcare nei vuoti, nelle crepe, nei salti logici. DeLillo si legge pagina per pagina – talvolta lo immagino mettersi alla macchina da scrivere senza la minima idea di dove andare a parare. Si legge frase per frase, ogni frase un macigno, un pensiero complesso, uno slancio metafisico. Si guarda come si guarderebbe un’opera di arte moderna: oltre l’elemento spoglio ribolle sempre un universo di significato.

Ultime letture: Raveggi, Eco, Pratolini, Christie, Bosio, Williams, Panzeri, Chiang, DeLillo, Manera Sambuy

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Qualche noterella sulle ultime variopinte robe lette.

Il grande regno dell’emergenza, di Alessandro Raveggi. Raccolta di racconti per questo scrittore fiorentino decisamente devoto a Wallace, Gadda e certi immaginari sudamericani. E piuttosto bravo. Non tutti i testi – scritti peraltro nell’arco di diversi anni – sono egualmente messi a fuoco, ma alcuni posseggono invidiabile vivacità espressiva (per esempio, il primo) e dimostrano come si possa dedicarsi all’arte del racconto senza piegarsi per forza al cliché minimalista.

Come viaggiare con un salmone, di Umberto Eco. Manciata di riflessioni talvolta (ma non sempre) divertenti, parodia e satira di alcune specifiche situazioni più o meno quotidiane. Niente di imprescindibile.

Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie. Non l’avevo mai letto e non ne sono rimasto deluso, era esattamente ciò che mi aspettavo. Ragionamento & paranoia.

Le ragazze di San Frediano, di Vasco Pratolini. Mi è capitato sotto mano e, visto che ultimamente ci passo spesso, da San Frediano, ho deciso di affrontarlo – devono avermelo imposto alle superiori, ma all’epoca lasciai perdere. Non sarebbe neanche malvagio, anche se è quasi più godibile per quell’umorismo non immediatissimo che ogni tanto salta fuori che per la storia in sé (il bello e stupido Bob e tutte le sue agguerrite amanti), pescata da un mondo di differente sensibilità. Utile solo in quanto testimonianza del tempo che fu.

Mattatore: vita e parole di Vittorio Gassman, di Roberto Bosio. Grande attore, grande viveur, grande depresso. Doveva saltarci fuori una biografia specialissima e ispirante. Invece no. Invece Bosio assembla un prodotto formalmente perfetto ma superficiale e privo di coraggio interpretativo. Poco appassionante.

Stoner, di John Williams. Romanzo riemerso in questi ultimi anni da un passato privo di gloria, adesso best seller mondiale. Storia triste di Stoner, origine contadina e tanta forza di volontà, della sua esistenza normale, del disagio e del dolore di cui non riesce mai a liberarsi, del matrimonio spento, del suo unico fugace amore clandestino. Bello ma forse non spettacolare quanto mi ero immaginato: talvolta dà l’idea di essere una specie di riassunto di un romanzo vero e proprio, non so se mi spiego, come fosse narrato da un punto di vista troppo alto e distaccato. Quasi un antico racconto epico, privo di dettagli e profondità psicologica, che un romanzo moderno. A quel tempo Stoner partì dalla fattoria per recarsi nella città…

Piccoli suicidi tra amici, di Arto Paasilinna. In realtà questo l’ho mollato dopo qualche decina di pagine. Sembrava scritto e pensato molto male, umorismo fuori sintonia, stupidino, mai uno spunto interessante. Chi te lo fa fare?

Storie della tua vita, di Ted Chiang. Una manciata di splendidi racconti fantascientifici con qualche venatura fantasy e qualche strizzata d’occhio al realismo magico. C’è molta scienza nella testa di Chiang, e le sue riflessioni sulla realtà fisica dell’universo, sul linguaggio e sulla matematica sono rese narrativamente appetibili da un efficace approccio borgesiano. Sfogliando le pagine si ha davvero l’impressione di confrontarsi con un cervello di tutto rispetto, curioso e propenso alla speculazione. Da uno di questi racconti (il bellissimo Storia della tua vita) è stato tratto il film Arrival. 

Tondelli. Il mestiere di scrittore, di Fulvio Panzeri. Testo che divulga un’intervista di Tondelli rilasciata (se non mi sbaglio) attorno al 1990. Si legge in due o tre ore e non è niente male, parla dell’Italia degli anni ’80, di cosa significasse essere scrittore in quel periodo colorato e illusorio.

Body Art, di Don DeLillo. Prosegue la mia esplorazione delle opere del maestro americano. Questo Body Art, che racconta l’esperienza della perdita dell’uomo amato da parte della giovane compagna, è alienato, sghembo, cognitivamente impegnativo, deliziosamente in bilico tra il metaforico e il surreale. Stupisce sempre come DeLillo – alla stregua dei grandi – riesca a individuare e isolare, per poi farli oggetto di narrazione, situazioni quotidiane e relazionali di cui tendenzialmente non riusciamo mai ad avere totale esperienza cosciente. Mettere sulla pagina ciò che è labile, pensato per qualche millesimo di secondo, sinapticamente infrattato. Verbalizzarlo al posto nostro, riproporcelo masticato, compreso, pronto per esser digerito. “Questo l’ho sempre pensato.”

Non scrivere di me, di Livia Manera Sambuy. Lei, critica letteraria di ottima fama, alle prese con un nutrito gruppo di scrittori nordamericani tra cui Roth, Wallace e Purdy. Lei che racconta l’esperienza dell’intervistarli, del conoscerli, del capire dove siano deboli e dove forti. Scrittori paranoici che fissano appuntamenti al McDonald’s, scrittori dai pantaloni pisciosi, scrittori scappati a Parigi che vivono di stenti, scrittori che cercano (pare) di sedurla. Un convincente alternarsi di vicende e di aneddoti con tanto di intrusioni biografiche – e sentite – dell’autrice a rendere l’insieme ancora più accattivante e meritevole di lettura. Bella idea, testo notevole.