Balotelli, razzismi, vittimismi e (non)libero volere

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Tempo di mondiali. Parliamo di calcio. O meglio: sfruttiamo il calcio per parlare di altro. Liquidiamo dunque subito l’aspetto tecnico. Da persona piuttosto competente in materia (credo), in linea con tutti gli allenatori che lo hanno allenato, ho sempre visto in Mario Balotelli, il bizzoso centravanti della Nazionale italiana di calcio, un grande talento e delle qualità fisico-tecniche notevoli ma largamente inespresse. Sulla scia di quanto aveva fatto negli anni passati con la maglia azzurra, pensavo e speravo che avrebbe giocato un buon mondiale. E invece ha sbagliato, assieme a molti compagni, almeno due partite su tre: e in competizioni del genere, toppare un paio di gare – se non, a volte, una sola – significa tornare a casa. E così è stato. Delusione totale. Offese. Ortaggi. E tutti gli italiani CT a ricordare che con la loro formazione avremmo vinto tutto e di più. Scene già viste.

La retorica vorrebbe che nello sport, come si dice, si vince e si perde. E quando si perde si può riflettere sugli errori tecnici commessi, si fanno i bilanci, si possono rimettere in discussione alcune scelte, eccetera. Giusto così.

Quello che è assurdo e ingiustificabile è invece l’accanirsi verso un singolo giocatore. E’ successo in passato, certo, verso calciatori che avevano fallito in una competizione con la Nazionale e che vestivano la maglia di certi club, nei soliti pallosi campanilismi tutti italici. Ma in questo caso mi pare che la bava alla bocca degli italiani – e la malcelata soddisfazione per l’eliminazione le insufficienti prove di Balotelli – abbia superato abbondantemente la soglia.

Il motivo è così semplice, così lineare, che spesso paradossalmente tendiamo a non tenerlo nella giusta considerazione o a ritenerla demagogia da quattro soldi. Balotelli è un italiano nero. In più, oddio, famoso. E questo – leggete i commenti alle notizie relative alla Nazionale uscite in questi giorni per farvene un’idea – non è accettato più o meno esplicitamente – stiamo bassi – da almeno il 50% della popolazione. Si possono fare mille discorsi da bar. Sul suo uso di Twitter (come usano tutti), sui soldi, sul caratteraccio. Moralismi vari. Di tutto e di più. Eppure il succo del discorso – il vero capo d’imputazione nei suoi confronti – è un altro: lo confermano in maniera indiretta quelli che, credendo di non lanciarsi in un ragionamento di tipo razzista, ci ricordano di continuo che se fosse bianco non sarebbe in Nazionale. Insomma: la Federazione Italiana Gioco Calcio fa, secondo loro, la carità al povero negro. 

Ora, Balotelli ha effettivamente un carattere decisamente insopportabile. Così appare, mediato dalle telecamere. E’ supponente e, soprattutto, vittimista. O meglio: è vittimista e dunque supponente. Crede che tutto il mondo sia contro di lui e, dunque, lo sfida di continuo. Ce l’avete con me? Credete di potermi buttar giù? E io (come un bambino, ndG) mi tingo i capelli di giallo: del vostro pensiero me ne frego, non mi sfiora, io vado avanti per la mia strada. 

Leggere – tra gli altri – Sam Harris ti aiuta a ponderare certe questioni col necessario distacco. A risparmiare bava. Ad essere, se vogliamo, serenamente fatalista. E a capire che se un carattere è tale, lo è per tutta una serie di concause che si trovano a monte e che sono spesso se non sempre al di fuori del nostro controllo. Che non è giustificare l’ingiustificabile, come si direbbe banalmente al Bar dello Sport. Non è trovare scuse. Ma è l’unico modo serio di guardare alla questione – e qui chiaramente si va oltre il semplice affare-Balotelli.

La storia del centravanti della Nazionale è la seguente (mi fido di wikipedia). Balotelli non solo è stato abbandonato – come dice lui – dai suoi familiari biologici ghanesi (immigrati poveri e forse – non ne so abbastanza – non colpevoli di nulla, ma si può immagire cosa significhi la cosa per un bambino) in tenerissima età, per essere affidato ad una famiglia di origine italiana, non solo ha dovuto trascorrere i primi tre anni della sua vita passando da un ospedale all’altro perché venissero curati i suoi problemi all’intestino, non solo ha dovuto crescere – è nato nel ’90 – nella Padania più estrema e intollerante (erano gli esordi celtici della Lega Nord), non solo ha dovuto aspettare i 18 anni per essere riconosciuto ufficialmente come italiano – e posso garantire che questo conta tantissimo per un bambino (1)… Oltre a tutto questo, Balotelli è, ad oggi, l’unico italiano nero famoso. Cosa che a molti, anche tanti che non lo ammetteranno mai, non va giù.

Possiamo solo immaginare tutto ciò che un ragazzo del genere – probabilmente il primo bambino nero nel suo paesino bresciano (2) – possa aver passato. Aneddoti, offese, battutine, emarginazioni, autoemarginazioni. Letture distorte di situazioni sociali. Possiamo solo intuire come certe vicissitudini, che vanno a modellare una personalità per certi versi fin dall’inizio fragile (sull’importanza delle cure parentali per il bambino nei primissimi giorni post-nascita e sul legame che esse hanno col modo in cui l’adulto tollererà lo stress si vedano per esempio gli ultimi capitoli di Psicobiologia dello sviluppo di Berardi e Pizzorusso), possano aver inciso in maniera perentoria sul suo carattere.

Balotelli è certamente vittimista (3). E’ evidente. E lo è, non potrebbe essere altrimenti, per tutto quello che c’è a monte – che non è dipeso da lui. E lo è perché – lo vediamo in questi giorni – l’Italia era ed è ancora un paese più o meno tacitamente razzista. E più lui farà il vittimista, più l’Italia – non tutta, chiaramente – manifesterà il suo disprezzo per il famoso ragazzo nero italiano. E come replicherà, lui? Facendo ancor di più la vittima: perché, probabilmente, la condizione di lui-contro-tutti è quella in cui si è trovato più spesso nei suoi 24 anni di vita. E quella in cui si trova più a suo agio. Ed è quella che, forse, non gli permetterà di esprimere al 100% le sue potenzialità tecniche.

Perché non decide di uscire da questo circolo vizioso, che peraltro gli impedisce di diventare davvero un numero uno? Perché non capisce che se continua con quest’atteggiamento continua a fare il gioco degli italiani razzisti, che non aspettano altro per dimostrare che il nero è incivile e non si può integrare col bianco? Tutte belle domande. Che presuppongono, ingenuamente, che la volontà sia un qualcosa di astratto libero, e non semplicemente parte di un cervello formatosi in anni di incontrollabili e talvolta traumatiche interazioni con l’ambiente. E invece, come diceva Hofstadter in Anelli nell’Io, il libero volere non solo non esiste, ma è un’assurdità concettuale. Il volere è, infatti, necessariamente vincolato a ciò che siamo noi. Collezioni di esperienze (stimoli) e ricordi che di volta in volta ci indicano, loro, verso che direzione compiere il passo successivo. E, per quanto ci piaccia pensarla in maniera diversa, “noi” possiamo solo stare alla finestra e adeguarci. Come romanzi che qualcun altro scrive al posto nostro. Come direbbe il già citato Sam Harris: you’re not controlling the storm. You are the storm.

La verità, per concludere, è che il fardello di essere il primo italiano nero famoso è probabilmente troppo pesante per le spalle di questo ragazzo. Ma lo sarebbe stato per chiunque altro fosse passato attraverso le medesime vicissitudini. E’ uno che ha successo, è ricco, ha belle donne, non dovrebbe lamentarsi, dice Pippo Gualtiero Giubbolini al bar all’angolo, tra uno spritz e l’altro. Ma la notorietà, in questo caso, ha i suoi pro e i suoi contro. E lui – inconsapevolmente – sta portando avanti una battaglia che agevolerà il compito di quelli che verranno dopo (4). Probabilmente, date tutte le condizioni, non può farlo meglio di così. Con gli eccessi, con i vittimismi bambineschi. Con le repliche stizzite – è successo giusto ieri – verso gli italiani che non lo considerano un vero italiano. Ed è comunque interessante come la sua risposta inopportuna ad un singolo razzista – un minus habens che aveva postato un video in cui dopo il fallimento mondiale gli ricordava la sua non italianità – venga trasformata da certa stampa in una sorta di diretto attacco alla dignità – qualunque cosa voglia dire – della Nazione. Il ragazzo famoso nero e viziato offende agl’itagliani. Cinque minuti d’odio aggiuntivi per lui.

(1) Ricorderò sempre l’entusiasmo con cui un bambino di origine albanese che allenavo venne a riferirmi che a scuola il sindaco lo aveva proclamato (non ufficialmente – non è legale fino ai 18 anni – ma non pareva non importargli) italiano, annullando in un colpo solo la distanza che lui percepiva – e che gli veniva fatta percepire – dagli altri bambini.

(2) Chiaramente non insinuo che tutti gli abitanti del suo paese siano razzisti. Anzi. Peraltro il suo legame con la famiglia a cui è stato affidato sembra saldissimo.

(3) Non fa statistica, ovviamente, né ha validità scientifica, ma tra le persone che conosco noto una certa correlazione tra problematiche infantili legate alle relazioni con i genitori e atteggiamento vittimista e pseudoparanoide da adulti.

(4) Non è un caso che diversi bambini di origine africana che conosco – come istruttore di calcio – facciano un tifo addirittura parossistico per lui. Non è questione di semplice fratellanza cromoepidermica: è il rendersi conto, implicitamente, che se viene accettato lui vengono accettati anche loro. Lui è il loro ariete: si prende soldi e notorietà, ma anche i colpi più dolorosi.

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Victim of the brain

Grazie a YouTube – ma soprattutto ai volenterosi che hanno voglia di caricare materiale – certi documenti storici possono rivedere la luce e diffondersi.

Cito:

Victim of the Brain is a 1988 film by Dutch director Piet Hoenderdos, loosely based on The Mind’s I, a compilation of texts and stories on the philosophy of mind and self, co-edited by Douglas Hofstadter and Daniel C. Dennett. The film weaves interviews with Hofstadter with adaptations of several works in the book: Dennett’s Where am I?, The Soul of the Mark III Beast by Terrel Miedaner, and also the short story The Seventh Sally by Stanisław Lem. The film was shown several times on television in the Netherlands in the late eighties.

I disegni dei bambini

Il mondo disegnato dai bambini, di Tilde Giani Gallino è un saggio di psicologia evolutiva che – ma va? – analizza il rapporto spontaneo che sorge tra fanciulli e disegno, indagandone gli intrinseci aspetti creativi e comunicativi e sottolineando quanto la capacità di fissare su carta una rappresentazione mentale sia indicativa del tipo di personalità e di identità che il giovane artista/persona sta pian piano sviluppando. Si tratta di un saggio che si fa leggere con piacere e che presenta in maniera sommaria una decina di ricerche dalle quali, con la cautela del caso, si possono trarre alcune interessanti conclusioni. Tra esse la più importante è forse la perentoria smentita di una teoria stadiale dell’evoluzione del disegno, proposta da Luquet e assimilata da Piaget, secondo la quale le capacità artistiche – in questo caso, relative al saper disegnare – progrediscono con l’aumentare dell’età fino a raggiungere una sorta di perfezione nel momento in cui il ragazzo, ormai quasi adolescente, acquisisce (non si sa come) la tecnica della prospettiva. La Gallino mostra come tale teoria sia in fin dei conti assai ingenua (adultocentrica), e spiega perché, tra le altre cose, è improprio utilizzare (in senso denigratorio) il termine scarabocchio per le prime incerte linee – probabilmente, già timidi tentativi di rappresentazione – tracciate sul foglio da bambini di pochissimi anni.

Nel saggio ho trovato diversi concetti notevoli. Tra essi son rimasto colpito in particolar modo da ciò che un disegno – esaminato da una persona competente – possa davvero rivelare del mondo interiore di un bambino che magari ancora non sa esprimersi a parole. E’ questo, lo so, un argomento di cui si sente parlare spesso, anche a sproposito: personalmente non ero mai giunto a un tale livello di comprensione, ed è stato sorprendente rendermi conto dell’immediatezza (inconsapevole) con cui il bambino possa comunicare una sua gioia o un suo – magari sottovalutato – disagio attraverso un foglio e una matita. Il disegno della bambina muta che ritrae se stessa e colloca un’orrida, confusa, nervosa nube nera di fronte alla propria bocca non lo dimenticherò tanto facilmente.

Altra questione su cui si sofferma il saggio – corredato da diverse immagini – è il rapporto tra il disegno infantile e certe avanguardie pittoriche del ‘900. Non mi ero mai reso conto (mea culpa, di nuovo) di come artisti come Mirò, Picasso, Matisse e Kandinsky avessero tentato di inglobare consapevolmente, con un certo successo, va detto, alcuni degli espedienti pittorici utilizzati dai bambini nelle loro creative rappresentazioni del reale (le tecniche più copiate sono quelle della trasparenza, del ribaltamento e dell’adozione contemporanea di più punti di vista).

Nel libro c’è tanto altro ancora, naturalmente, che qui non ho il tempo di approfondire.

Non credevo, e concludo, che un argomento simile mi avrebbe preso così tanto. E che mi avrebbe spinto, alla fine, a rimuginarci sopra ancora, e ancora, e ancora. Prendiamo spunto dal libro per andare oltre. L’illusione di avere un io, di avere un’identità, di essere unici, è causata dal persistere nel tempo dei ricordi, i quali danno un senso di continuità all’esistenza. Come la maggioranza delle persone io non ho a disposizione troppe tracce mnestiche del mio avere tre, quattro, cinque anni. Molti ricordi della mia infanzia sopravvivono, quando lo fanno, al di là della soglia della mia consapevolezza. In tal senso non è una provocazione sostenere che quel bambino che ero io, quel bambino che perdura in me solo per una manciata di memorie, era ed è in buona parte altro da me. Comunque la mettiamo, mi sarebbe adesso impossibile ricordare come guardava al mondo quel Gianluca, cosa ne pensava, cosa lo stimolava, cosa lo schifava. Quel Gianluca sta scomparendo. Lo stanno divorando i Langolieri boccone dopo boccone. Un sistema per fare un po’ di luce su quel misterioso universo interiore potrebbe essere, allora, quello di guardare ai disegni che realizzava (lui) a quell’età nei contesti più disparati. Analizzati da occhi esperti (1) quei disegni, rudimentali memorie esterne, primitive annotazioni sul diario, potrebbero far in un certo senso rivivere pezzi del Gianluca di tre, quattro, cinque anni, potrebbero raccontare cosa pensasse, col suo superattivo cervello di bambino, della realtà circostante, dei familiari, delle maestre, della Teoria della Relatività. Rappresenterebbero uno squarcio su una giovanissima mente che si va dissolvendo, demolita dall’incurante passare del tempo. Le darebbero un minimo di supporto fisico. E’ presto detto: se quei disegni sono fruibili, è in (piccolissima) parte sempre accessibile la mente di quel Gianluca infante. Se vanno persi, quel Gianluca subisce un altro colpo mortale.

Semplicissimo, no?

Suona molto hofstadteriano, lo so E, forse, oddio, anche un tantino inquietante.

(1) la mia è chiaramente una semplificazione, dal momento che anche le persone competenti, per fare un lavoro adeguato e proporre interpretazioni convincenti, dovrebbero osservare il bambino mentre disegna e sostenere un colloquio con lui, una volta terminato il processo grafico, che riguardi ciò che ha disegnato.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (eh, come no)

Nel suo celebre Mattatoio n. 5, Kurt Vonnegut a un certo punto sostiene che

Tutto quello che c’è da sapere sulla vita si poteva trovare nei Fratelli Karamazov.

Perentorio, schietto, inquietante. Ho letto il libro di Vonnegut ormai diversi anni fa, eppure a distanza di tempo questa frase buttata lì con nonchalance continua a tornarmi spesso in testa. Mistero irrisolto e, quindi, uggioso e affascinante. Più volte – specialmente dopo un paio di birre – mi son trovato in libreria a soppesare la mastodontica opera di Dostoevskij per chiedermi cosa ci fosse scritto di così fondamentale là dentro. Di così assoluto. Più volte sono stato tentato dall’acquisto e dalla lettura. A oggi, però, non mi sono ancora cimentato nell’impresa. E forse è più bello così. Che poi, oh, son più di mille pagine.

Pensavo a questa frase (ancora) proprio qualche minuto fa. Cosa non si fa pur di non lavorare. E mi son chiesto – è un gioco – cosa indicherei io, oggi, come simbolico contenitore di (non ridete) tutto ciò che c’è da sapere sulla vita. Quale libro, sì, ma anche quale film, quale disco, quale canzone. Qui sotto c’è la lista. Sono scelte un po’ scontate – soprattutto per chi segue il blog o per chi mi conosce – ma… che volete farci? Non ho avuto un granché di tempo per pensarci su, del resto.

Non si tratta dei lavori più belli, eh. Non dei lavori migliori, non necessariamente. Si tratta di, di, di… come si spiega una cosa del genere? Si tratta di cose che svelano meccanismi. Di cose che ti equipaggiano di know how. Di cose che suggeriscono vie di fuga.

Ribadisco che è solo una specie di passatempo da pausa-pranzo, niente di serio o serioso. Tanto per.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – IL FILM

(il ridere)

Tutto sommato, la mia scelta non può che ricadere su Io e Annie di Woody Allen. Che forse è il film che ho visto di più in assoluto. Ho naturalmente pensato a diverse altre pellicole, anche dello stesso Allen (o Il posto delle fragole, o American Beauty, o Citizen Kane, o Fantozzi, o…), ma credo che questo capolavoro scavi davvero in profondità e vada a toccare questioni filosofiche interessanti con una leggerezza, un umorismo e una verve che sono propri solo dei grandissimi. E mi fa sorridere e/o ridere dal primo all’ultimo minuto. Mi piace confessare (ragazzi, quanto sono open-minded) che fino a qualche anno fa letteralmente schifavo i lavori del regista americano, che con troppa superficialità ritenevo pretenziosa roba da intellettualoidi. Poi, si capisce, ho cambiato idea.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – IL LIBRO

(il materialismo & la ragione)

Anche qui me ne vengono a mente a decinaia, pure tra il materiale più impensabile (che so, It di King, Il giovane Holden, Cent’anni di solitudine, Guida alle birre del mondo, etc). Però devo dire – ma va? – che Anelli nell’io di Hofstadter mi ha davvero scombussolato, per il suo essere lieve, anche divertente, ma allo stesso tempo così categorico e omnicomprensivo. Questa roba ti modella il modo di pensare. Non c’è un senso, no, non c’è un cazzo/diamine di significato in nulla. E lui sa dirlo meravigliosamente, con classe e tanto tanto tatto.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – IL DISCO 

(io & gli altri)

Scontatissimo. Promised Land dei Queensryche, ovviamente. Non aggiungo altro. Chi volesse approfondire… be’, si diverta. Auguri. Auguri vivissimi.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – LA CANZONE

(la passione)

Tutti si aspettano che peschi da Promised Land e, invece, al momento andrei dritto dritto su Beyond the Pale dei Pain of Salvation, pezzo conclusivo del sanguigno Remedy Lane. Wonderfully physical. Doloroso sì, ma anche deliziosamente ironico (in the morning she’s going away, in a Budapest taxi I paid). Non smetterei mai di sentirlo.

La coscienza è un trucco di magia

Think & Act III, di Beatrice Calastrini (www.behance.net/)

Sto leggendo Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il mistero del libero arbitrio, raccolta di saggi che, a partire dal noto esperimento di Libet e da successivi studi – ancora più eclatanti, cerca di analizzare la questione del libero arbitrio sotto una molteplicità di punti di vista.

Il libro è molto stimolante e profondo, talvolta assai complesso. Per il momento sono rimasto in particolare colpito dal saggio di Daniel M. Wegner, nel quale in un paio di paragrafi l’autore propone una metafora davvero vivida dell’illusione del nostro libero volere. Ecco qualche estratto:

Qualunque mago può raccontare il segreto di un’illusione efficace: l’illusionista deve creare un evento meraviglioso, apparentemente magico, nel modo più semplice e immediato, capace di mascherare quelli che sono in realtà eventi del tutto ordinari. […] gli spettacoli di magia comprendono una sequenza causale percepita, l’insieme degli eventi che sembrano accadere, e una sequenza causale reale, l’insieme degli eventi che il mago ha preparato dietro la scena. La sequenza percepita è ciò che produce il trucco. Le leggi di natura sono infrante a casaccio quando le persone vengono segate a metà o quando uccelli, fazzoletti, conigli, bacchette e quant’altro compaiono dal nulla e nel nulla scompaiono, o si trasformano l’uno nell’altro per poi tornare se stessi.

La sequenza reale è molto più complessa o inattesa dell’illusione, ma molti degli eventi reali non vengono percepiti. Il mago ha bisogno di tasche speciali, arredi di scena o altro equipaggiamento e sviluppa stratagemmi per sviare l’attenzione del pubblico dalla sequenza reale. Alla fine il pubblico osserva qualcosa che appare semplice, ma che in effetti, per essere realizzato, ha bisogno di sforzo, preparazione, pratica e immaginazione notevoli da parte del mago. La graziosa assistente in abito trasparente che sembra fluttuare sdraiata nell’aria durante l’illusione della levitazione è in realtà sostenuta da un martinetto pneumatico che regge 275 kg, nascosto dietro un sipario accuratamente mascherato. E’ la stessa semplicità della sequenza illusoria, la sintesi abbreviata che circonda tutta la fatica del povero mago, a rendere il trucco così convincente: la ragazza levita. L’illusione della volontà cosciente avviene in gran parte con la stessa tecnica (Wegner 2003a).

La sequenza causale reale che soggiace al comportamento umano coinvolge un insieme enormemente complicato di meccanismi. […] Ciascuna delle nostre azioni è davvero il culmine di un intricato insieme di processi fisici e mentali, che comprendono meccanismi psicologici corrispondenti al tradizionale concetto di volontà, in quanto coinvolgono legami tra i nostri pensieri e le nostre azioni. Questa è la volontà empirica. Tuttavia, non la vediamo. Accettiamo facilmente, invece, la spiegazione molto più semplice del comportamento che le nostre menti di novelli Houdini ci presentano: pensiamo di essere noi a produrlo.

Lo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke ha affermato che <<qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia>> (Clarke, 1973, p. 21). Clarke voleva riferirsi alle fantastiche invenzioni che potremmo realizzare in futuro o che potremmo scoprire se dovessimo viaggiare fino a raggiungere civiltà avanzate. Ma l’intuizione si applica anche all’autopercezione. Quando rivolgiamo l’attenzione alla nostra mente, scopriamo all’improvviso di poter comprendere una tecnologia eccezionalmente avanzata. Forse non riusciamo a conoscere l’enorme numero di influenze meccanicistiche sul nostro comportamento (tanto meno tenerne traccia), perché abbiamo la fortuna di abitare alcune macchine straordinariamente complicate. Sviluppiamo così un’abbreviazione, una credenza nell’efficacia causale dei nostri pensieri coscienti. Crediamo nella magia della nostra agentività causale.

La mente crea questa illusione continua perché davvero non sa che cosa causi le sue azioni. Qualunque volontà empirica stia rombando nel locale motori – una relazione effettiva tra pensiero e azione – potrebbe risultare totalmente imperscrutabile alla nostra mente cosciente. La mente ha un meccanismo di autospiegazione che produce una sensazione abbastanza continua secondo cui ciò che è nella coscienza costituisce la causa dell’azione – la volontà fenomenica – mentre in effetti la mente non può mai davvero conoscere se stessa da essere in grado di dire quali siano le cause delle sue azioni. Per citare lo Spinoza dell’Etica: <<Gli uomini si ingannano nel ritenersi liberi, e questa opinione consiste solo in questo, che essi sono consapevoli delle loro azioni ma sono ignari delle cause da cui sono determinati. Questa è dunque la loro idea di libertà, dal momento che non conoscono alcuna causa delle loro azioni>> (Spinoza, 1677). In un linguaggio più vicino a noi, Minsky dice: <<A nessuno di noi piace l’idea che ciò che facciamo dipenda da processi che non conosciamo; preferiamo attribuire le nostre scelte a volizione, volontà o autocontrollo […] Forse sarebbe più onesto dire: “La mia decisione è stata determinata da forze interne che non comprendo“>> (Minsky, 1985, p. 306).

Causazione mentale apparente

Immaginate per un momento che, grazie a qualche processo magico, possiate sempre sapere quando un determinato ramo si muoverà a causa del vento. Appena prima che si muova, sapete che si muoverà, in quale direzione e in che modo. Non solo lo sapete, ma immaginate che lo stesso potere magico vi garantisca che vi capiti di pensare al ramo appena prima che si muova. Voi guardate e, non appena vi rendete conto che sta per muoversi, ecco: il ramo si muove. In questa situazione immaginaria, potreste alla fine arrivare a pensare che siate voi a causare in qualche modo il movimento. Vi sembrerebbe di essere la sorgente dell’azione del ramo lontano, l’agente che vuole che esso si muova. La sensazione di muovere il ramo emerge nello stesso modo in cui si ha la sensazione di compiere qualunque azione a distanza. Tutto ciò che appare necessario è un’adeguata conoscenza anticipata dell’azione. Infatti, con una congrua previsione è difficile non concludere che si sia compiuta l’azione e la sensazione di compierla sgorga in proporzione diretta della percezione che idee rilevanti siano entrate nella mente prima dell’azione […]

[La teoria di Wegner dice che] tendiamo a vederci come gli autori di un atto quando abbiamo, con un adeguato anticipo, l’esperienza di pensieri rilevanti sull’atto stesso e possiamo quindi inferire che il nostro processo mentale abbia messo in moto l’azione […].

[…] la volontà viene sperimentata come risultato di un’interpretazione del legame apparente tra i pensieri coscienti che sembrano associati all’azione e la natura dell’azione osservata. La volontà è esperita come il risultato di una causazione mentale apparente autopercepita.

Se Wegner si schiera dalla parte di coloro i quali non ritengono si possa sostenere che l’uomo è dotato di libero arbitrio (nell’accezione più comune del termine), diversi scienziati all’interno dello stesso libro propongono teorie contrarie che tendono, invece, a ribadire con forza come non possiamo non avere un controllo almeno parziale delle nostre azioni.

Influenzato da diverse letture compiute l’anno scorso (1, 2, 3 e così via), anche io ho alla fine maturato una mia idea sulla questione, ed è forse questa convinzione a influenzare il mio approccio alla lettura del libro. Come Hofstadter, anche io non credo si possa dire che la nostra volontà è libera. In un mondo materialistico in cui non c’è soluzione di continuità tra l’ambiente e me, in un mondo in cui siamo fatti di sola – ben organizzata – materia (e nessuno ha prove del contrario), non vedo come io possa avere minima libertà di scelta – dal momento che la mia scelta, qualunque essa sia, è solo il prodotto finale di un’infinita e imponderabile serie di micro-cause fisiche (alla resa dei conti sono fisiche anche le cause ambientali, biologiche, neurologiche, etc etc). Non vedo alternative valide a questo modo di pensare che non sconfinino nella magia/metafisica/misticismo.

Proprio a causa di questo mio convincimento – risultato di letture e riflessioni – trovo un po’ forzate molte delle obiezioni che vengono fatte nei confronti di chi nega la possibilità del libero volere. L’impressione che emerge dalla lettura del libro è che molti scienziati/filosofi filo-arbitrio costruiscano ipotesi ad hoc solo per salvare quella che potremmo chiamare ‘speciale dignità umana‘. Dal momento che per loro sarebbe triste e degradante immaginarci come automi in mano a infinite cause perlopiù sconosciute, essi cercano di aggiustare le proprie congetture in maniera tale da riservare alla coscienza almeno un piccolo ruolo all’interno del processo decisionale. Vogliono, insomma, sentirsi a tutti i costi padroni delle proprie azioni.

In tal senso c’è un’idea, elaborata da questi ultimi, la quale sembra perfetta per mettere teoricamente tutti d’accordo: quella del libero veto. Essa suggerisce che sì, come hanno sottolineato alcuni esperimenti, le nostre decisioni avvengono tutte nel pre-conscio. Ma poi, sostengono questi studiosi, tali decisioni noi abbiamo la possibilità di frenarle. Siamo liberi di non accettarle. Abbiamo la libertà di scartarle.

Suona bene, no? Botte piena e moglie ubriaca.

Peccato che, invece, questa teoria non risolva proprio nulla. Peggio: forse complica ancora di più la questione. Come avviene, infatti, il processo di decisione che porta al veto? Come può essere cosciente? E perché solo lui e gli altri no? Posso scartare l’idea dello scartare? E poi, ancora, decidere di bloccare una decisione non è essa stessa una decisione?

Se è vero che nel libro ci sono anche alcune obiezioni pertinenti, tendo a trovare molto più convincenti gli scritti contrari all’idea del libero arbitrio. Forse perché non sento, contrariamente a molti, la necessità di difendere questa tanto cara ‘speciale dignità umana’. Anzi, se devo dirla tutta, aggiungo che non trovo niente di particolarmente poco dignitoso nel pensare di essere qui a scrivere solo a causa di una pazzesca somma di minuscole cause. Trovo l’idea, lo ammetto, terribilmente affascinante.

Di certo c’è che questa prospettiva non intacca – né nel bene né nel male – la mia vita quotidiana, dal momento che non c’è alternativa al raccontarsi questa utile frottola del libero volere.

Questo trucco, voglio dire, ci permette di vivere la vita che conosciamo e per la quale siamo stati selezionati dall’evoluzione. Non credo che sapremmo immaginarne di diverse.